Al 67° Festival Puccini non poteva mancare Turandot, non solo perché tra le più popolari ed amate dal pubblico ma perché, in qualche modo, rappresenta, anche suo malgrado, il testamento artistico ed umano di Giacomo Puccini.
Sappiamo bene come il compositore lucchese l’abbia lasciata incompiuta per la sua morte, giunta inattesa nonostante le avvisaglie di una malattia che lo aveva colpito costringendolo ad un estremo tentativo di operazione a Bruxelles. Incompiuta e, nonostante i “fogli sparsi” lasciati, senza un’idea definitiva sul suo epilogo e sul percorso da compiersi per giungervi. Conosciamo bene quello trionfalistico che Toscanini ha affidato ad Alfano indicando una via che allo stesso compositore partenopeo non convinceva del tutto ma che, ob torto collo, ha confezionato con grande professionalità.
Molto meno conosciamo quello che nel 2001 ha composto Luciano Berio, in totale rottura con la conclusione di Alfano, mosso dall’emozione che quest’opera, come afferma Riccardo Chailly, aveva suscitato in lui: “Luciano era letteralmente infiammato da quest’opera durante le prove d’insieme fatte a Las Palmas – ha testimoniato Chailly ricordando quando ha battezzato il nuovo finale a Las Palmas di Gran Canaria – e mi diceva nell’intervallo: Ma noi italiani l’abbiamo capito a sufficienza il primo atto di Turandot? È la musica italiana più importante della prima metà del Novecento!”. Sedici minuti di musica, 307 battute di cui 133 prese dagli appunti di Puccini e riorchestrate e 174 da lui composte: un finale in cui Berio, dopo la morte di Liù, decide di: “…non voler imitare lo stile di Puccini ma realizzare un collage vivo delle sue intenzioni musicali, come ha fatto con Rendering su musiche di Schubert. Non si è travestito da Puccini, ma ha scritto autonomamente, partendo dal suo linguaggio e dai suoi temi. I ponti che uniscono uno schizzo all’altro hanno anche qualcosa di personale, ma con una funzione di collegamento: uno stile diverso che si modula con l’originale». Così ancora Riccardo Chailly nell’intervista rilasciata in occasione della prima alla Scala nel maggio del 2015.
Per la prima volta, questo finale è stato proposto al Festival Pucciniano in questa nuova produzione che vede la presenza anche del Teatro Goldoni di Livorno.
Un finale accolto positivamente dal pubblico, in una serata da tutto esaurito (anche se con le limitazioni dovute al Covid), che ha apprezzato questa lettura più intimistica ed umana dove prevalgono le cose non dette, quelle lasciate sospese per timidezza, pudore, sgomento piuttosto che l’esplicitazione quasi miracolistica del bacio capace di sciogliere l’algida Principessa.
Merito anche della direzione dell’orchestra del Festival affidata al M° John Axelrod, direttore principale e direttore artistico della Real Orquesta Sinfónica de Sevilla e direttore principale ospite dell’Orchestra Sinfonica di Milano. Una direzione efficace e appassionata che non si è lasciata coinvolgere da facili sbavature emotive ma che ha saputo cogliere nel cuore della partitura quelle suggestioni che caratterizzano la vicenda ed i suoi protagonisti.
Al suo debutto con quest’opera e per la prima volta al Festival Puccini il regista, Daniele Abbado, figlio del direttore d’orchestra Claudio Abbado. Così descrive la sua lettura di quest’opera: “Turandot è un’opera che sta appieno nel percorso teatrale del Novecento, una favola messa in musica da Puccini che ci spinge verso una narrazione non letterale né tantomeno realistica: il mondo che irrompe in scena è in preda a una paralisi, in una situazione di crisi diffusa di cui non si conosce l’origine, probabilmente è stata dimenticata. Turandot è un’opera nella quale si incontrano e fondono diversi linguaggi, e il testo ne diviene il luogo principe. Studiando la struttura linguistica di quest’opera ne ho scoperto la grandissima modernità. Un lavoro attento e rigoroso fatto di comprensione e costruzione dei personaggi che ho fatto insieme agli interpreti.
