Buoni propositi per la crisi strutturale della sinistra, nell’anno del centenario della scissione di Livorno
Il 2021 è anno fatidico.
Lo è per moltissimi seri motivi, dalla possibile risoluzione della pandemia Covid in corso; all’auspicabile superamento della “crisi” di Governo in atto, una delle più incredibili e incomprensibili degli ultimi 20 anni (non si cambia cavallo mentre si è in mezzo ad un guado, come ha sottolineato anche il Papa).
Dalla ricompattazione politica della UE, al riassorbimento del disastro anche culturale oltre che economico-politico della Brexit…Proprio adesso che (quasi) tutti avevamo imparato l’inglese!
Questo è anche l’anno del centenario del disastro di Livorno dove nel 1921, ipnotizzato dalle sirene del bolscevismo, il fronte del lavoro, del popolo e del progresso si spaccò inesorabilmente, lasciando campo libero alle orde barbariche del fascismo.
In un Paese normale avrebbero già dovuti essere in attività comitati scientifici e in cartello convegni storici (sia pure in streaming) mostre fotografiche e forum politici sul tema, sia per rievocare quell’evento nefasto, che per individuare oggi (alla buon’ora) una sempre invocata ricomposizione e riappacificazione nazionale.
E invece a parte qualche piccolo e timido accenno a macchia di leopardo, il dibattito mediatico è animato da altro. E malauguratamente dalle ultime paturnie del Renzi sulla rotta per Sant’Elena (e non mi riferisco alla Boschi).
Già nel 2020 abbiamo retto alla meno peggio al test sulle regionali, e impedito il cappotto al trio Medusa, dato ormai costantemente dai sondaggisti sopra il 50%. E in Toscana dovremmo ancora ringraziare l’attivismo incessante di Giani che con la sua vittoria netta ha messo a tacere molti profeti di sventura, e la Susanna Ceccardi che da presidentessa in pectore, è sparita praticamente da tutti i radar.
Ma, e lo si vede anche dalla poco incisiva azione di governo, è sopratutto il PD ad essere piombato in una crisi profonda, dopo lo sconquasso della stagione renzista, dalla quale, nonostante il buon Zingaretti (purtroppo impegnato ancora a fare il presidente di Regione, quando avrebbe dovuto stare se non al Governo, almeno in Parlamento) che si barcamena per evitare il naufragio, ancora non si riesce a venirne a capo.
Il principale partito del centro-sinistra (socialista già da anni in Europa, ma ancora non pervenuto in Italia) dovrebbe avere invece, l’imperativo categorico di essere il motore politico e del Governo, e della politica nazionale.
Quale occasione migliore quindi, quella di sviscerare i come e i perché la minoranza rivoluzionaria/comunista di allora, si (auto) ammantò di misticismo e predestinazione, individuando come nemico mortale non già i veri nemici dei popoli e delle democrazie, ma gli stessi socialisti dai quali essi stessi provenivano. I meno vollero espellere i più e finirono per andarsene altrove, trasformandosi dall’essere l’avanguardia dell’internazionalismo rivoluzionario, alla retroguardia armata del “socialismo in un paese solo”.
Eppure già con Lenin ancora in vita, si era già a conoscenza dell’impronta sanguinaria e assolutista che aveva assunto il regime bolscevico.
Angelica Balabanova, che aveva visto e vissuto in prima linea tutte le fasi salienti dell’avventura sovietica, è uno dei personaggi più interessanti e straordinari da conoscere (o riscoprire) per chi vuol comprendere a fondo, le vicende che portarono alla lunga e profonda frattura del campo socialista, russo, europeo e poi mondiale.
Che almeno le fondazioni dedicate ai personagi storici della sinistra italiana e del sindacato, se i partiti latitano, si diano da fare per non far passare in sordina il centenario! Potrebbero venirne fuori, non si sa mai, anche dei buoni spunti per capire e correggre il presente.

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