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“Il re è nudo”

Israele non si ferma perché non è una stagione politica, è un’equazione esistenziale. In quell’equazione, finché l’ideologia jihadista resta capace di colpire Israele con razzi, imboscate, rapimenti e attentati, la variabile sicurezza vale sempre uno, tutto il resto vale zero. Non c’è cabaret diplomatico che tenga. C’è una regola semplice: finché il nemico giura che la tua scomparsa è un dovere religioso e politico, tu vivi in allerta permanente. E l’allerta, quando fallisce la deterrenza, diventa operazione militare a tempo indeterminato.

di Piero Terracina | 6 Settembre 2025

Israele non si ferma perché non è una stagione politica, è un’equazione esistenziale. In quell’equazione, finché l’ideologia jihadista resta capace di colpire Israele con razzi, imboscate, rapimenti e attentati, la variabile sicurezza vale sempre uno, tutto il resto vale zero. Non c’è cabaret diplomatico che tenga. C’è una regola semplice: finché il nemico giura che la tua scomparsa è un dovere religioso e politico, tu vivi in allerta permanente. E l’allerta, quando fallisce la deterrenza, diventa operazione militare a tempo indeterminato.

Il punto è qui. Israele non combatte una frontiera, combatte un’idea armata. Non l’islam in quanto fede, ma il fondamentalismo politico che la piega, la arma e la usa come scudo semantico. Quell’idea si è fatta struttura, soldi, tunnel, missili, scuole indottrinate, media compiacenti. E dietro, una spinta paziente e ambigua: la strategia iraniana, due facce della stessa moneta. In pubblico la narrativa umanitaria, in privato il sostegno a milizie e proxy che tengono caldo il fronte da Gaza al Libano fino allo Yemen. È il vecchio trucco del paravento morale davanti a un laboratorio di destabilizzazione. Chi finge di non vederlo fa finta di non conoscere il mestiere dei Pasdaran, la geometria delle reti, i canali del denaro. L’Iran non vuole la pace, vuole l’equilibrio instabile, quel tremito continuo che consuma l’avversario e allunga la partita.

Per Israele la conclusione è triviale, quasi noiosa nella sua necessità: finché quell’apparato ideologico e militare resta in piedi, ogni tregua è un pit stop del terrorismo. E allora l’obiettivo è lineare. Smontare capacità, catene di comando, arsenali, officine, tunnel, linee di rifornimento, infrastrutture di propaganda, metodi di reclutamento. Spezzare la mano che paga, che addestra e che rifornisce. Rendere l’ideologia irrilevante perché logisticamente impotente. Non è un sogno messianico, è manutenzione pesante della sicurezza.

Qui entra il rumore di fondo dell’Occidente, quello che riempie piazze e talk con lo stesso copione stanco. Cortine di parole, cartelli, slogan. Le grandi marce del come se. Come se gli hashtag costruissero corridoi umanitari. Come se i flash mob disarmassero una brigata. Come se le flottiglie con il comunicato stampa in coperta potessero scavalcare blocchi navali notificati e regole di guerra scritte nero su bianco da decenni. Il rito serve a chi lo compie, non a chi rischia la pelle. Israele guarda i fatti, non i cori. I governi guardano il rischio, non l’applauso del sabato pomeriggio. La politica estera, quando i razzi fischiano, è geometria, non sentimentalismo.

“Ma un esercito può cancellare un’idea”? Domanda legittima, risposta onesta. Un esercito può mutilare l’idea delle sue gambe. Può toglierle l’ossigeno del denaro, il megafono dei media compiacenti, l’officina dove trasformare pipe in razzi e manuali in ordigni. Le idee non muoiono, ma smettono di far paura quando non possono più farsi esercito. L’Europa questo lo sa benissimo quando si tratta del proprio cortile. Finge di scordarlo quando guarda Israele, per comodità ideologica o per gusto della posa. Ma la posa non ferma un katusha. La posa non restituisce un ostaggio. La posa non sigilla un tunnel.

