L’eco del centenario si è appena spento ma restano gli ultimi riflessi di un importante appuntamento che, per alcuni, è stato almeno in parte tradito mentre per altri ha conseguito traguardi ragguardevoli. Pisa raccoglie questi echi del centenario e conclude la stagione 2024-25 con una Tosca che ha già visto le esecuzioni di Lucca e Livorno ma che giunge attesa e gradita come, del resto, ogni opera di Puccini.
Il “sor Puccini”, giovincello, proprio a Pisa aveva trovato l’illuminazione per la sua carriera futura: era il 1876 e a Pisa davano Aida e… Seguiamo per un attimo il racconto che Piero Radda Conti ci fa dell’episodio nel suo volume “Vite e melodie di Giacomo Puccini” ripreso da Alessandro Ceccarini nel suo recente e poderoso “Almanacco pucciniano” dedicato alla presenza di Puccini e delle sue opre nei teatri di Pisa e della provincia:
“Fu nel settembre del ‘75, (Giacomo aveva ormai diciotto anni), che avvenne l’incontro fatale. Incontro con una donna, naturalmente. Una egiziana… del tempo dei Faraoni: l’Aida.
Era giunto a Lucca l’annunzio di una rappresentazione dell’Aida a Pisa. L’opera verdiana, dopo la consacrazione del Cairo per il taglio dell’istmo di Suez, era stata data, alla Scala, quattro anni innanzi, e cominciava a far capolino sui cartelloni delle città minori.
Giacomo decise in cuor suo di andarci, a qualsiasi costo. E poiché non poteva più far saltare i sigilli ceralaccati di qualche «cartuccia», né sfoltire ulteriormente la selvetta delle canne, dietro l’organo delle Benedettine, cercò di comunicare il suo entusiasmo a due fidi coetanei per tentar con loro una gratuita avventura. Il suo piano era semplice: andare e tornare a piedi. Entrare senza pagare.
Occorrevano, con la strada di S. Giuliano, ventitré chilometri di marcia, per arrivare dai bastioni di Lucca alle tombe dei Faraoni. Quella accaldata spedizione nella polvere di un soleggiato settembre, e, più ancora, il fresco ritorno notturno, rimasero, per tutta la vita, fermo ricordo nella memoria di Giacomo.
Fu, quello, il giorno della sua seconda, e più vera, nascita. Perché fu nell’entusiasmo adolescente e nel rapimento melodioso di quella serata, al rezzo delle “foreste imbalsamate”, tra guerrieri etiopi e coriste color cioccolata, che Giacomo Puccini sentì avvampare e grandeggiare prepotente nel petto, la propria vocazione.
Verdi gli aveva svelato, di colpo, la bellezza e la sfolgorante potenza del teatro musicale. E Puccini doveva, per tutta la vita, restar fedele a quella subitanea illuminazione del suo spirito. La musica, per lui, non si sarebbe più disgiunta dalle luci della ribalta. […]
Erano arrivati a teatro molto prima dell’inizio dello spettacolo; con un pretesto qualunque erano riusciti ad infilare le scale, che gli inservienti stavano ancora spazzando. Appollaiati agli ultimi ranghi del loggione ancora buio e silenzioso, avevano aspettato, col cuore in gola, temendo ad ogni istante di essere scoperti e cacciati fuori.
Ma era andata bene. A poco a poco si erano accese le luci, il chiacchierio del pubblico aveva cominciato ad animare le gradinate, e, confusi agli spettatori legittimi e paganti, i tre ragazzi si erano sentiti ormai sicuri. Il resto della serata era stato un rapimento di canti, e di musiche e di marcianti clangori di trombe: che ancora, nella tranquilla frescura notturna, echeggiavano, melodiose, nella memoria. Camminando si allargava nel petto di Giacomo un fermo, un duro proposito. Bisognava studiarla sul serio la musica, e lottare, e vincere! Non per le pedate dello zio organista, non per meritarsi di andare a caccia, nei giorni di festa, col bravo maestro Angeloni, ma per se stesso, per servire la voce interiore che si alzava imperiosa nel suo animo.
E questa vocazione, ora che la sentiva grandeggiare, prepotente, gli pareva di averla sempre avuta. Forse, quando, sedendo all’organo, nella chiesa delle Benedettine, si abbandonava a capricci profani, non era scandalo ma virtù; virtù sua, inconfondibile, e sua missione tra gli uomini. Ora lo capiva, ora conosceva se stesso, e giurava di essere fedele al comando di quella sera, sgorgato tra i palmizi di cartapesta nel Nilo, e confermato al cospetto delle dolci rive del Serchio, che scorreva,
silenzioso, al piede dei colli. L’aria andava facendosi grigia, di quel dubbioso colore ch’è come il presentimento dell’alba. Poi apparvero le mura di Lucca, con le alte chiome frondose. Entro la loro cerchia serrata spuntavano la torre dei Guinigi e i campanili delle molte chiese. Puccini abitava una casa senza grazia, nella tetra via di Poggio. Varcandone la soglia alle prime luci del giorno, un proposito era ormai chiaro in lui: bisognava andare a Milano”.

