Complici soprattutto le nuove frontiere del marketing, quelle dei guru sul web, con migliaia di followers in cerca di virtuali pepite d’oro. Ma anche (e soprattutto) grazie ad alcune aziende corsare che tra mulini “a pietra” birre artigianali, una teoria eterogenea di prodotti “bio” e svariati “campionati del mondo” tra pizzaioli, hanno creato un fatale sostrato dove poggiare i più fantasiosi abbinamenti. Naturalmente avvalendosi dei citati guru, che riescono a convincere un mondo fatto per lo più da soggetti (per ovvi motivi) che raramente hanno superato le scuole dell’obbligo, convincendoli di essere delle top-star della pizzeria (e/o della comunicazione) con la possibilità di diventare dei franchisors di successo, e quindi ricchi.
La realtà è un po’ diversa, anche perché intanto si stanno sicuramente arricchendo i mulini a km “zero” i birrifici che spuntano come funghi, i produttori di forni “tipo Mercedes” e qualche furbacchione che gira la penisola svelando (dietro lauta ricompensa) i segreti del successo…Senza contare le aziende vinicole buttatesi a pesce nella nuova frontiera della vendita remunerativa, senza una particolare storia alle spalle. Basta il packaging e stare alle regole di questo gioco.
Capita così sempre più spesso di trovare pizzerie con impasti speciali a lunga fermentazione, condite come quella in foto (postata con grande enfasi dal conoscente fruttivendolo) così composta: Mozzarella rarissima di vacca bruna ma albina, fette di lime di Bora Bora, gamberi crudi di Mazara, caviale (non ben specificato ma dall’aspetto di comunissime uova di lompo) e a grandissimo effetto, la foglia d’oro centrale che sfido chiunque a descriverne sapore e valore gastronomico.
Come scimmiottare Gualtiero Marchesi 40 anni dopo…
Ormai sui menù le 4 stagioni, le Napoli o le Prosciutto e funghi vengono relegate in pagine finali (quando va bene sotto quella “Pizze tradizionali” che è già secondo me una grande nota di merito e valorizzazione) mentre troviamo prodotti carissimi ed esclusivi (ma lo saranno ancora esclusivi, quando il mercato prima o poi si saturerà inevitabilmente?) dal Culatello di Zibello alla Nduja di Spilinga, dalle alici del Cantabrico al Tartufo di Norcia, dal prosciutto di scrofa di Cinta senese al Parmigiano dop no Ogm 36 mesi. E l’elenco è sconfinato.
La domanda conseguente sorge spontanea, ma il comune di Bronte in Sicilia, è possibile che sia grande come la California?
Insomma la pizza, alimento nobile quanto povero, il primo pane sicuramente apparso sulla terra, condito con sale, olio ed erbe, poi con il pomodoro dopo il 1500 e arricchito con la mozzarella o formaggi dopo il 1800, vero e proprio gustoso salvagente energetico per generazioni e generazioni, si veste oggi con Frac e paillettes per attrarre una clientela di parvenus affamati soprattutto di selfie in locali alla moda ed “esclusivi”.
Tempi duri per noi soggetti da museo che ancora oggi vanno in brodo di giuggiole per una marinara fatta come si deve accompagnata da una bella bionda ghiacciata, con i suoi bei sentori di cereali e luppolo, moderatamente amara e totalmente “beverina” tanto da richiedere solitamente il bis, specie d’estate.
Ma al pizzaiolo rampante abituato da sempre al cliente da 10/15 euro è stato mostrato come accalappiare quello da 40/50 e adesso chi lo ferma più?
Cosa ci proporrà il nababbo infarinato tra 10 anni?

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