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Pisa, Teatro Verdi – Un “decano” con la freschezza di un novizio: intervista a Silvano Patacca

Intervista di Stefano Mecenate al direttore artistico prosa e danza della Fondazione Teatro di Pisa Silvano Patacca

di Stefano Mecenate | 10 Giugno 2021

Passano gli anni ma Silvano Patacca, direttore artistico prosa e danza della Fondazione Teatro di Pisa, resta per il teatro di Pisa un intramontabile punto di riferimento per le attività artistiche e non solo quelle legate alla prosa o alla danza.

Dal 1981 ha iniziato a collaborare, per le stagioni d’opera, con il Teatro Verdi di Pisa, dal 1987 lavora presso la Fondazione Teatro di Pisa; nell’autunno 1989 inizia la sua collaborazione con il direttore del teatro sino al conseguimento della qualifica di responsabile dell’ufficio direzione, svolgendo, tra le altre, funzione di scelta e di programmazione degli spettacoli per la stagione teatrale e per la rassegna di danza. Dal dicembre 2007 gli è stata attribuita dal Consiglio d’amministrazione della Fondazione Teatro di Pisa la responsabilità della programmazione del Teatro Verdi, qualifica integrata, dal marzo 2009, da quella di direttore della formazione. È al secondo mandato come vicepresidente di ADEP-Federdanza ed è membro dell’Ufficio di Presidenza di FEDERDANZA-AGIS.

Ha visto passare Presidenti, direttori artistici, membri dei vari consigli di amministrazione; ha portato nel teatro pisano artisti famosi e compagnie di danza prestigiose; ha attraversato le “mode” senza rimanerne prigioniero, cogliendo piuttosto quello che di interessante e di nuovo potevano proporre. Ha vissuto questo lunghissimo e doloroso lockdown che ha chiuso le porte dei teatri cercando di capitalizzare questo momento di silenzio per trovare nuove idee e nuove energie per riaprire al pubblico con un’offerta ancora più allettante.

Un “decano” che mantiene lo spirito di un novizio e la curiosità di chi sa che, solo esplorando e confrontandosi, si cresce davvero e si aiuta a crescere…

Questa articolata intervista che ci ha rilasciato vuol essere al contempo un omaggio ad una figura che ha segnato tappe importanti all’interno del teatro e della città ed un desiderio di conoscere di lui e della sua attività cose che non ci aveva ancora raccontato.

  1. Si riparte! Sembra un grido liberatorio che attraversa il Paese e abbraccia pubblico e addetti ai lavori: cosa ne pensa un direttore artistico che ha dovuto attendere così tanto per tornare ad aprire le porte del teatro?

Quando è arrivato il dpcm del 9 marzo 2020 che stabiliva, non più diverse zone del Paese, ma “un’unica Italia zona protetta” questo annuncio, per il teatro, era stato già preceduto dalla cancellazione dello spettacolo Alice in Wonderland di una compagnia russa in data al Teatro Verdi il 12 marzo. Questa Compagnia avrebbe dovuto esibirsi, prima della tappa pisana, in alcuni teatri del centro nord, in quella che fu la prima zona rossa italiana. In questa circostanza le preoccupazioni furono principalmente organizzative: come comunicare la notizia, come rimborsare gli spettatori, oltre a verificare se fosse possibile, e quando, recuperare lo spettacolo.

Quando con quel decreto è arrivato il lockdown totale è subentrata, come nella maggior parte degli italiani, in primo luogo la paura per l’aspetto sanitario ancora sconosciuto nella sua drammatica portata, poi l’angoscia per quello che sarebbe stato il futuro, nell’immediato, per il nostro lavoro anche se si parlava ancora di “quindici giorni chiusi in casa che ci avrebbero salvato”.

Successivamente, man mano che l’epidemia si espandeva e di riaprire non se ne parlava è subentrato un senso di sconforto, mitigato solo in parte dallo sforzo di pensare attività da fare online, modalità alla quale non eravamo assolutamente preparati, per cercare di mantenere un rapporto con il pubblico e, nello stesso tempo, salvaguardare con lo smart working, il nostro posto di lavoro.

È superfluo ricordare, però, che lo spettacolo dal vivo fonda la sua ragion d’essere sulla condivisione di un’esperienza culturale fra artisti e pubblico dentro uno spazio fisico. La chiusura dei teatri per un periodo così lungo ha prodotto un doloroso vuoto per gli spettatori e un salto nel buio per tantissimi lavoratori dello spettacolo, artisti, tecnici e organizzatori.

Un momento del flashmob per il Teatro Verdi
  • Mesi e mesi di lockdown logorano e deprimono ma posso anche servire a ripensare a ciò che si è fatto finora e a cosa, anche di meglio, si possa fare da ora in poi. Qual è il suo pensiero a riguardo? Si può pensare diversamente l’offerta artistica e il rapporto con il pubblico?