Se ci siamo dilungati su questo episodio non è per amore della retorica bensì per dare a atto a Pisa, anzi al suo teatro Nuovo (solo successivamente, dopo la morte del grande compositore bussetano, sarebbe diventato teatro Verdi), di aver ispirato Puccini nella sua scelta di vita che lo avrebbe portato ad essere un dei massimi compositori della storia della musica, certamente l’ultimo (almeno secondo noi) interprete di questo genere musicale che aveva affascinato il pubblico di ogni censo per almeno due secoli.
Ma veniamo a questa Tosca. La stessa, dicevamo, del debutto lucchese in quel fatidico 29 novembre 2024, data della morte di Puccini. Scene di Giacomo Andrico, costumi di Rosanna Monti, luci di Tiziano Panichelli e, al debutto nella regia, Luca Orsini. Sul podio dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini la giovane e talentuosa bacchetta di Henry Kennedy, direttore formato alla Royal Academy of Music di Londra e perfezionato alla Riccardo Muti Italian Opera Academy, da poco nominato primo direttore residente del National Arts Centre di Ottawa.
Tutto come a Lucca, dunque? Per fortuna no: un deciso cambio di rotta per due dei protagonisti principali, Cavaradossi e Tosca. Vincenzo Costanzo dopo il recentissimo successo al Petruzzelli di Bari e all’Opera di Roma sotto la bacchetta di Daniel Oren, sarà il Cavaradossi pisano, mentre Marily Santoro, al suo debutto nel ruolo del titolo, vestirà i panni della cantante Floria Tosca.

Marily Santoro e Vincenzo Costanzo
Floria Tosca e Mario Cavaradossi
Immutato il resto del cast che vede David Cecconi nelle vesti del Barone Scarpia, Omar Cepparolli in quelli di Cesare Angelotti, Nicolò Ceriani in quelli del sagrestano, Alfonso Zambuto in quelli di Spoletta, Eugenio Maria Degiacomi (Sciarrone), Paolo Breda Bulgherini (Un carceriere) e Dalia Spinelli (Un pastorello).
Il Coro Arché è stato diretto da Marco Bargagna; per le voci bianche, il coro Puccini 100 è istruito da Angelica Ditaranto affiancata da Niccolò Bartolini e composto in collaborazione tra la Cappella Santa Cecilia di Lucca e la Scuola di Musica Giuseppe Bonamici di Pisa.
Rinfreschiamo un attimo la memoria, dal momento che il nostro commento allo spettacolo lucchese risale ormai a tre mesi fa.
“Una scenografia decisamente sontuosa, quella propostaci da Giacomo Andrigo, talvolta poco comprensibile come nel II^ atto dove Scarpia si trova ad essere quasi schiacciato da un catafalco, talaltra invece decisamente suggestiva come nel III^ atto dove Castel Sant’Angelo, pur riconoscibile, diviene una sorta di luogo-non luogo dove l’epilogo ferale per Cavaradossi e Tosca viene accolto alla stregua di un sogno/incubo raccontato a distanza di tempo.
Interessanti i costumi di Rosanna Monti che sembrano seguire più gli stati d’animo che la coerenza cronologica della vicenda. Incredibilmente efficaci quelli della conclusione del I^ atto al Te Deum affidati a sacerdoti e porporati: sembrano “l’armata di terracotta” della città di Xi’an, monocrome statue prive di sentimenti irrigiditi in una ritualità ormai priva di significati mente intorno a loro la vita gioca le sue carte con ben altri stati d’animo.
Complessivamente buona la regia di Luca Orsini, tradizionale e rispettosa, che tuttavia sembra limitarsi a raccontare i fatti noti senza scavare più di tanto nell’animo dei personaggi che restano così a mimare gesti prevedibili e non sempre capaci di descrivere il dramma in cui si trovano ad agire.”
Così avevamo scritto nella recensione lucchese e non possiamo che confermare il nostro giudizio, positivo nella misura in cui la storia, nelle sue molteplici e diverse sfumature, viene adeguatamente raccontata nella parte visiva, nel rispetto della volontà del compositore, mentre ci è sembrato, ancora una volta, che la regia, pur curata, si perda lasciando “galleggiare” i personaggi in una lettura molto orizzontale e prevedibile, senza addentrarsi troppo in quelle personalità che, a nostro avviso, librettista e compositore ci presentano invece come complesse, contradditorie, profonde.
L’Orchestra giovanile Cherubini, al di là di un livello di suono talvolta troppo forte, ci ha regalato momenti di grande suggestione: del resto la partitura pucciniana è una sequenza continua di emozioni fatte di nuance che abbisognano di sensibilità oltre che di tecnica; in questo senso, confermando il giudizio che avevamo dato a Lucca, la bacchetta di Henry Kennedy ha saputo ben guidare i musicisti facendo sì che ogni singolo suono sia percepito ed apprezzato per dare all’assieme quel corpo e quella magia che rende quest’opera una delle preferite tra i melomani.


