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Sottofondo musicale dello smart worker

La migliore colonna sonora, che deve accompagnare lo smart worker ad un corretto rapporto con le nuove modalità lavorative deve essere un momento formativo, vale a dire propagandistico.

di Giuseppe Mele | 21 Settembre 2020

Lo smart worker, tra caffè e pigiama, non può fare a meno di una colonna sonora che lo sostenga nella giornata lavorativa coprendo i rumori molesti e completando il perfetto paradisiaco mondo virtuale dello schermo, dove affonda tutto, occhi, orecchie e bocca in un narcotico pulito stupefacente orizzonte. Scartati Tv e radio di acustica pessima e soggetti alle scorribande degli altri conviventi dell’ambiente familiare, è passato dalle webradio alle app(lications) specifiche, abitanti lo smartphone, come spotify, dove il loop delle preferenze personali lo isola ancora di più dal mondo circostante, pronto però a cadere (ed a  rialzarsi e ricominciare) all’arrivo della call, multiple audiocall, videocall, video streaming con office incorporato, webinar .

La migliore colonna sonora non dovrebbe essere però un libero arbitrio dello smart worker che ne approfitterebbe per acuire le sue behaviour attitudes alla drugnet, la dipendenza da Internet che inizialmente  e istintivcorrettamente era connessa con la facile disponibilità di tonnellate di videoporno; ma che poi è divenuta roledrug, dipendenza dai ruoli vissuti nei games, likedrug, dipendenza dai social e dai relativi like, fino alla dipendenza della cattiva regina che vive solo nello specchio del primato della sua beltà come tutti ora vivono affossati ed immersi nello screen del phone, nero specchio che nemmeno riflette la nostra identità, ma la  cattura disperdendola in un buco nero. No, la migliore colonna sonora, che deve accompagnare lo smart worker ad un corretto rapporto con le nuove modalità lavorative deve essere un momento formativo, vale a dire propagandistico. Le major dell’Ict hanno sempre accompagnato le istruzioni ai programmi con un po’ di pubblicità, più o meno nascosta e d’altronde coders, manager ed esperti hanno sviluppato naturalmente con l’estendersi del digitale, una filosofia politica, sociale, comportamentale, di tipo binario.

Positivista, sperimentalista, paretiana, competitiva, visionaria ma creativa, questa formazione, cioè propaganda, mostra tutti i bivi già provati e superati. Sul risultato del loro positivo superamento mostra con orgoglio il progresso incurante dei se delle altre vie parallele che avrebbero potuto essere imboccate. Anzi è capace di dimostrare che anche l’altra via binaria avrebbe condotto, con più tempo e sforzo al medesimo punto di arrivo. Non è più un percorso etico e teletico, perché tutti i quiz binari conducono oltre la loro soluzione verso nuovi indovinelli zero e uno; poiché ogni step superato conduce ad una maggiore complessità, a nuove opportunità ed ad una miriade di nuovi bivi. L’efficienza può essere continuamente migliorata, senza uno scopo, un obiettivo, una morale, una giustizia, in un continuo loop logico.

Nel lungo periodo preso in esame, si parte dal lontano pop del ’71 Chi non lavora non fa l’amore di Adriano Celentano che l’aveva pensata come realistica presa di posizione destrorsa antiscioperanti, dove la donna, continuo giudice terzo dei comportamenti maschili, in particolare dei mariti, poneva le sue sentenze e condanne irrecusabili, fondate sulla sua arma più finale, il favore e la compiacenza sessuali. Allo scioperato, la moglie, evidentemente poco compagna, contrapponeva lo sciopero orizzontale. Ora che le donne sono giudici sul serio, ed in gran quantità, le loro sentenze sono soft con scioperati e scioperati. Lui e lei spesso sono single o ancora più oberati di separazioni e divorzi, con poco o nulla voglia di far dipendere le scelte di vita da piaceri che si riducono in fondo ad esaltazioni di mezzore di preparativi ed una decina di minuti di fatti, e che trovano il loro giusto spazio limitato nel planning settimanale.

