Le Province esistono ancora? Un po’ sì, un po’ no, un po’ dipende da dove e da quanto!!! Siamo l’Italia, bellezza. Dal 2014 da quando si è cominciata la riforma, mai completamente realizzata degli assetti istituzionali, le amministrazioni provinciali non sono state più le stesse.
Ma ci sono ancora le Province? La domanda non è da bar. E poi perché indulgere con questo luogo comune baristico e non balistico? Le domande da bar sono le più interessanti e forse le più importanti, come diceva il mio direttore Rino Bulbarelli, perché al bar senti il polso della situazione popolare.
Povere Province, e pensare che ai miei tempi di giovane cronista provinciale la Provincia era un po’ il Senato locale della politica, nel cui consiglio arrivavano ex sindaci, ex assessori, notabili importanti di associazioni e professioni, un bel sinedrio di cultura oltre che agone (lo so mamma, agone non me lo perdonerai mai, ma poi ti spiego) oltre che agone ideologico e politico. Eh, l’agone!
Lo vorrebbero fare anche in televisione ma lì spesso si trasforma in esclusiva confusione, che fa rima con agone ma non è la stessa cosa. L’agone, luogo della tenzone, il posto della disputa, l’area del confronto: che bello sarebbe tornare tutti all’agone civile e sociale, dove tutte e tutti possono parlare senza sovrapporsi e senza urlare e magari ascoltando quel che dice l’atro. E tenerne conto per andare avanti.
Come succedeva nella mia Provincia, primi anni 80, ah cos’erano gli anni Ottanta! dove il dibattito in consiglio provinciale era ovviamente anche vivace ma a colpi di fioretto, citazioni eleganti, osservazioni colte e pacate, riflessioni anche articolate con preziosismi linguistici e riferimenti letterari. Mica le sciabordate che poi sono arrivate anche nei sacri e laici palazzi istituzionali dove talora si è scesi a parlar come nemmeno si parla nei peggiori bar di Caracas.
Evviva il consiglio provinciale dove tutto era pacato eppur deciso e determinato, era umano anche lo scontro. Che pomeriggi quei pomeriggi in consiglio provinciale dove la Provincia si vedeva che contava e contava eccome: strade e scuole, caccia e pesca, ambiente e territorio, agricoltura e allevamento, così importanti per il territorio mantovano. Come direbbe il mio amico sociologo Aldo Bonomi, autore di farsi icastiche e titoli mitici, già allora nella terra e territorio mantovano “il margine si faceva centro”, i settori di limite erano in realtà settori centrali. Importante la Provincia per le strade e le scuole: ma scherziamo?
La nostra vita quotidiana è fatta di strade e scuole, basterebbero questi due settori a far lavorare pienamente una istituzione. Scuole e strade: chi bada loro pienamente ed effettivamente oggi? Bella domanda. Le Province dove son rimaste le Province, le Città Metropolitane dove sono state insediate queste nuove forme di governo territoriale in dieci aree vaste del Paese che corrispondono alle dieci più gradi bara popolose cosiddette metropoli, da Roma a Milano d a Bologna a Reggio Calabria, e le province o regioni autonome dove ci sono. Riforma incompiuta o computa a metà? La domanda non è banale.
E pensare che la Provincia non è solo un organo storico costitutivo dell’organigramma statuale italiano ereditato dal Regno di Sardegna (1847) sul modello francese, ma per oltre 150 anni è stato il punto di riferimento sovracomunale della popolazione tutta. “Vado in Provincia per la scadenza del permesso”. Non ho mai sentito nessuno che mi ha detto in questi anni “Vado alla Città Metropolitana per fare istanza”.
Che poi questa definizione della Città Metropolitana con consiglio di secondo grado, cioè non eletto dai cittadini ma formato dai consiglieri e sindaci dei comuni associati, è una roba non ancora “sentita” dalla gente. Se dico a mia mamma che vado alla Città Metropolitana lei mi chiede scuramente se ho fatto il biglietto, perché pensa alla metropolitana di Milano e alle carrozze colorate che svettano tra sottosuoli incredibili. “No mamma, in certe città la Metropolitana è la nuova Provincia”. “Ah ben a gh’astag po a dré a ch’li robi lè” Non sto più appresso a queste robe.
C’è stata una fase in cui la Provincia diventando anche ente percettore ed esattore di una tassa non visse periodi popolari: parliamo della Tosap, la tassa per occupazione del suolo provinciale, fasce di terra di solito tra una proprietà privata e una strada. Questa Tosap non era simpatica.
Anche come sigla, o acronimo, Tosap, tosare, tagliare, accorciare, era diventato quasi una citazione a sberleffo, i “tosa la tera”, i commenti da bar. Dunque, le province ci sono ancora ma non sono tutte uguali e non hanno tutte lo stesso peso, in alcune zone sono persino autonome e una fa anche da regione. Insomma, c’è di che far lezione.
Fabrizio Binacchi

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