
Le civiltà non crollano all’ improvviso, si svuotano piano. Prima si perde l’abitudine a leggere davvero, poi l’allenamento a collegare i fatti, alla fine resta una superficie liscia dove gli slogan scivolano e fanno presa.
Lo slogan è leggero. La cultura pesa. La cultura chiede tempo, fatica, maestri severi, dubbi che pungono. Lo slogan promette tutto subito e non ti chiede nulla in cambio. Ti illude di aver capito, ti regala un coro in cui nasconderti.
Quando la testa si svuota, la realtà si appiattisce. Le cause perdono profondità, gli effetti si confondono. Si scambia il titolo per il libro, la testimonianza per la prova, l’urlo per l’argomento. L’avversario diventa un mostro, il problema un capro espiatorio. È l’anticamera dell’errore e, spesso, dell’ingiustizia.
La democrazia soffre qui. Vive di tempo lungo, regole, controlli, responsabilità. Lo slogan odia tutto questo. Vuole decisioni istantanee, promesse senza conti, scorciatoie con applausi. Così il dibattito si fa infantile, il consenso rimpiazza la competenza, l’algoritmo guida più della coscienza.
Anche l’economia paga. Senza cultura tecnica e storica si scambiano cicli per destino, bonus per crescita, debiti per ricchezza. Si perde l’altimetro e si sale a caso finché il carburante finisce.
La scuola è il primo argine. Se molla su lettura profonda, scrittura sorvegliata, matematica ragionata, lo slogan dilaga. Le famiglie sono il secondo argine: tempo, disciplina, errore che insegna. I media possono essere il terzo, se smettono di premiare rumore e premiano chiarezza e prove.
Uscirne non è un mistero. Leggere testi interi, non solo titoli. Fare domande scomode. Verificare prima di condividere. Tenere un quaderno di appunti, non un catalogo di indignazioni. Chiedere sempre: come lo sai.
Cultura non è snobismo. È rispetto della realtà, delle parole, dei fatti. Gli slogan passano. L’abitudine a pensare resta. Se la alleniamo, non ci sposta nessuno. Se la perdiamo, basterà una rima per farci cambiare rotta.
Piero Terracina

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