Dopo oltre 2 anni di pandemia accompagnata da restrizioni e chiusure mentali e materiali siamo emersi, o stiamo emergendo, speriamo, dal tunnel. Per entrare in un altro che ci rende ancora più incerti e sgomenti. Di cui non si vede, al momento, neppure uno spiraglio di luce.
Oggi, dopo i vari tuttologi, virologi, ecologisti transizionisti, arrivano i gepolitologi nonché gli pseudocompetenti di strategia bellica. Ognuno dice la sua, spesso tutto e il suo contrario anche nella medesima proposizione.
Fra le tante letture e ricerche, da ritenere serie e attendibili, nonostante il pullular di fake news, mi imbatto in un articolo del 2014 della redazione- Esteri di Tempi. fra i tanti, dopo invasione e occupazione russa della Crimea.
Una riflessione profonda, colpisce, a mio avviso. Dato che rappresenta il mio pensiero, almeno negli ultimi giorni della guerra Russo Ucraina, che purtroppo si è verificata come in una tragica profezia.
“L’obiettivo di un accordo, ha concluso Kissinger, «non è la soddisfazione assoluta, ma l’insoddisfazione equilibrata», e se non la si ottiene «la deriva verso il conflitto accelererà, e di questo passo accadrà abbastanza presto»”. Sono passati 8 anni. Di conflitti intestini.
Eccellente e interessante. E, purtroppo, attinente a questa attuale drammatica contingenza.
«La demonizzazione di Putin non è una politica, ma l’alibi per l’assenza di una politica», esordisce Henry Kissinger in una intervista di allora.
L’ex segretario di Stato americano, oggi novantanovenne, diceva allora che “se l’Ucraina vuole «sopravvivere e prosperare, non può essere l’avamposto di due fazioni in lotta l’una contro l’altra, ma dovrebbe fare da ponte».”
Ciò che, più o meno pensiamo tutti. Oggi. Ma i buoi sono già, ahimé, fuggiti dalla stalla.
“L’Ucraina è spaccata in due. Cercare di promuovere la causa della parte occidentale filo-europea o della parte orientale filo-russa, come è stata fatto sinora, porterebbe il paese «alla guerra civile o alla separazione». Questo aveva scritto in un editoriale apparso sul Washington Post.” Non ha usato mezzi termini per descrivere gli effetti nefasti della politica estera dell’Unione Europea, accusandola di aver «trasformato una trattativa in una crisi». «La demonizzazione di Vladimir Putin – ha rincarato, riferendosi alla propaganda occidentale – non è una politica, ma l’alibi per l’assenza di una politica»”.
“UCRAINA: PONTE FRA OCCIDENTE E ORIENTE. «Troppo spesso la questione ucraina si pone come una resa dei conti: se l’Ucraina sceglie di unirsi all’Oriente o all’Occidente. Ma se l’obiettivo dell’Ucraina è quello di sopravvivere e prosperare, non può essere l’avamposto di due fazioni in lotta l’una contro l’altra – dovrebbe fare da ponte». Per questo la Russia deve accettare che cercare di trasformare l’Ucraina in uno stato satellite, e quindi spostare di nuovo i confini della Russia, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia» creando continue tensioni reciproche «con l’Europa e gli Stati Uniti». Dall’altra parte, osserva, «l’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non potrà mai essere soltanto una nazione straniera, dato che ha fatto parte della Russia per secoli, e le storie dei due paesi si sono intrecciate molto prima».
Kissinger ha ricordato che proprio in Ucraina sono state combattute alcune delle più importanti battaglie per la libertà russa e che anche i dissidenti Aleksandr Solzenicyn e Joseph Brodsky hanno sempre sostenuto che l’Ucraina faccia parte integrante della storia russa e della Russia”.
“PAESE DIVISO IN DUE. Il problema della spaccatura in Ucraina non riguarda soltanto la Crimea, «territorio ucraino solo dal 1954, e dove il 60 per cento della popolazione è russa». È tutto il paese a essere diviso: «L’ovest è in gran parte cattolico, l’est è in gran parte ortodosso. Nell’Ucraina occidentale si parla in ucraino, in quella orientale si parla prevalentemente il russo». A causa dell’incapacità dei leader ucraini, «che non hanno imparato l’arte del compromesso, ancor meno avere una prospettiva storica», ha affermato l’ex capo della diplomazia Usa, lo scontro fra le due parti del paese si è accentuato. «Gli sforzi dei politici ucraini, di una fazione o dell’altra, sono quelli di imporre la loro volontà alla parte avversaria e recalcitrante del paese». Questa è, secondo Kissinger, «l’essenza del conflitto tra Viktor Yanukovich e il suo principale rivale politico, Yulia Tymoshenko. Essi rappresentano le due ali di Ucraina e non sono stati disposti a condividere il potere». In uno scenario di questo tipo, ha proseguito Kissinger, «una saggia politica statunitense verso l’Ucraina avrebbe cercato un modo per le due parti del paese a cooperare con l’altro». La Russia e l’Occidente «non hanno agito sulla base di questo principio e non hanno fatto altro che peggiorare la situazione»”.
“L’INSODDISFAZIONE EQUILIBRATA. «Dobbiamo cercare la riconciliazione, non il dominio di una fazione», ha continuato Kissinger, perché «trattare l’Ucraina come parte di uno scontro Est-Ovest affosserebbe per decenni ogni prospettiva di portare la Russia e l’Occidente – in particolare la Russia e l’Europa – in un sistema internazionale cooperativo».
Kissinger aveva infine proposto alcuni punti base per un possibile accordo fra Occidente e Stati Uniti.
«l’Ucraina dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente a quali associazioni economiche e politiche aderire», compresa l’Unione Europea, ma «non dovrebbe entrare nella Nato». Inoltre, i leader ucraini dovrebbero optare non per lo scontro politico ma per una «politica di riconciliazione tra le varie parti del loro paese». L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea e riconoscere senza ambiguità la base della Flotta russa del Mar Nero a Sebastopoli.
L’obiettivo di un accordo, concludeva, «non è la soddisfazione assoluta, ma l’insoddisfazione equilibrata», e se non la si ottiene «la deriva verso il conflitto accelererà, e di questo passo accadrà abbastanza presto»”.
Carla Ceretelli

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