Ma andiamo a parlare delle new entries, Vincenzo Costanzo e Marily Santoro.
Il tenore napoletano, come abbiamo visto non nuovo a questo ruolo, lo ha affrontato in modo più che convincente: padrone della scena, una vocalità decisa ed esuberante, si “diverte” anche ad allungare le note in una gigioneria più da tenore old style che secondo i canoni più moderni.
Forse in questa sua attenzione alla forma talvolta perde di vista la sostanza del personaggio che appare bidimensionale anziché tridimensionale come invece merita per l’impegno profuso dal compositore nel tracciarne il disegno musicale. Certamente si riscatta in un’ottima performance al terzo atto con una bella “E lucevan le stelle” nella quale la commozione si riverbera istantaneamente sul pubblico che lo premia con un caldissimo applauso. Non che gli fossero stati negati prima, anzi, ma questo ci è apparso più sentito e partecipato.

Vincenzo Costanzo, tenore, Mario Cavaradossi
Una piacevole sorpresa è stata Marily Santoro che ha proposto, con successo, una Tosca meno drammatica e formale preferendo ad essa, forse anche per l’età della soprano reggina, una più appassionata, esuberante, fragile e decisa in una comprensibile contraddittorietà visto il contesto della vicenda. Una bella voce che sa esprimere con efficacia i sentimenti della protagonista senza indugiare in logori luoghi comuni, scegliendo anche vie nuove che in lei trovano un meritato riscontro.

Decisamente difforme da quello che conoscevamo, lo Scarpia che ci ha proposto
David Cecconi: quell’aurea che normalmente lo circonda di austerità e di arrogante ostentazione di potere e che ne fa un personaggio capace di mettere paura in virtù di questa essenza “maligna” è sostituita da una mollezza insidiosa, quasi viscida, che nulla toglie alla qualità interpretativa grazie alla sua vocalità eccellente ed una attenzione al fraseggio che ne fa un grande interprete, ma che ci propone un’immagine a cui non eravamo abituati.

Atto II – David Cecconi, Vincenzo Costanzo, Marily Santoro
Alfonso Zambuto, Eugenio Maria Degiacomi

Per gli altri interpreti, forse troppo caricaturale la figura del sacrestano che ci propone Nicolò Ceriani: non ce n’è bisogno, la sua buona voce potrebbe essere sufficiente ad attirare l’attenzione del pubblico anche in una modalità più sobria. Buona la prova di Omar Cepparolli, un Cesare Angelotti più che convincente, e di Alfonso Zambuto nel ruolo di Spoletta.
Confermiamo la nostra perplessità sulla scelta di Dalia Spinelli come Pastorello ma non è certo un ruolo sul quale merita soffermarci troppo.
Le foto di scena sono di J.Diego Bianchi
Con questa Tosca vanno “in pensione” due figure chiave del teatro Verdi: il Presidente, Patrizia Paoletti Tangheroni, che viene sostituita da Diego Fiorini, e Cristian Carrara, direttore artistico, il cui incarico viene assunto da Marco Tutino una indiscutibile personalità nel mondo della musica e del teatro.


