Vestivamo quei giubbini di jeans stretti con tasche e taschini e sotto quella camicia con le punte dei colli che avvolgevano quasi le spalle e qui pantaloni jeans stretti a coscia, ché si vedevano persino le cento lire in tasca, e finivano più larghi, a campana, sulle caviglie. Fantastici anni Settanta con le loro assemblee, i loro cortei per protestare contro qualcosa o pro qualcuno e le riunioni a scuola o in sala civica, con le loro assemblee sulla fame nel mondo e sulla guerra in Vietnam e sulla pace nell’Universo. Era molto meglio il “cioè” di allora dei nostri cosiddetti attuali “come dire” o “nella misura in cui”.
Era giovane quel “cioè” detto in forma interrogativa: “cioè?”. Cioè? Nei dibattiti spesso inutilmente accesi di assemblea al liceo o nelle lunghe riunioni politiche per decidere qualcosa di sociale c’era sempre una bella serie di cioè interrogativi. Poi c’èra il “cioèèè…” più lungo, non interrogativo, ma prendi-tempo, esplicativo con leggera cantilena.
Era molto giovanile ed era anche l’unico svago collettivo linguistico di quei fantastici e complicati anni Settanta. “Cioè, io propongo un’autogestione”, diceva il Berto. Ma la Fusa, movenze borghesi anche nella scrittura di un tema, replicava: “No, noi siamo discenti lasciamo ai docenti fare le docenze, cioè questa è la regola”. Evviva quegli anni Settanta dove lo sguardo del Lippo, il temutissimo Preside Poltronieri che ci faceva visite in classe improvvise e ci raccontava il suo citatissimo Gogol, “anime morte, foglie cadute”, con Rozanov, governava un’intera comunità di studenti e docenti.
Cioè stasera cineforum. Ah i cineforum con i film scelti dal filosofo della compagnia, ovviamente impegnato in politica marxista che doveva combattere nella scelta del titolo con l’amico ma competitore filosofico cattolico e cosiddetto benpensante. Cioè, gli schieramenti degli anni Settanta, fantastici e complicati anche loro tra movimenti e correnti, sindacati e associazioni, tra centri sociali e oratori, tra eskimo e loden, tra giacca e giubbino, tra capelli lunghi e ciuffo, le prime barbe, i foruncoli che non se ne andavano.
Cioè il ciclostile lo fai tu? chiedeva il Micio alla Patti, che era brava la Patti a scrivere anche di pace nel mondo. Eh i ciclostili erano il nostro computer, erano il nostro social, era l’inchiostro del cioè, contro l’imperialismo di qua e di là, per la libertà ovviamente ovunque, e impegno per il Laos e la Cambogia. Intanto ci scappava un casto bacio sulla guancia alla compagna di classe e di politica della terza, con quei riccioloni da film e quel sorriso solare, cioè le prime cotte, le corse in motorino, il Ciao che rombava come poteva e qualcuno sgommava quello che aveva il motore più grosso, e partendo in decollo si apriva il giubbino di jeans come ali improvvise.
Cioè fantastici e complicati quegli anni Settanta, cioè i decreti delegati, e sognavamo partecipazione e associazione, cooperazione e inclusione, la società che cambiava, le auto che si moltiplicavano come le zanzare e le corse ai primi gradi magazzini che arrivavano in provincia, stasera biliardino? Cioè per chi vuole anche biliardo, cioè! Andava anche un po’ il “ciò detto”, ma ai primi fischi si mollava. Ciò fatto era più raro. C’ho da fare era invece ricorrente. Mi passi il riassunto di Carducci. C’ho da fare. Ciò detto.
“Cioè dobbiamo fare qualcosa per l’emancipazione delle donne”, diceva il Laso e la Bende replicava “Cioè dai ripassiamo Manzoni, che domani il Prof ci interroga”. E via di Renzo e Lucia ma anche di Carlo Imbonati (in morte di…) che tanto ci faceva nostalgia. “Sentir, riprese, e meditar: di poco, esser contento: da la meta mai non torcer gli occhi: conservar la mano pura e la mente: de le umane cose tanto sperimentar, quanto ti basti per non curarle: non ti far mai servo: non far tregua coi vili: il santo Vero mai non tradir: né proferir mai verbo, che plauda al vizio, o la virtù derida”. E dal banco: Cioè il Manzoni qui enunciava, cioè, la sua visione del mondo e dell’impegno…
Cioè quelle frasi che ti riempivano la giornata e la vita che citavi anche a sproposito, alla mamma e alla morosa. Cioè, tremori di cuori e di pensieri nei fantastici e complicati anni Settanta. Si, dai, molto meglio cioè, era breve e bipartisan, era colto e popolare, era forte e innocente, era deciso ma anche interlocutorio, era un bel momento di riflessione. Cioè, diamoci una regolata e vediamo quel che possiamo fare. Fantastici anni di scuola. Cioè, evviva.
Fabrizio Binacchi

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