
La recente ristampa da parte di Einaudi della monumentale opera di Renzo De Felice (una nuova edizione in formato tascabile) su Mussolini e quindi sul fascismo consente di ripercorrere e di approfondire vari aspetti di quel periodo così tragico e così cruciale della nostra storia.
In particolare, nella ricorrenza degli 80 anni dall’entrata in guerra dell‘Italia, il volume Mussolini il duce. Vol.2 Lo stato totalitario (1936-1940) offre l’opportunità di valutare le ragioni che spinsero Mussolini e i vertici del regime fascista a passare dalla non belligeranza alla funesta guerra .
De Felice si avvale di fonti di prima mano come relazioni delle varie riunioni, degli incontri con Hitler e con Ribbentrop, di memoriali, diari, epistolari e offre quindi un quadro ampio e per molti versi inedito della situazione politica, delle opinioni espresse da Mussolini e dalla alte gerarchie del regime, degli oppositori e il ruolo della propaganda con i riflessi sull’opinione pubblica.
Il patto d’acciaio in fondo era già contenuto in nuce nella proclamazione dell’Asse Mussolini aveva accondisceso alla proposta tedesca di un’alleanza militare contando sul fatto che Hitler aveva ipotizzato la guerra non prima di 3-4 anni. Preso di contropiede nell’attacco alla Polonia, il “duce” aveva proclamato la non belligeranza che, a differenza della neutralità, manteneva l’alleanza con la Germania ma senza scendere in campo. Una formula ambigua che era di per sé precaria.
De Felice esamina, quindi, in modo dettagliato, le esitazioni e le frustrazioni di Mussolini che sapeva quanto fosse ancora carente la preparazione militare e voleva anche capire come si sarebbe sviluppato il conflitto tra la Germania e gli anglo –francesi. Sentiva la frustrazione di stare alla finestra ed era preoccupato di contrariare la Germania. Hitler –riporta De Felice- su sua richiesta, gli aveva inviato un telegramma nel quale esprimeva il suo consenso alla non belligeranza , ma si sapeva da varie fonti che in Germania si parlava di tradimento e si evocava il ricordo del 1915 quando l’Italia cambiò schieramento.
Fino all’ultimo aveva tentato di convocare una Conferenza di pace per fungere da mediatore ma quando lord Halifax precisò che essa era inutile se i tedeschi non evacuavano i territori occupati, desisté e non osò nemmeno inoltrare a Hitler tale richiesta (Cfr. R.De Felice, Mussolini il duce. Vol.2, p. 669).
Mente ripercorre con cadenza quasi quotidiana gli atteggiamenti, i colloqui, le ipotesi con le quali Mussolini si confrontava con il suo entourage, il libro pone in rilievo che spesso lasciava mano libera al ministro degli esteri Ciano, notoriamente anti tedesco, per coltivare le relazioni con inglesi e francesi , ai quali la neutralità tornava utile anche per gli scambi commerciali.
Le esitazioni del “duce” derivavano dalle sue opinioni altalenanti . Credeva che la guerra sarebbe stata vinta dalla Germania sulla base del pregiudizio delle democrazie incapaci di resistere a prove e di lunga durata come disse nel Consiglio del ministri del 23 gennaio. Ma altre volte, ritornando ai ricordi della Marna considerava quello francese l’esercito più forte del mondo e la Maginot insuperabile, salvo poi irritarsi con quelli che ipotizzavano( e auspicavano) una sconfitta tedesca.
Inoltre, memore della sua opera di mediazione svolta a Monaco del 1938, durante la drole de guerre, prima dell’attacco alla Francia, Mussolini a pensare a una pace negoziata e lasciava mano libera a Ciano che manteneva rapporti con gli alleati.
Poi quando Ciano, Grandi, Bottai anche in occasioni ufficiali come il Gran consiglio insistevano nel dire che non si poteva essere accusati di tradimento perché a tradire erano stati i tedeschi e per due motivi: l’ attacco alla Polonia e il patto germano sovietico che spiazzava l’anticomunismo del fascismo, Mussolini si irritava per queste prese di posizioni ma poi cavalcava, a sua volta, l’antibolscevismo per affermare che i suoi obiettivi strategici erano diversi da quelli di Hitler .