Marco Tutino
Diego Fiorini Marco Tutino
Incontriamo Diego Fiorini, direttore della Fondazione Cerratelli, docente in corsi di Alta Formazione per sarti di scena, docente titolare di Costume per lo spettacolo presso l’Accademia linguistica di Belle Arti di Genova. Tuttora firma allestimenti e costumi per importanti produzioni liriche e allestisce mostre ed eventi legati al costume e all’arte contemporanea per musei e realtà espositive di primo piano.
A lui rivolgiamo alcune domande.
1. Con Tosca si conclude la stagione lirica 2024/25 a Pisa ma anche, in qualche modo, il centenario della morte di Giacomo Puccini. Come valuti questo centenario? Ritieni che le iniziative realizzate in Toscana abbiano sufficientemente reso omaggio al grande compositore lucchese?
Puccini è un maestro assoluto che merita il successo che il pubblico gli tributa ogni qualvolta torna in scena un suo titolo.
Dal centenario mi aspettavo molto di più e soprattutto un segno e un’azione che potesse concretamente rimanere per il futuro.
2. Da poco ti sei insediato, in qualità di Presidente, alla guida del teatro Verdi di Pisa. Come lo hai trovato e quali credi siano gli interventi più urgenti per dare una diversa immagine del teatro?
Il teatro di Pisa è vivacissimo e la città lo ama profondamente. Il mio pensiero è le mie azioni sono verso i giovani con molti progetti e attività a loro dedicati. La formazione dei giovani ai mestieri dello spettacolo è la cifra del mio mandato.
Inoltre stiamo approntando molti cambiamenti all’immagine del teatro, lavori di riqualificazione e nuovi arredi. Già dalla prossima stagione tante novità per vivere davvero il teatro oltre alle consuete occasioni.
3. E invece, in prospettiva, come vorresti ridisegnare il Verdi? Cosa vorresti per questo teatro?
Il teatro è già un punto di riferimento per tutta la Toscana, vorrei che diventasse anche un centro formativo per lo spettacolo e che si tornasse a produrre internamente scene e costumi. Questo è il mio obiettivo dal giorno del mio insediamento. Perché lo spettacolo è generato dal lavoro concreto di tante mani, un sapere immenso che non possiamo perdere perché è l’anima vera del teatro.
4. La presenza di Marco Tutino come direttore artistico del teatro è certamente di prestigio per il teatro e per la città: avete concordato una strategia per la lirica da proporre nelle prossime stagioni?
Marco Tutino è un grande maestro, la qualità è il suo unico obiettivo.
Abbiamo chiaramente limitazioni di budget ma all’interno di questo sta costruendo le prossime stagioni di grande valore artistico.
Sono già state approntate le prossime due stagioni… Stiamo lavorando molto in anticipo perché questo vuol dire serietà e risparmio.
5. Stupire o rispettare? Quale, secondo te, dovrebbe essere il compito di un regista che si approccia a lavorare su un’opera lirica?
Il rispetto per la parola e la musica prima di tutto. Ma lo spettacolo deve parlare a noi, oggi! Non è cosa semplice ma con le scelte fatte credo che si possa dimostrare che è possibile.
6. Il teatro Verdi fuori dalle sue mura: in che modo pensi sia possibile portare il teatro e le sue attività in mezzo alla gente?
Il teatro di Pisa è già tra la gente, desidero intensificare il lavoro con le scuole. Da settembre un nuovo piano di proposte per le scuole che presenteremo nei prossimi mesi.
7. Pisa ma non solo: intorno al teatro Verdi, nel territorio della provincia, ci sono moltissimi piccoli e medi teatri che vivono di vita propria o sopravvivono con fatica. Ritieni possibile la creazione di una rete di questi teatri legati al Verdi attraverso attività condivise, una programmazione coadiuvata da voi? E ritieni possibile pensare ad alcuni di essi come “laboratori” dai quali attingere elementi da portare al Verdi?
Ho già avviato un dialogo con alcune realtà interessanti. Sono aperto alle collaborazioni perché credo che solo insieme si può raggiungere risultati nell’unico interesse dei giovani e del pubblico al quale il nostro impegno e sforzo è indirizzato.
Stefano Mecenate

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