Eppure nelle coppie smarter, entrambe sedentarie, frigidamente fissate nell’acquario dell’interatività virtuale, uno dei due membri (partner uno e partner due) potrebbe direChi Smart Non Fa L’Amore,sognando la nuova vitalità verace dell’operaio tornato alla ribalta, unico re delle deserte strade e semivuote fabbriche, che solo avrebbe l’elain vital per l’orgasmo (mancando l’opportuna app).

A lungo la dannazione del lavoro è stata bannata nelle canzoni. Battiato, si salverà chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente, si rivelava marcusiano. I Beatles durante il lavoro pensavano ad altro, a Hard Day’s Night. IClash di Career Opportunities si scandalizzavano per le proposte di lavoro(They offered me the office, offered me the shop they said I’d better take anything they’d got Do you wanna make tea at the BBC? Do you wanna be, do you really wanna be a cop?). Captain Sensible, in Wot?, forte del suo thatcheriano assegno di cittadinanza malediceva il martello pneumatico dell’operaio. GlI irlandesi Boomtown Rats nell’85 dichiaravano che non mi piace, (dimmi perché) non mi piace il lunedì w(assieme ad una marea di gente fino a Cindi Luper) mentre Britney Spears si diceva tra se e sé You better work, bitch. Senza mezzi termini il gruppo Teatro degli Orrori in Lavorare Stanca, Non ci serve un appartamento, una famiglia; moglie o figli; alzarsi a mezzogiorno e non dover incontrare ogni mattina un caporeparto, perché lavorare uccide, soprattutto a Varese.

Fino al punto fermo di Una Vita In Vacanza, canzone creata del 2018 dei Lo Stato Sociale. Dedicata ai giovani futuri smarter, evidenzia l’ottima comprensione di cosa sia il lavoro nell’epoca digitale; non cosa viene prodotto, oppure trasportato, oppure divulgato. No, il lavoro è  solo il reddito ottenuto; il ruolo da games cui corrisponde quel reddito. Di fatto l’operaio Caparezza è un eroe perché difende la pensione ed i bimbi dai cravattari. Per Lo Stato Sociale, fai il cameriere oppure l’assicuratore, Il campione del mondo, la baby pensionato, il ricco di famiglia, l’eroe nazionale, il poliziotto di quartiere, il rottamatore, il candidato,l’esodato, il ladro, il derubato, l’oppositore, il duro e puro, il figlio d’arte, la blogger di moda, l’estetista, il laureato, il caso umano, il pubblico in studio, il cuoco stellato, l’influencer, il cantautore, il pokerista ed ovviamente lo smarter; non perché serva in realtà. Infatti vengono mescolati lavori veri con nuovi topos da nuovissima commedia dell’arte

Non sono lavori ma figurine, che costringono chi le interpreta al senso di colpa di imbrogliare se stessi e gli altri (perché lo fai, perché non te ne vai? perché rompi i coglioni?). Il pensiero, lo stile, le attitudini, sono incredibilmente simili ai demenziali Skiantos (anch’essi cantavano, sei fuori?) di 40 anni fa, all’epoca degli indiani metropolitani, sottintendono l’idea dell’inutilità del lavoro, la constatazione, in accompagno ai tanti bonus ed indennità, che il kebab lo fanno i turchi tedeschi,  i bottoni gli indocinesi ed il resto i cinesi. Oltre al fatto che le innovazioni sono in realtà inutili, se non complotti contro la natura.

Il desiderio va quindi verso Una vita in vacanza, garantita dallo smart, verso il niente nuovo che avanza, nelle piattaforme che sotto nuovi colori e forme ripropongono il solito brodo già esaltato per decenni come nuovo nella propaganda della formazione. Nel mondo diverso delle bande che suonano e cantano – loop da app-, nessuno dice se sbagli, neanche la bellezza è un must, nemmeno la natura, quella vera, quella delle mucche scoreggianti, lo è. La vecchia, incurante dell’osteoporosi, ora balla. Gli Skiantos capivano di essere demenziali, Lo Stato Sociale no e canta ciò che oggi non solo è possibile ma kantianamente reale. L’irrazionale è reale

Giuseppe Mele

Pubblicato in : EditorialeTag: anni, cameriere, canzone, colonna sonora, figlio, giovani, lavoro, mezzogiorno, mondo, natura, pensione, sciopero, soluzione

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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