Proprio per questi ondeggiamenti, i tedeschi strinsero i freni e Ribbentrop si incontrò con Ciano per conoscere meglio le intenzioni dell’Italia e per preparare un vertice tra i due dittatori che si tenne al Brennero il 18 marzo 1940.
Riportando i verbali degli incontri, De Felice sottolinea che Hitler non insisté ulteriormente sulla data di entrata in guerra dell’Italia ma gli chiese di definire il suo atteggiamento e lo consigliò di attaccare quando la Francia fosse stata sul punto di crollare perché allora l’intervento italiano gli sarebbe stato utile per spingere francesi e inglesi ad abbandonare la lotta (p.767).
Un discorso astuto perché faceva balenare che l’intervento italiano era più importante politicamente che militarmente e conteneva una velata minaccia circa la necessità di cogliere questa ultima opportunità.
Mussolini contrappose una furbizia grossolana.. Disse a Ciano che avrebbe fatto come Bertoldo.. che non trovava mai l’albero a cui essere impiccato…ovvero avrebbe accettato di entrare in guerra ma avrebbe evitato accuratamente di ‘precisare quando. In realtà le sue ammissioni furono un ulteriore passo verso il punto di non ritorno.
Fu infatti Hitler a fissare de facto una data dicendo che quando i tedeschi avessero aperto brecce nella Maginot l’Italia avrebbe potuto attaccare dalla valle del Rodano evitando le postazioni fortificate delle Alpi per prendere alle spalle l’armata francese Fino a che il fronte non fosse stato sfondato era meglio che restasse fuori dal conflitto.
In questo modo il dittatore nazista precisò tempi e modalità dell’intervento italiano e invano Mussolini si consolava con l’albero di Bertoldo.
Poi il “duce” passò a ipotizzare una “guerra parallela” …una campagna breve, di sei mesi, senza logorare le forze e per ottenere vantaggi manu militari al tavolo della pace in modo da evitare che la Germania cercasse di privarlo degli opportuni compensi ( cfr pp. 692. e 767 ss.)
Questo della guerra parallela per conquistare le chiavi del Mediterraneo divenne un leitmotiv di tutti i discorsi del “duce” che spiegava come il Mediterraneo fosse una gabbia le cui sbarre erano la Corsica, Tunisi,Malta, Suez, Gibilterra. La finestra sull’oceano fu anche un punto centrale del promemoria segretissimo del 31 marzo.
Peraltro, anche Ciano ritenne che l’incontro del Brennero non avesse sostanzialmente cambiato la posizione italiana e si attaccò all’idea dell’ albero di Bertoldo.
Nei due mesi successivi Mussolini continuò a barcamenarsi. Ma più del desideri odi sedersi al tavolo dei vincitori prese sempre più corpo il timore dei tedeschi che avrebbero potuto punire il tradimento con un a rapida invasione dell’Italia.
Comunque, voleva ancora credere – lo ripeteva spesso – che l’attacco alla Francia non era imminente. Quando si verificò, ritenne che le sorti dello scontro fossero incerte e anche dopo lo sfondamento, affermò che la vittoria tedesca non era ancora sicura.
Infine, pressato dal timore di non fare in tempo a partecipare ai frutti della vittoria e dalla paura della ritorsione tedesca fissò la data della dichiarazione di guerra Invano, i vertici militari gli fecero presente che la preparazione non era ancora completata. Pensando che il suo intervento contro una Francia già sconfitta (la famosa pugnalata ala schiena come fu definita dal premier francese Reynaud e dal Presidente Roosvelt ) fosse più politico che militare non se ne curò molto. E l’Italia precipitò verso la catastrofe.
L’entrata in guerra 10 giugno fu una conseguenze inevitabile del Patto d’acciaio ? Perché Mussolini lasciò convincere a stipulare un’alleanza che non essendo solo difensiva ma anche offensiva lo metteva, di fatto, in mano a Hitler? Le sue esitazioni dipendevano solo dal voler vedere chi avrebbe prevalso nell’attacco alla Francia ? Quali erano le opinioni dei vertici del regime e dell’opinione pubblica? Questi sono sol olcuni esempi dei numerosi quesiti per i quali l’ampia ricerca di De Felice è importante e per molti versi imprescindibile anche per nuovi approfondimenti e per ulteriori chiavi interpretative.
Gabriele Parenti

Lascia un commento