
Sì, proprio lui. L’uomo che riesce a far parlare di sé anche quando non dice nulla. L’uomo dei dazi oggi si, anzi no, domani forse. Quello che, nel bene o nel male, ha monopolizzato l’attenzione mondiale con la stessa naturalezza con cui si cambia pettinatura (cioè mai). Ma ora basta, facciamo un gioco: proviamo ad ignorarlo. Non per sempre, non per ideologia, ma solo per vedere se il mondo continua a girare anche senza doverlo nominare ogni cinque minuti. Partiamo da un fatto: Donald Trump è stato eletto due volte. Una volta sul serio, l’altra ci ha provato con tanto entusiasmo che ancora oggi se ne discute. E va detto che, al netto delle polemiche, il diritto di dire la sua ce l’ha eccome. Ha tutto il diritto di proporre una visione alternativa d’America, persino una politica estera che sembra scritta da uno sceneggiatore di Hollywood. È la democrazia, bellezza. Il punto è che noi, ogni giorno, ci stracciamo le vesti. I commentatori si agitano, i talk vanno in fibrillazione, i giornalisti si dividono in due scuole: quelli che lo detestano e quelli che lo detestano ma non lo dicono. Intanto, Trump twitta dal suo social personale e ride sotto i baffi, che non ha. Già in campagna elettorale gli intellettuali lo avevano bollato come una minaccia planetaria. La fine della democrazia, della civiltà, del bon ton. Ma gli americani, incredibilmente, hanno votato lo stesso. E non una volta soltanto. Dopo Capitol Hill, dopo i processi, dopo le uscite surreali (da Gaza Resort a Papa Trump), c’è ancora chi lo segue con l’entusiasmo con cui si aspetta il prossimo episodio di una serie trash. Forse siamo noi a non capire. O forse capiamo benissimo ma fingiamo di no, per sentirci moralmente superiori. E allora via con le analisi infinite. Sui dazi, che salgono e scendono come l’umore di un adolescente. Sui mercati, che reagiscono con la sensibilità di un cane da caccia che sente odore di selvaggina. E poi Elon Musk, che un giorno è al governo, il giorno dopo è su Marte, e il terzo manda un tweet criptico che sembra scritto da Nostradamus. A quel punto partono le teorie: complotti, algoritmi, cabale. Ma davvero dobbiamo vivere in questa perenne diretta su The Donald Show? La verità è che forse dovremmo disintossicarci. Trump è una calamita per l’attenzione, lo sappiamo. Lo è sempre stato. Ma noi non siamo obbligati a seguirlo ovunque vada. Se domani annunciasse di voler aprire una catena di sushi troveremmo comunque esperti pronti a spiegarci il significato geopolitico della salsa di soia. E allora basta. Lasciamolo ai meme, alle imitazioni, alle analisi infinite di gente che si definisce “analista geopolitico freelance”. Gli americani, se vorranno, lo rivotano. Se non vorranno, no. Così funziona la democrazia. È brutale, ma onesta. Nel frattempo, noi possiamo dedicarci ad altro. Magari riscoprire il piacere di leggere una notizia che non riguardi Trump. Quindi, facciamo questo esperimento. Ignoriamolo. Per una settimana, per un mese. Facciamo finta che non esista. Non per cattiveria, ma per salute mentale. Alla fine, se davvero ha qualcosa da dire, lo sentiremo lo stesso. Ma almeno sarà una nostra scelta, non una dipendenza.
E se poi dovesse tornare al potere? Beh, ne parleremo. Ma fino ad allora, proviamo a non dire più The Donald. Non è un voto di silenzio, è solo igiene mediatica.
Angelo Santoro

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