
Hamas e pace non stanno nella stessa frase, non ci sono mai stati e oggi meno che mai. L’annuncio diffuso in queste ore dal movimento islamista – «siamo pronti a rilasciare tutti i prigionieri, vivi e morti, e ad avviare immediatamente negoziati secondo la proposta di Trump» – ha fatto il giro delle redazioni come fosse un lampo improvviso, una svolta che nessuno si aspettava. Eppure basta leggere tra le righe per capire che non è la nascita di una nuova era, ma la prosecuzione della stessa strategia di sempre con un linguaggio più accomodante. Hamas non ha parlato di disarmo, non ha detto chi controllerà gli arsenali nascosti sotto Gaza, non ha pronunciato la parola “riconoscimento di Israele”. Ha evocato una consegna dell’amministrazione della Striscia a un’autorità “indipendente” ma subito dopo ha precisato che dovrà trattarsi di un quadro “nazionale inclusivo” nel quale Hamas sarà parte attiva. Dunque, non un’uscita di scena, ma una ricollocazione: meno uniforme militare, più giacca politica, ma sempre la stessa sostanza.
In Israele la risposta è prudente: Netanyahu si dice pronto a iniziare dalla prima fase, il rilascio degli ostaggi, ma senza rinunciare al controllo sul terreno. Trump spinge per un accordo immediato, con scadenze perentorie, perché vuole la sua vittoria diplomatica e mediatica. L’Egitto e il Qatar offrono ancora una volta il loro ruolo di mediatori, mentre l’Europa prova a ritagliarsi il ruolo di garante morale. Ma il nodo resta lì, intatto: se Hamas rimane parte integrante del futuro assetto di Gaza, se conserva anche solo una frazione della sua forza militare e della sua capacità organizzativa, la pace non è possibile. È, al massimo, una tregua fragile, un’illusione pronta a frantumarsi al primo colpo di mortaio.
Chi oggi esulta per il comunicato dimentica che ogni tregua ottenuta in passato è stata usata da Hamas per riorganizzarsi, per scavare tunnel, per far arrivare armi dall’esterno, per addestrare nuove brigate. Ogni pausa è stata un intervallo tecnico, non un percorso verso la fine del conflitto. La stessa parola “negoziato” è utilizzata come maschera, come paravento dietro cui celare la volontà di sopravvivere e di restare protagonisti. E il rischio è che la comunità internazionale, assetata di titoli ottimistici, si accontenti di un comunicato per gridare alla pace, quando in realtà non c’è nessun passo sostanziale nella direzione della smilitarizzazione e della convivenza.
Oggi non è il giorno della fine della guerra, è il giorno in cui la guerra si traveste da diplomazia. Hamas cerca di trasformare la sua immagine senza cambiare la sua natura, e c’è chi è pronto a crederci. Ma la verità è più semplice: finché Hamas resta dentro, con il suo arsenale, la sua ideologia e la sua pretesa di rappresentanza, la pace rimane un inganno semantico, un artificio retorico, una pausa scenica tra un atto e l’altro della stessa tragedia.
Nico Kir
Hamas: accettiamo il rilascio di tutti i prigionieri per porre fine alla guerra
(da Al Jazeera)
Al fine di porre fine all’aggressione, abbiamo condotto ampie consultazioni per giungere a una posizione responsabile nei confronti del piano di Trump.
Per porre fine alla guerra e ottenere il ritiro completo, annunciamo il nostro consenso al rilascio di tutti i prigionieri vivi e morti, secondo la proposta di Trump.
Confermiamo la nostra disponibilità a entrare immediatamente in negoziati attraverso i mediatori per discutere tutti i dettagli.
Ribadiamo il nostro consenso a consegnare l’amministrazione del settore a un’autorità palestinese indipendente, con il consenso nazionale e il sostegno arabo-islamico.
Quanto contenuto nella proposta di Trump sul futuro della Striscia di Gaza e sui diritti del nostro popolo è legato a una posizione nazionale che sarà discussa in un quadro nazionale palestinese inclusivo.
Le questioni relative al futuro della Striscia di Gaza saranno discusse in un quadro nazionale palestinese inclusivo di cui Hamas farà parte e al quale contribuirà con piena responsabilità.
(AJ)

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