Sembrerebbe scontato e ovvio rispondere “sì, si può” e infatti nei messi scorsi tra addetti ai lavori lo scambio di opinioni, idee, suggerimenti e consigli si sono susseguiti incessantemente; i più fortunati, tra i direttori artistici, grazie anche all’appoggio dei propri amministratori, hanno potuto sperimentare da subito queste nuove modalità di offerta di spettacolo.

Per mantenere quel legame con il pubblico di cui parlavo sopra, le strategie sono state molteplici ma una cosa alla quale abbiamo subito rinunciato, diversamente ad altri teatri, è stato mandare online registrazioni di spettacoli che erano stati rappresentati in passato. Quindi, per quanto riguarda un’attività pensata appositamente per lo streaming, gli operatori del settore della formazione hanno ideato APP Archivio Poetico della Pandemia, sollecitando interventi e contributi di ogni tipo (video, audio, fotografici, scritti) come testimonianza vissuta, durante la pandemia, da cittadini comuni così come da artisti più conosciuti. Nello stesso tempo sono state chieste testimonianze video ad artisti che, a vario titolo, sono passati sul palcoscenico del teatro Verdi nell’ambito delle Stagioni di Prosa.

L’allora direttore artistico per la lirica M° Stefano Vizioli ha dato vita ad un appuntamento trisettimanale online in cui affrontava, in maniera molto colloquiale e divulgativa, un “Alfabeto lirico” parlando, per ogni lettera dell’alfabeto, di un titolo operistico anche tra quelli meno noti.

Inoltre è stato realizzato un video, pensato da me in collaborazione con la coreografa e danzatrice Daniela Maccari, che ha coinvolto le allieve di tutte le scuole di danza cittadine, separatamente e da casa, dando così vita, grazie ad un apposito montaggio curato da Imaginarium Creative Studio, allo spettacolo virtuale “Cartoline Gershwin” in sostituzione di quello che avrebbe dovuto andare in scena dal vivo in teatro.

Ovviamente il tutto mentre si lavorava a progettare quella che sarebbe stata l’attività quando avremmo potuto tornare ad accogliere gli spettatori. Nell’estate del 2020, poi, il teatro ha collaborato con il Comune di Pisa alla realizzazione di una stagione d’intrattenimento all’aperto nello spazio del Giardino Scotto.

  • Classici o contemporanei? Tradizione o sperimentazione? Che pensiero ha a riguardo per la prosa?

Anno dopo anno, pur nel variare dei contesti in cui si inserisce una programmazione teatrale, mi sono sempre impegnato nel cercare di fare un continuo lavoro di ricerca di proposte che incontrassero il gusto del pubblico, ma non per compiacerlo, semplicemente cercando di pormi dal suo punto di vista. Mi spiego meglio: è ovvio che il mio gusto personale, inevitabilmente, incida sulla scelta finale; così come è scontato che io persegua una mia idea dell’estetica dello spettacolo (per dire, nella lirica, da “orecchiante”, quando mi accingo a vedere un’opera, le voci e l’orchestra non sono per me l’aspetto prevalente ma contano il progetto complessivo, l’idea registica, le scene i costumi; di conseguenza la musica e le voci devono plasmarsi e conformarsi a tutto l’insieme), però quello che io spero di riuscire a fare è assolvere al ruolo di “mediatore”, cioè mettere in relazione l’artista con lo spettatore perché da questo incontro possa scaturire quel piccolo miracolo che è la magia dello spettacolo dal vivo.

Con Stefano Accorsi

Nell’ultima stagione, per esempio, l’individuazione dei titoli assieme ai colleghi di Fondazione Toscana Spettacolo, con cui il confronto e lo scambio di idee è stato ed è proficuo e costante, ha tenuto conto della sollecitazione che proveniva dalla presidenza del CdA verso una “maggior leggerezza”, che non vuol dire superficialità e che peraltro era una strada già perseguita anche in passato. Ecco allora che la mia filosofia può riassumersi nello slogan “Una leggerezza che arriva in profondità”.

  • Nuove o nuovissime generazioni di drammaturghi battono alle porte dei teatri per avere un loro spazio di visibilità: cosa si può fare per loro? Esiste la necessità di una cernita preliminare (ovviamente “arbitraria” pur in presenza di professionisti) oppure possono proporre quello che vogliono e sarà il pubblico a decidere?

Diciamo che, per un teatro come il Verdi di Pisa che non produce nella prosa ma si limita a fare dell’ospitalità, questo aspetto si pone meno perché altri sono i contesti in cui le nuove generazioni di drammaturghi possono proporre i loro testi, auspicandone una messa in scena: i premi istituiti ad hoc, dove, appunto, al vincitore viene data la possibilità di produrre lo spettacolo; i Festival e le Rassegne dedicate alle novità; quei teatri che, per legge, hanno proprio la mission di valorizzare i lavori delle nuove generazioni tipo gli Stabili di Innovazione o i Tric ,ma anche gli stessi Stabili maggiori.

