
“Confermiamo la linea di responsabilità che tiene conto della necessità della tenuta dei conti pubblici nel rispetto delle nuove regole europee” così il ministro dell’economia e delle finanze Giancarlo Giorgetti (Lega) a margine dell’approvazione in Cdm del Documento programmatico di finanza pubblica (DPFP), lo scorso 2 ottobre. Cosa vogliono dire queste parole, in soldoni? Semplice: che il rapporto deficit/Pil è previsto al 3% quest’anno, il che consentirebbe all’Italia di chiudere la procedura d’infrazione per eccessivo indebitamento con la Commissione, con un anno di anticipo. Inoltre, sempre secondo le previsioni, il rapporto deficit/Pil dei prossimi anni sarà decisamente sotto la fatidica soglia del 3%. E queste sono buone notizie per i conti pubblici italiani.
Meno buone sono le notizie sulla crescita: assodato che la crescita del 2025 sarà asfittica (+0,5%, nonostante il Pnrr), la notizia è che resterà al di sotto dell’1% anche nei prossimi anni. Questo vuol dire che, a meno di imprevisti, l’Italia sarà all’ultimo posto, tra le grandi economie europee, per crescita economica programmata fino al 2028: infatti altrove l’economia è trainata dagli investimenti, sia nel settore della difesa che in quello della transizione ecologica.
In entrambi questi campi, decisivi per le sorti future dell’Europa e del mondo, l’Italia balbetta: è previsto, sempre che i conti pubblici lo permettano, di destinare uno 0,15% del Pil in più al settore della difesa nel prossimo anno, per poi passare allo 0,3% nel 2027 ed allo 0,5% nel 2028. In concreto, questo significa incrementare le spese per la difesa di circa 12 miliardi nei prossimi anni, per poi mantenere un livello complessivo di spesa di 45-48 miliardi, sommando sia la spesa storica che quella nuova, negli anni a venire.
Quanto alla transizione ecologica, poi, non ci sono cifre: dopo l’approvazione del decreto Fer2 dell’anno scorso, che disciplinerà le politiche energetiche per i prossimi anni (erano 7 anni che mancava un decreto del genere), non si sono ancora visti interventi strutturali nel settore, una linea guida governativa o della maggioranza, insomma nulla che consenta agli investitori, sia italiani che stranieri, di capire cosa vuole fare l’Italia in materia di transizione ecologica e ambientale. Immaginiamo non debba essere facile, se ogni volta che si nomina il green deal, in seno alla maggioranza, scattano gli anatemi, le abiure ed il toccaferro.
Mantenere in ordine i conti pubblici è importante, e nessuno sostiene il contrario: d’altra parte, da quel fatidico 2011 che portò alla fine anticipata del Governo Berlusconi ed all’avvento del Governo Monti, quando fummo ad un passo dal default in stile argentino, il Belpaese ha saputo, con vari governi, costruire finanziarie solide, leggi di bilancio concrete e di sostanza. Il debito pubblico, in rapporto al Pil, si è man mano ridotto, nonostante una crescita abbastanza fiacca. Tutto questo ha comportato una graduale ma costante risalita nella fiducia dei mercati e della Commissione europea, ed una sostanziale riduzione dello spread Bond/Btp che ha dato ossigeno ai nostri malconci conti pubblici.
Tuttavia, pur tenendo d’occhio la spesa pubblica, mai nessun Governo aveva rinunciato, come questo, ad avere una strategia per la crescita. La spinta all’innovazione dei Governi Monti, Letta e Renzi è lontana, così come l’accento posto sull’internazionalizzazione e l’integrazione europea dei Governi Gentiloni, Conte e Draghi.
L’impressione, insomma, è che Giorgetti e compagnia siano ossessionati dal deficit, dimenticandosi il Pil. Il che stride con la storia economica, la quale ci insegna che, a livello mondiale, le riduzioni più significative dell’indebitamento pubblico si sono avute quando è cresciuto il Pil a parità di spesa, anziché il contrario.
La previsione del Dpb (Documento Programmatico di Bilancio 2026-2028) è di fare tre finanziarie d’importo modesto (mediamente di 18 miliardi ciascuna) per i prossimi tre anni, con interventi sociali rivolti ai ceti più fragili e modesti tagli fiscali concentrati nella fascia di reddito intermedia. In compenso, però, vengono ridotte le spese che si possono portare in detrazione e si riducono gli adeguamenti di salari e pensioni al costo della vita. Quindi, complessivamente, il carico fiscale aumenta e non diminuisce.
E allora, per stimolare la crescita nel rispetto dei vincoli di bilancio, ci permettiamo di lanciare una proposta da queste pagine. Posto che la sicurezza cibernetica e l’intelligenza artificiale sono due elementi essenziali per la crescita futura, ma anche due strumenti di difesa particolarmente potenti (basta vedere l’uso che ne stanno facendo sia gli ucraini che gli israeliani, che grazie all’intelligenza artificiale hanno quasi annullato lo sfavorevole rapporto di forze col nemico, resistendo e vincendo), perché non puntare su questi strumenti per programmare una robusta crescita economica del prossimo futuro, che potrebbe azzerare il deficit e farci ridurre in maniera sostanziale il debito pubblico? Oltre a difendere l’Italia, ovviamente, e senza dover mandare i ragazzi italiani a combattere e morire al fronte. Il che, almeno a parole, nessuno dice di volere.
Stefano Amoroso

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