Il percorso realistico dunque è questo. Neutralizzare leadership e quadri. Radere al suolo la filiera militare e quella finanziaria. Tenere un controllo duro delle frontiere, a sud e a nord. Impedire il riarmo con sorveglianza tecnica, intelligence e alleanze poco fotogeniche ma efficaci. Costringere i patroni esterni a pagare un prezzo per ogni milizia che armano. Stabilire che ogni attacco avrà un costo crescente e immediato, senza più cicli lunghi di logoramento. E sul terreno civile, aprire varchi sotto controllo per beni e servizi, perché la popolazione non sia l’ostaggio perfetto nelle mani dell’ideologia. Sicurezza prima, umanità sorvegliata e concreta subito dietro. È cinico. È la realtà.

“Non vi fermerete mai”. Nemmeno questa è una domanda. Israele si fermerà quando il fondamentalismo nel raggio letale sarà un relitto. Non quando lo chiederà una piazza, non quando lo pretenderà una mozione, non quando si allestirà l’ennesima flottiglia con fotografi al seguito. Si fermerà quando i numeri diranno che il rischio è tornato accettabile, che le capacità nemiche sono scese sotto la soglia del ricatto, che gli sponsor hanno capito che l’investimento non rende più. In quel momento, non prima, la politica potrà riprendere il suo mestiere di mediazione. Fino ad allora è un lavoro di officina: bulloni, saldature, tagli netti.

C’è chi lo chiama arroganza. È mera sopravvivenza. In Medio Oriente la storia non premia i distratti. L’Occidente può anche divertirsi con i suoi specchi. Può illudersi che le parole siano una corazza. Può confondere la compassione con la resa. Ma non può imporre a chi è sotto tiro di vivere secondo la sua liturgia estetica. La guerra non chiede il permesso alla coscienza di chi guarda. Chiede competenza, freddezza e obiettivi chiari. Qui gli obiettivi sono tre e non cambiano. Toglierle le armi. Toglierle i soldi. Toglierle l’aria.

Il resto è salotto. Il resto è scenografia. Il resto è la flottiglia che fa rotta verso i riflettori e non verso la soluzione. Israele non arretra perché la matematica della sicurezza è più forte dell’eloquenza moraleggiante. Può piacere o meno, ma è così che stanno le cose. Il re è nudo. E quando il re è nudo, la realtà non si copre con gli striscioni.

Piero Terracina

Pubblicato in : AperturaTag: conflitto palestinese, europa, hamas, iran, ISLAM, israele, Jihad, medio oriente, Occidente, Onu, operazione militare, Yemen

Info Piero Terracina

Mi chiamo Piero Terracina, ho 70 anni, lavoro nel campo delle chitarre dal 1979 e sono un punto di riferimento per molti musicisti.

Ma questa è solo una parte di ciò che sono.

Sono ebreo, panteista, visionario. Non appartengo a nessuna corrente politica, assolutamente apartitico.

Da cinquant’anni studio storia, politica ed economia. Non per mestiere, ma per necessità. Perché capire il mondo non è un passatempo: è un dovere. Scrivo per onestà intellettuale, per rimettere ordine dove il pensiero si è fatto confuso, omologato, pigro.

Non ho mai accettato verità impacchettate né morali a comando.
Credo nella responsabilità personale, nel dubbio, nella tradizione, nella libertà del pensiero critico.
Non appartengo a nessuno. E non scrivo per piacere: scrivo perché tacere, a volte, è peggio che sbagliare.

Da me troverai solo lavori fatti con le mani e idee scolpite con la testa.

Senza slogan. Senza bandiere. Solo ciò che penso. Solo ciò che faccio.

A settembre 2026 ho fondato il sito Volo Radente (www.voloradente.eu) dove pubblico i miei articoli riprodotti anche su Pensalibero.it

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