Talora, comunque, mi è capitato di essere incuriosito da un testo dopo averlo letto e ho fatto così in modo di poterlo programmare una volta che qualche altro soggetto lo avesse prodotto, come per esempio è accaduto con il testo “Il silenzio grande” di Maurizio De Giovanni che avevo immaginato potesse diventare uno splendido spettacolo teatrale.

5. Già, il pubblico… Soggetto complesso: qual è attualmente il pubblico del Verdi di Pisa per la prosa? Da chi è composto, che cosa vuole, cosa cerca in teatro?

Sì, abbastanza complesso, come la domanda! Battute a parte posso rispondere alla prima delle tre domande in una: non c’è un solo pubblico nel nostro teatro ma più pubblici formati da una moltitudine di soggetti appartenenti a varie tipologie.

Sulla base dello Statuto tuttora vigente, la Fondazione Teatro di Pisa ha come scopo primario la gestione del Teatro Verdi, il teatro municipale della nostra città che, ai sensi dell’art. 28 della legge 14 agosto 1967 n. 800, è classificato come “teatro di tradizione”. I teatri appartenenti a questa tipologia hanno come finalità la diffusione della conoscenza e della fruizione delle attività teatrali, della musica e della danza, anche come mezzo di promozione culturale dei cittadini, con particolare riguardo ai giovani. Quindi è ovvio che al Verdi non compete una caratterizzazione specifica in termini di programmazione o di avere un target preciso di riferimento, ma semmai di mantenere una visione a trecentosessanta gradi nell’ambito delle attività e del pubblico, la cui composizione riflette proprio questa articolazione. Non ci si deve aspettare, per esempio, che alla lirica assista solo un pubblico di spettatori “maturo”, anzi, molto spesso, i titoli più noti e appartenenti alla tradizione sono tra i più richiesti dai giovani, mentre il pubblico più acculturato è, invece, maggiormente incuriosito da novità o titoli meno frequentati. Così come è sbagliato pensare che gli spettacoli di danza siano affollati da allievi e allieve e insegnanti delle scuole di danza, che anzi sono spesso assenti agli spettacoli in programma. In passato è capitato di offrire promozioni particolari agli iscritti ai conservatori delle città limitrofe, senza trovare riscontro in termini di presenze. Evidentemente molteplici sono le cose che uno spettatore cerca venendo a teatro, dove – lo voglio ricordare – non si viene solamente a “vedere/ascoltare” uno spettacolo ma anche per vivere un’esperienza di socializzazione e condivisione, esperienza che, proprio durante la pandemia, è emersa come quella di cui più si è avvertita la mancanza.

  • E tutti gli altri che non vengono in teatro per la prosa sono davvero non interessati? Come e dove raggiungerli? Cosa dirgli? Cosa proporgli?

Purtroppo ormai non so più quali strategie mettere in campo da questo punto di vista! Negli anni abbiamo commissionato anche indagini di mercato per appurarlo. Siamo andati a presentare le stagioni nelle periferie, nelle scuole, nei circoli ricreativi e nei supermercati; abbiamo promosso flashmob con gli artisti ospiti; abbiamo mandato messaggi personalizzati agli spettatori e alle spettatrici inseriti nei nostri database. Se guardiamo all’ultimo dato utile pre-Covid, con il tetto degli oltre mille abbonati superato abbondantemente, vuol dire che qualche “reticente” lo abbiamo conquistato. Sicuramente non dobbiamo riposare sugli allori e dobbiamo cercare di far sempre meglio ma, allora, occorre investire risorse nella promozione invece che ridurre costantemente il budget ad essa destinata, pensando che, per promuovere un evento o una stagione, sia sufficiente indire una conferenza stampa, inviare un comunicato ai media locali, o tenere aggiornato il sito e la pagina faceboock del teatro. Un pubblico te lo costruisci con anni di lavoro, ma basta poco per perderlo di nuovo.

  • “global” o “local”? Spazio ad artisti locali o par condicio e vinca il più bravo?

Credo ci sia spazio per entrambi, purchè un artista abbia qualcosa da dire. Il Teatro di Pisa non ha mai mancato di offrire un’opportunità ad artisti del territorio certo, se dalle tavole del palcoscenico cittadino nessun altro ha mai mostrato interesse a programmarti, e inutile che tu continui a riproporti ai pochi amici, parenti e conoscenti magari forniti di un biglietto omaggio forse non sei dotato di tutto quel talento che credi di avere.

  • Danza… La morte di Carla Fracci ha mostrato un esercito di appassionati della danza, ma esiste davvero (a Pisa e dintorni) un pubblico così numeroso?

Credo che il cordoglio esteso che si è manifestato in occasione della scomparsa della nostra étoile più rappresentativa fosse dovuto più come riconoscimento all’icona simbolica che lei era che a un apprezzamento per l’arte che incarnava. Chiunque avrebbe risposto alla domanda su chi fosse la Fracci anche senza mai aver visto un suo spettacolo, non dico a teatro, ma nemmeno in televisione.

  • Teatro e scuole di danza (locali): un connubio possibile? E come (a parte i saggi)?