Favola, incubo, poesia scandiscono i momenti di quest’opera che porta in scena l’eterno confronto Amore-Morte, una scena sulla quale mondo onirico e mondo reale convivono. Puccini non riuscì a completare Turandot. Anche con l’importante apporto di Luciano Berio, questo racconto scenico sembra quindi non chiudersi su una fine, quanto piuttosto donare a Turandot il senso di un tentativo, un esperimento. Turandot come Opera Aperta, consegnata al destino di generare e ospitare finali di significato diverso”.
Sinceramente poco abbiamo condiviso di questa regia all’interno della quale, forse, le troppe chiavi di lettura hanno creato un clima confuso che ha fatto perdere il senso del dramma dei protagonisti nello sviluppo della vicenda.
Anche la scelta di far morire Liù con del veleno anziché con un pugnale (e cosa significava quel gettarsi addosso quel liquido?) ci sembra discutibile non solo perché priva della spontaneità quel gesto dettato dalla paura di poter tradire sotto tortura il suo signore, ma anche perché eventuali rimandi a vicende legate alla vita personale del compositore (il caso di Dora Manfredi) ci sembrano forzati e inopportuni.
Ma si sa, in ogni regia la soggettività del regista detta regole ferree imponendo ritmi, linguaggi scenici, scelte emozionali che non sempre vengono comprese o condivise.
Le scene, ovviamente coerenti con la scelta registica, sono quelle di Angelo Linzalata realizzate dagli artisti della Cittadella del Carnevale: “simboliche e minimali, per un’opera assolutamente moderna e in cui è evidente un importante approccio tecnologico”, i costumi sono di Giovanna Buzzi.
Il cast vede il tenore siciliano Ivan Magrì nei panni di Calaf, il principe ignoto, partire in modo incerto per poi progressivamente riprendere il controllo fino al “Nessun dorma” che strappa applausi sinceri dal pubblico mantenendo però costante un distacco emozionale che rende il personaggio quasi non coinvolto da ciò che accade intorno a lui.
Emily Magee, Turandot, pur brillando nel registro più alto, sembra non trovare l’equilibrio giusto accontentandosi di portare a casa un risultato dignitoso. Decisamente migliore la prova della giovane Emanuela Sgarlata, Liù, che nella romanza “Tu che di gel sei cinta” conquista definitivamente il pubblico.
Poco chiara l’interpretazione di Giulio Mastrototaro (Ping), Marco Miglietta (Pong) e Andrea Giovannini (Pang), rispettivamente gran cancelliere, gran cuciniere, gran provveditore che nel secondo atto parevano recitare più che cantare quella bellissima pagina densa di significati, spesso compromettendola con ironie fuori luogo.
Bella la voce del basso Nicola Ulivieri, Timur, complessivamente positive le prove di Kazuki Yoshida, l’Imperatore Altoum , Giovanni Cervelli, il Principe di Persia, Francesco Facini, un Mandarino. Decisamente positivo il coro delle Voci Bianche del Festival Puccini curato da Viviana Apicella, un po’ meno il Coro del Festival Puccini diretto dal Maestro Roberto Ardigò che ha mostrato in alcune occasioni, scarsa omogeneità.
Molto apprezzati i due maxi schermi ai lati del boccascena con i testi del libretto in italiano e in inglese, ben leggibili e di grande aiuto specie per i non melomani che l’opera conoscono a memoria.
Un’imprevista pioggia, pur passeggera e veloce, ha interrotto l’opera proprio nelle prime battute ma tutto poi è tornato alla normalità e l’esecuzione è ricominciata senza nessun’altra interruzione.
Turandot tornerà in scena il 30 luglio e il 7 e 21 agosto.
Stefano Mecenate
Regia: Daniele Abbado – Dir. Orche. John Axelrod Turandot: Emiky Magee Liù: Emanuela Sgarlata Calaf: Ivan Magrì Regia: Daniele Abbado – Dir. Orche. John Axelrod Turandot: Emiky Magee Liù: Emanuela Sgarlata Calaf: Ivan Magrì Daniele Abbado Regia: Daniele Abbado – Dir. Orche. John Axelrod Turandot: Emiky Magee Liù: Emanuela Sgarlata Calaf: Ivan Magrì Daniele Abbado Regia: Daniele Abbado – Dir. Orche. John Axelrod Turandot: Emiky Magee Liù: Emanuela Sgarlata Calaf: Ivan Magrì Regia: Daniele Abbado – Dir. Orche. John Axelrod Turandot: Emiky Magee Liù: Emanuela Sgarlata Calaf: Ivan Magrì








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