
Sono state ancora una volta l’emergenza e l’eccezionalità ad aver costituito la base razionale di giustificazione di scelte che diversamente responsabili di governo e amministratori, a qualsiasi grado e livello, non assumerebbero sulla base e in condizioni di normalità e ordinarietà. Ci si riferisce, in questa sede, alla disposizione adottata alla fine di novembre 2022 – per poi essere ritirata nell’arco di una settimana a seguito delle proteste di cittadini e di severi ripensamenti politici – dal Board of supervisors di San Francisco riguardo alla possibilità per la polizia locale di impiegare robot ‘militari’ capaci di colpire a morte obiettivi umani in casi di estrema pericolosità, quelli in cui «il rischio di perdite civili o ufficiali è imminente e supera ogni altra azione di forza disponibile». In altre parole l’equivalente del Consiglio comunale di una delle più famose città californiane, ipotizzando eventuali e puntuali scenari di straordinaria pericolosità, ha inteso introdurre delle ‘macchine intelligenti’ dotate di esplosivo da far brillare all’occorrenza contro temibilissimi malviventi grazie a un comando a distanza gestito da personale tecnico altamente specializzato, al cui utilizzo si dovrebbe poter accedere solo in seguito all’autorizzazione di figure apicali del Dipartimento di polizia.
Così facendo, in pratica l’azione di contrasto alla criminalità ha cominciato a prevedere la presenza attiva di sistemi digito-cibernetici in grado di usare – come si sosteneva da parte di chi ha votato il provvedimento in questione – la forza non solo in condizioni di maggiore sicurezza, ma anche in modo più mirato e chirurgico, finalità perseguibili ormai solo attraverso i più sofisticati ritrovati della tecnologia contemporanea. Ma chi può assicurare che alla base di tali determinazioni non siano posti altri scopi, che nulla abbiano a che fare con la sicurezza dei cittadini e degli operatori di polizia e con il perfezionamento delle strategie di intervento delle forze dell’ordine? Che tale decisione di robotizzare la polizia, seppur in via eccezionale, sia stata poi rivista e annullata, non toglie che essa, dunque, abbia posto più di un problema culturale e sollevato notevoli interrogativi etici.
In primo luogo l’evocazione e il ricorso a situazioni emergenziali e ‘fuori-dall’-ordinario’ sta diventando una prassi politica preoccupante, dal momento che, da un lato, serve a inoculare negli individui un senso di incertezza, precarietà e terrore, che, generando a sua volta da parte loro la richiesta di maggiore sicurezza, in definitiva rende del tutto accettabili socialmente provvedimenti estremi e centrati sullo scardinamento dei diritti fondamentali di libertà; dall’altro, prospetta l’affermazione di una realtà diffusamente e ordinariamente ‘militarizzata’, in cui la convenienza collettiva dell’impiego di strumenti artificiali ad alta precisione elaborativa e operativa diviene difficilmente discutibile e resistibile.
In secondo luogo, il caso dei Robocop di San Francisco tende ad affermare, anche nel settore della sicurezza pubblica – al pari di quello della burocrazia statale e privata, della formazione universitaria e scolastica, come di ogni altra dimensione della vita individuale e sociale – la ‘necessità’ e ‘l’incontrovertibilità’ dell’impiego sempre più massiccio dell’Intelligenza Artificiale, della robotica e della digitalità, oggi in maniera saltuaria e mirata, per ‘ragioni speciali’, domani in maniera regolare e indifferenziata, e sempre più non in integrazione dell’azione umana, ma in sua sostituzione. In questa chiave e direzione, dunque, andrebbe letta con preoccupazione la rassicurazione politica della gestione umana telecomandata dei robot killer, in quanto nulla può garantire che con un qualsiasi provvedimento ad hoc il controllo della forza non passi, in qualsiasi momento non prevedibile ma supponibile, in capo all’automa, visto che è già congegnato e configurato come ‘intelligente’.
Di conseguenza, e in terzo luogo, l’eccezionalità sotto la cui ala e con il cui pretesto sono state introdotti i discorsi, veicolati come ‘comunque imprescindibili’, della militarizzazione e della robotizzazione dell’attuale società del pericolo e dell’incertezza, ha liberato anche la questione, nemmeno più dell’opportunità quanto ormai dell’urgenza, di individuare quelle situazioni in cui a dover decidere, soprattutto in condizioni di particolare intensità emotiva derivante dall’estremità/pericolosità della circostanza esperita – per esempio quella di uno scontro a fuoco prolungato e particolarmente feroce, in cui sia necessaria la maggiore freddezza e neutralità valutativa e operativa al fine di usare la forza nel modo più oculato e meno dannoso possibile – siano proprio i robot/le intelligenze artificiali, garanzia di assoluto macchinico distacco e imperturbabilità. In merito a ciò, chi potrà stabilire quali siano i parametri da consegnare alla macchina sulla base di cui intervenire ‘autonomamente’ nel modo ‘giusto’? E nel caso di un danno collaterale nell’uso della forza/violenza legittima da parte di tali tecnologie, in che modo e secondo quali ragionamenti e argomentazioni giuridici, razionali e plausibili, sarà individuata la responsabilità d’azione se dovessero essere esse a decidere come operare o se, come prospettato dal ‘provvedimento castrato’, dovesse essere l’operatore a distanza a comandare quell’azione impropria o fallace? E quali maggiori garanzie di ‘equità sociale’ fornirebbero gli agenti-robot laddove la loro impostazione, eventualmente riproducendo ‘algoritmicamente’/‘matematico-modellisticamente’ i pregiudizi dei loro programmatori, dovesse perpetuare ‘artificialmente’ un’intera ‘antropica’ storia di discriminazione della polizia nei confronti delle minoranze etniche, economiche e sociali costituenti la popolazione su cui andrebbero a insistere? E ancora: la tecnologizzazione della forza legittima, pur mostrandosi come un evidente progresso della sicurezza nei confronti del crimine, nella sua forma ‘neutra’ e ‘asettica’ non potrebbe essere colta al contrario come un’intensificazione evolutiva della violenza, della cui consistenza e grevità si potrebbe perdere totalmente la percezione, così da autorizzare implicitamente un suo uso più massiccio, capillare e indiscriminato?
Queste domande sono ancora più giustificate dal fatto che, nonostante il ritiro della proposta avanzata dal Consiglio di San Francisco, a New York, a soli cinque mesi di distanza, il Sindaco Eric Adams, con la collaborazione del commissario della New York Police Departement, abbia ‘slegato’ e ‘sguinzagliato’ Digidog, il cane robot poliziotto che dovrebbe essere impiegato quasi per le stesse finalità individuate per il Robocop californiano e sempre in modo ponderatamente eccezionale e per il bene e la sicurezza della popolazione, dotato com’è di telecamere e di tutta quella strumentazione atta a ‘difendere’ cittadini e poliziotti in casi di estremo pericolo e necessità. Insomma collocando il Rex cibernetico accanto al poliziotto androide di turno si stanno forse realizzando le prove generali per un’iper-tecnologizzazione degli apparati securitari, che, integrando gli ormai diffusissimi sistemi di sorveglianza digitale di massa, stanno riducendo al massimo grado gli spazi di non-visibilità degli individui e delle loro relazioni all’interno della società odierna, sempre più alienata dallo e nello sguardo di una ‘umana’ macchinicità ‘non-’ e ‘dis-umana’.
Pietro Polieri

Lascia un commento