Certamente. L’importante è essere consapevoli che l’adesione, entusiastica e partecipe ad eventuali progetti particolari proposti, non debba automaticamente tradursi in presenze paganti agli spettacoli. Si andrebbe incontro a una delusione mortificante.

  1. Compagnie residenti: cosa significa per il teatro e cosa è necessario?

“Residenza” è termine che, nel panorama dello spettacolo dal vivo si presta a molteplici interpretazioni via via modificate nel tempo. Discorso complesso che ci porterebbe assai lontano, per limitarci al Teatro Verdi possiamo dire di averne conosciute di tre tipi ma, in ogni caso, si trattava di “matrimoni d’interesse reciproco” più che di un vero progetto artistico. Infatti per quanto riguarda quelle coreografiche a partire dalla più famosa, cioè l’Ensemble di Micha Van Hoecke, l’allora direttore del Verdi Riccardo Bozzi riusci nello straordinario risultato di riportarla ai massimi livelli di sovvenzione ministeriale, dopo che gestioni amministrative precedenti ne avevano praticamente azzerato il livello. In cambio la Compagnia propose splendide prime nazionali delle nuove produzioni, realizzò progetti formativi per le scuole di danza cittadine, partecipò con coreografie e interpreti ad alcune produzioni liriche. E’ di quegli anni la presenza in cartellone de “L’Heure Exquise” , a dieci dal debutto al Festival TorinoDanza, coreografia di Maurice Béjart, proprio per Carla Fracci che, in quell’occasione, fu in scena con Micha. Altre due Compagnie di danza furono in residenza negli anni in cui il Teatro di Pisa veniva finanziato anche per la sua Rassegna di danza e, dato che tra le condizioni per accedere, bisognava avere tra i titoli una “prima nazionale” la compagnia beneficiava, gratuitamente, per una settimana del teatro e delle maestranze per le prove e l’allestimento che, dopo il debutto in teatro, iniziava a circuitare.

Stesso discorso per i tre anni in cui è stata in residenza presso il nostro teatro la Compagnia Lavia. La compagnia “cercava casa in Toscana” per adire ai finanziamenti della Regione Toscana per le residenze nella nostra Regione e, in cambio, Gabriele Lavia fornì la sua “consulenza artistica” e le prime nazionali dei suoi allestimenti per tre anni. In questo caso per il teatro ci fu anche un ritorno economico perché le prove e gli allestimenti duravano circa un mese e vedevano corrispondere dalla compagnia il costo equivalente del personale tecnico impiegato. Gli allestimenti avrebbero poi circuitato sotto l’etichetta congiunta “Compagnia Lavia – Fondazione Teatro di Pisa” presentano…

L’ultima esperienza di residenza, tuttora in corso è quella con l’Ensemble di musica barocca Auser Musici.

  1. Tanti anni di attività sembrano non aver logorato lo spirito creativo e l’entusiasmo con cui ogni anno affronta una nuova stagione: cosa l’anima per non rendere routine questa attività?

Principalmente sono animato dalla convinzione di fare uno dei mestieri più belli del mondo, di cui ho avuto piena consapevolezza proprio durante la pandemia. Poi probabilmente fa parte del mio carattere essere un curioso che vuol conoscere sempre qualcosa di nuovo per non annoiarsi e questo può essere un pregio, il difetto è che sono un incostante per cui mi stufo presto del tran tran e ho bisogno di nuovi stimoli; infatti talvolta mi succede che, dato che il lavoro di programmazione va avanti per mesi, quando si arriva alla presentazione delle stagioni per me sono già invecchiate e appartenenti al passato.

Un altro aspetto positivo deriva dal rapporto che, ormai da anni, si è instaurato con i colleghi di Fondazione Toscana Spettacolo che, se da un lato è nato per un necessario risparmio sui costi di programmazione, dall’altro per me ha rappresentato il momento dello scambio e del confronto perché non credo nell’atteggiamento solipsistico del direttore artistico che, nel chiuso della sua torre d’avorio, elabora la stagione più bella del mondo.

  1. Se potesse scegliere per un “dopo Patacca” cosa preferirebbe, un superprofessionista di una certa età o un giovane con meno esperienza e tanto entusiasmo?

Intanto non credo che l’anagrafe sia un valore: si può avere “una certa età” ad avere ancora tanto entusiasmo così come un giovane di oggi grazie ai livelli formativi raggiunti tra master, corsi post laurea e, soprattutto la generazione “Erasmus”, può avere un’esperienza assai maggiore di quella che potevo avere io alla stessa età. In ogni caso quello che sarebbe opportuno è che il direttore artistico, oltre che un certo tipo di competenze, abbia anche una conoscenza piuttosto approfondita dl territorio sul quale si trova ad operare. Inoltre questo è un lavoro che si apprende praticandolo sul campo e con il tempo, non in base a un titolo di studio. Io ho avuto la fortuna di affiancare per molto tempo un grande direttore: Riccardo Bozzi che, non solo mi ha insegnato l’abc del mestiere ma, dandomi la massima autonomia, mi ha anche responsabilizzato nelle scelte, facendomi crescere anche umanamente prima ancora che professionalmente. Purtroppo questa modalità di formazione non è mai stata portata avanti dagli amministratori, il mio rammarico sta nel fatto che abbiamo anche incontrato durante stage o tirocini giovani che avevano grosse potenzialità se solo ci fosse sta il coraggio di investire su di loro e non vedere ogni turn over come un mezzo per risparmiare sul costo del personale. Solo per rimanere al mio ambito (tenuto conto che in oltre trent’anni n ho avuti solo due stagisti) voglio ricordare Andrea Bonadio che, dopo l’esperienza alla Biennale al termine dello stage con me, la lungimiranza del Sovrintendente Francesco Giambrone ha voluto al Massimo di Palermo. Fabiana Campanella che aveva frequentato i corsi di scrittura di Fare Teatro e scriveva recensioni di spettacolo su Yorick (il magazine del Verdi). Ma anche Giulia Ponti, stagista dell’Area della Comunicazione; per finire con Marta Sbranti, laureata con una tesi su Virgilio Sieni e anche lei critica e studiosa di danza il cui percorso formativo, nell’ambito del Progetto Giovani SI della Regione Toscana, è stato interrotto a causa della chiusura delle attività in conseguenza della pandemia.

  1. Un’occhiata indietro: qualche ricordo dei tanti anni trascorsi nel teatro Verdi (volti, episodi, compagnie, scontri, scoperte, delusioni…)

Eccoci all’ultima domanda alla quale credo di arrivare preparato perché, considerando che nel mese di luglio potrei andare in pensione, ho guardato spesso al percorso fatto da quando, dopo aver dato al mattino l’esame di psicologia sociale, la sera al Giardino Scotto rimasi affascinato dallo spettacolo “Flowers” di Lindsay Kemp. Era il 1980, l’inizio era segnato e fu così che, nel febbraio del 1981, con la scusa di raccogliere materiale bibliografico per la mia tesi varcai la soglia del Verdi, non da spettatore, ma per partecipare al corso teorico-pratico tenuto da tre truccatori, organizzato dalla neonata Associazione Teatro di Pisa nell’ambito di quel “Carnevale della Ragione Insidiata”, risposta pisana al risorto, nell’anno precedente, “Carnevale della Ragione” veneziano.

Un mese indimenticabile con la città letteralmente invasa di gioia e felicità, per gli spettacoli e gli eventi che si tenevano in ogni strada e piazza del centro.

Grazie a quell’esperienza, e alla segnalazione del Responsabile del corso stesso, il teatro cominciò a scritturarmi come truccatore nelle stagioni liriche. Poi vennero Arezzo, Prato, Pistoia, l’Estate livornese e il Festival Pucciniano. E il famoso bando per “Collaboratore amministrativo – Addetto alla promozione e organizzazione del pubblico” mai perifrasi più lunga per definire il bigliettaio. E non era ancora l’epoca del politically correct! Il mio quindicesimo concorso pubblico! Vinto, il sogno che diventava realtà; avevo un lavoro ed era un lavoro in teatro a tempo indeterminato. Da allora volti tanti…troppi per ricordarne solo alcuni. Personaggi fino ad allora visti da lontano su un palco o dietro lo schermo di una tv o nel buio di un cinema. Come non ricordare il primo evento nel 1988 in piazza dei Cavalieri, per numerare, sotto il sole, con i numeri adesivi le migliaia di poltroncine della piazza, il concerto di Lucio Dalla e Gianni Morandi. Era già la felicità ma poi, portare un branzino (cucinato da un ristorante di piazza S. Caterina) direttamente nel camerino di Lucio Dalla! Ah ci fossero stati i cellulari!

Il Gianni nazionale invece l’ho rivisto il 15 giugno dello scorso anno al Teatro Duse di Bologna, invitato dal Presidente e dal Direttore di quel teatro in occasione della tanto attesa, e purtroppo provvisoria, riapertura dei teatri. Emozione e un po’ di magone visto che, prima di partire per il capoluogo emiliano, avevo partecipato a Pisa al flash mob in piazza con i colleghi del Teatro Verdi, ancora chiuso… Nell’occasione non solo ho potuto salutare Gianni Morandi, ma mi sono intrattenuto a lungo con lui prima dello spettacolo insieme ai due “Caporali coraggiosi” Marco Forconi e Valerio Simonelli ai quali avevo promesso di presentarlo.

E questa volta, il bigliettaio diventato direttore, ha fatto foto, video e un bellissimo incontro.

Ma, tra il primo e l’ultimo incontro, molti ce ne sono stati e uno tra questi mi porto caro nel cuore. Era il 1992, dopo pochi mesi in biglietteria ero passato agli Affari Generali, il centro produttivo del teatro, di cui era responsabile Roberto Scarpa che si occupava anche del settore della formazione e, in particolare, di Prima del Teatro, nato come festival in cui si incontravano le principali scuole di teatro italiane a cominciare dall’Accademia Drammatica “Silvio D’Amico”. Iniziativa diventata ben presto Scuola Europea per l’Arte dell’Attore. L’iniziativa, dopo Pisa e Bagni di Lucca si era spostata a Montalcino. Proprio quell’anno, in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma era stato attivato un laboratorio di cinema condotto da Citto Maselli, con oggetto alcune sequenze del film “Cronaca di un amore” di Michelangelo Antonioni. Scarpa mi aveva incaricato di seguire il laboratorio per soddisfare le esigenze tecnico organizzative che di volta in volta si fossero presentate. Era nata così una certa confidenza da parte di Maselli nei miei confronti che sfociava in lunghissime chiacchierate serali, di fronte a un bicchierino di grappa, davanti al circolo Arci di Montalcino. È facile capire con quale avidità, mista a un sacro timore reverenziale, ascoltavo i suoi racconti nei quali parlava con naturalezza delle sue frequentazioni a cominciare dallo stesso Antonioni, passando per Visconti, la Magnani senza parlare di Togliatti, Guttuso e molti altri. Ed io, con la mia autostima all’epoca ben sotto i talloni, mi tormentavo consapevole di non essere all’altezza di tali conversazioni e sul perché un così importante personaggio ricercasse la mia compagnia. Quando, tra il goffo e l’imbarazzato, ho cercato di capire il perché, la sua risposta mi ha fatto capire che, per essere stimati e apprezzati, non importa essere colti, ricchi e importanti ma, in fondo, basta essere noi stessi senza infingimenti.  Accadde poi, l’improvvisa scomparsa di Franco Cristaldi, che lo colpì moltissimo facendolo correre a Roma per le esequie, non prima di avermi dato una sua testimonianza scritta a mano, pregandomi di inviarla per fax alla redazione dell’Unità che gliela aveva richiesta e che io conservo ancora. Ma, la cosa che più mi commosse fu quando, di ritorno dalla capitale per riprendere il laboratorio, alla domanda di Scarpa su come si sentiva, gli sentii rispondere dall’ufficio dove mi trovavo: ”dov’è Silvano?”

Un incontro, di tutt’altro tenore, era avvenuto poco dopo la mia assunzione quando, in occasione di uno dei suoi tanti spettacoli rappresentati sul palcoscenico del Verdi, arrivò a Pisa Paolo Poli. Era tradizione, da quando Bozzi non ancora direttore del teatro aveva ricevuto una visita dell’attore in ospedale, ogni volta che era presente in cartellone che Riccardo lo invitasse a cena. In quella circostanza, fu offerta anche a me e a un’altra giovane collega, come me fresca di assunzione, l’opportunità di conoscerlo. Inutile dire che tutta la cena fu un susseguirsi di battute, aneddoti e doppi sensi, in cui Paolo Poli recitò se stesso a nostro uso e consumo.

Più notava il rossore e l’imbarazzo della collega e più ci andava giù pesante, fintamente preceduto da un cortese: “ma non ti imbarazza mica quello che dico…tesorooooooo?!?! E così è sempre stato in ogni incontro e circostanza. A Montalcino per una “Soirèe Satie” accompagnato al pianoforte dal M° Ballista , arriva in teatro e dopo i convenevoli di rito mi fa:” ma il tuo collega tecnico piccoletto, tutto peloso non c’è?” Al nome (italiano) che faccio, credendo di aver capito chi fosse, replica “seee …Abdullah…per gli amici!” O quando una sera a Pomarance al termine dello spettacolo che, nel fine settimana avrebbe replicato anche a Pisa, difronte al sindaco che avevo portato in camerino per farglielo salutare, chiede al mio stagista se avrebbe visto anche le recite di Pisa, e alla sua risposta negativa perché impegnato con me in una trasferta fuori sede, replicò “era solo per saperlo! Un ti volevo mia trombà!”

Un evento per me indimenticabile per molti motivi, (dopo gli anni eroici ed esaltanti del Teatro Tenda. Neo assunto, solo, ad affrontare spettatori inferociti giunti da fuori Pisa, e non raggiunti dalla notizia della cancellazione di una recita della stagione lirica) fu la riapertura del Teatro dopo la chiusura per restauri e adeguamento normativo nel novembre 1989.

Fu una delle più belle produzioni mai realizzate: “Mistero e processo di Giovanna d’Arco”, giorni esaltanti sul filo dell’incertezza per un’inaugurazione programmata con il cantiere ancora aperto. L’autore e regista dell’opera inedita, Roberto De Simone al freddo della platea con la sua sciarpa rossa al collo. Il clima di esaltazione generale, come sempre sotto lirica, favoriva storie d’amore che nascevano e finivano nel corso di una stagione: belle, fugaci e per questo eterne. Ovviamente anch’io ne fui vittima, era impossibile rimanere indenni in quel turbinio di emozioni, sensazioni, in cui la vita affettiva, il lavoro e l’eccitazione costituivano una miscela esplosiva con la giovinezza a far da detonatore. Insieme al mio primo smoking anche la mia vera personalità venne finalmente alla luce, sia pure in maniera traumatica scoprii  che tutti i miei colleghi sapevano già quello che io avevo creduto di nascondere per molti anni. Per fortuna c’era, allora come sempre senza mai venire meno, la spalla della mia amica Maria Valeria Della Mea sulla quale piangere, non ancora il miglior capo ufficio stampa che il teatro abbia avuto, ma già allora una delle colonne che ne hanno fatto la storia più recente.

Sono arrivati poi gli anni della consulenza artistica di Gabriele Lavia, non solo i giri in taxi per gli hotel di Pisa per trovare quello in cui non ci fossero rumori notturni che aumentassero i suoi acufeni, ma la prima esperienza e la grande opportunità di vedere nascere uno spettacolo dalla lettura a tavolino all’andata in scena. Il tutto documentato da un video realizzato da due giovani studiosi di cinema provenienti dall’allora CMT, Gianluca Paoletti e Domenico Zazzàra. Lo straordinario lavoro di montaggio fatto, consente di toccare con mano la precisione maniacale con il quale il Lavia regista da le indicazioni agli attori e la bravura di questi di trasformale in personaggi. Un lavoro di creazione portentoso che portò in scena “L’Avaro” di Molière, uno degli spettacoli più belli della Compagnia Lavia, non a caso vincitore del premio come miglior spettacolo e miglior regia agli Olimpici del Teatro 2004. Vedere in tv la premiazione e mandare in diretta a Gabriele Lavia un sms di felicitazioni è stata una delle cose che mi hanno dato il senso quasi irreale di ciò che il mio lavoro talvolta produce, come se tutto questo fosse ancora un sogno e non la realtà. Grazie alla presenza di Lavia ho avuto l’opportunità di conoscere meglio un altro mito del teatro italiano: Mariangela Melato. Avevo già avuto modo di incontrare l’attrice in occasione di altri suoi spettacoli presenti nel cartellone come “Anna dei miracoli”, “Un tram che si chiama desiderio”, lo straordinario “Tango barbaro” di Copi in cui interpretava “la donna barbuta” un travestito che convive con un guappo, interpretato da uno strepitoso Toni Servillo. Fu proprio in quell’occasione che, grazie alla complicità del regista dello spettacolo Elio De Capitani, giunto apposta da Pistoia (dove recitava in un altro spettacolo) che riuscì a convincere l’attrice a fare uno di quegli incontri con il pubblico che spesso accompagnano la programmazione degli spettacoli e che, fino ad allora, la Melato più o meno accampando garbate scuse, si era sempre rifiutata di fare.

Ma nel febbraio del 2005 in occasione dello spettacolo “Chi ha paura di Virginia Woolf” coprodotto dallo Stabile di Genova ebbi modo di ripetere l’esperienza già vissuta con “L’Avaro” . Questa volta il valore aggiunto della presenza di una diva rese l’esperienza ancora più coinvolgente. Ho stampati nella memoria alcuni momenti indimenticabili fermati nelle immagini di Paoletti e Zazzàra ancora compagni d’avventura, questa volta voluti direttamente da Lavia che ne aveva apprezzato moltissimo il lavoro precedente. Non scorderò mai lo scambio di battute iniziali tra i due divi, quando nell’avvio delle prove di lettura a tavolino del copione, il regista rivolto ai due attori che interpretavano la coppia giovane del testo dice: aprendo una pagina a caso “e quando lei a pag 309 dirà…” e la Melato pronuncia la battuta a memoria, lui stupito fa: “incredibile! Il primo giorno di prove sa già il copione a memoria!!!” e lei “caro, ma io sono la Melato!” e giù risate. Oppure: “qui Mariangela mi piacerebbe una musichetta tipo dixieland, come quelle cose che fa quel tuo ex fidanzato…” e lei, serissima, “lascia stare fuori il mio privato perché se comincio a parlare io del tuo…”

Purtroppo l’anteprima pisana fu funestata da un incidente occorso alla Melato che, scivolando sulla montagna di sabbia ferrosa con cui Lavia aveva riempito la scena, si fece male alla schiena. Imbottita di antidolorifici portò a termine non solo quella recita ma anche le tre repliche successive, salvo scoprire nella risonanza che fece all’arrivo a Genova, dove lo spettacolo avrebbe dovuto essere presentato alla stampa, che aveva una doppia frattura alle vertebre che comportarono il fermo della produzione per un anno intero, annullando le recite di una tournée già esaurita sulla carta prima ancora del debutto.

Ricordo che, quando tornai a vedere lo spettacolo un anno dopo a Ferrara, nella prima recita della ripresa, quando andai a salutarla in camerino mi sussurrò: “questo spettacolo porta sfiga, tu mi devi far tornare Pisa con un altro spettacolo, altrimenti associo per sempre il ricordo del Verdi a quell’incidente”. Grazie alla collaborazione con la Leg di Sandro Giacomelli per il cartellone Appuntamenti a novembre del 2008 fu possibile ammirare la grande attrice nello spettacolo “Sola me ne vo” una Mariangela Melato in uno one woman show in cui l’attrice racconta storie , recita monologhi intensi e brillanti, canta e balla affiancata da ballerini e musicisti. Una bellissima performance in quello che può considerarsi il suo testamento spirituale.

Se a Lavia avevo inviato un sms di congratulazioni perché condividevo la felicità per il riconoscimento ottenuto per L’Avaro, analogamente mi venne spontaneo fare lo stesso gesto nei confronti di Toni Servillo quando, seguendo in diretta la notte degli Oscar, il film “La Grande Bellezza”, vinse come miglior film straniero. Era ancora vivo in me il ricordo dei tre intensi giorni trascorsi a Pisa, meno di un mese prima, da Toni insieme al fratello Peppe, con lo spettacolo “Le voci di dentro”. Tutte le recite sold out in prevendita, un affollatissimo incontro presso la Scuola Normale Superiore, e una visita alla Fondazione Cerratelli.

Un incontro bellissimo che io ricordo non è legato a un personaggio dello spettacolo ma a un mito della mia gioventù. Colei che aveva fatto conoscere in Italia la beat generation americana: Fernanda Pivano. Volevamo la scrittrice a Pisa per il format “L’Altra America” un convegno di due giorni in occasione della prima nazionale dello spettacolo “Chi ha paura di Virginia Woolf”. Già in difficoltà a muoversi si rese però disponibile a fare un video intervento da registrare direttamente nella sua casa milanese. Partimmo, con Franco Farina, che l’avrebbe intervistata, e Paoletti e Zazzàra che avrebbero fatto le riprese. Una giornata memorabile! Non solo per l’incontro con un mito, ma anche per le risate che abbiamo fatto nel viaggio di ritorno sotto la neve in autostrada. (Ma il motivo non lo dico in un’intervista!).

Potrei andare avanti ancora a lungo però non posso terminare questo excursus senza ricordare due esperienze teatrali per me fondamentali per come mi hanno arricchito nel profondo. La Compagnia della Fortezza di Volterra creata da Armando Punzo e il Teatro delle Ariette di Paola Berselli e Stefano Pasquini. Due esperienze teatrali completamente diverse tra loro ma vissute con la stessa intensità totalizzante. Visionario e fantastico il teatro di Punzo, carnale e terragno quello delle Ariette ma fatti entrambi con la stessa intensità e dedizione come raramente mi è capitato di incontrare.

Mi rendo conto che potrei proseguire ancora a lungo con i ricordi piacevoli perché sicuramente superano di parecchio le delusioni che pure ci sono state (c’è stato un periodo in cui avevo pensato seriamente di andarmene) relativamente al mio ruolo strettamente artistico devo dire che una che mi ricordo piuttosto bene. Risale agli anni della realizzazione del Progetto Dante ideato dal Prof. Marco Santagata.  Dopo aver ospitato, nel corso del triennio il premio Oscar Nicola Piovani per un concerto in Piazza dei Cavalieri, l’evento con Fabrizio Gifuni che recitava parti del Paradiso dalla Torre pendente era nostro desiderio portare a Pisa, per la prima volta, la Fura dels Baus. Purtroppo dopo il sopralluogo, nel mese di ottobre 2017, sulla piazza da parte di Ruben Pujol Estevez, responsabile della produzione, e Josep Padros Espelt responsabile tecnico della celebre compagnia catalana, il preventivo dei costi per fare l’intero ciclo della Divina Commedia Inferno, Purgatorio e Paradiso si rivelò insostenibile. Così come, finora non sono riuscito a portare nella nostra città, sempre per un problema di risorse, uno spettacolo di Sergej Polunin la star internazionale della danza. Ecco auguro a chi prenderà il mio posto di poter realizzare nella nostra città eventi di rilevanza internazionale che convincano anche i privati a sostenere la cultura e lo spettacolo dal vivo in modo da dare a Pisa il giusto ruolo in questo ambito per poter aspirare concretamente a quel titolo di “capitale della cultura” inseguito vanamente nel corso degli ultimi anni.

Stefano Mecenate

Pubblicato in : Cultura ed eventiTag: amministrazione, anni, annuncio, arci, arezzo, assunzione, bologna, cinema, conferenza stampa, costi, dante, discorso, fine settimana, futuro, genova, giovani, intervista, italia, lavoro, lucca, mercato, mondo, nato, Silvano Patacca, teatro verdi di pisa

Info Stefano Mecenate

giornalista, critico musicale, editore, regista di opere liriche: ama conoscere e mettersi in gioco, ama le sfide e il lavoro di squadra.
Si occupa di comunicazione e marketing ma preferisce la cultura in tutte le sue espressioni e ad essa dedica tempo ed energie con entusiasmo e convinzione. Ha lavorato per quotidiani nazionali, emittenti radio televisive locali, riviste culturali; ha collaborato e collabora con Istituzioni pubbliche per la progettazione e l’organizzazione di eventi. Legge e ascolta musica non appena ha tempo, si riposa ogni tanto e non fuma.

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