1919: abolizione dell’ “autorizzazione maritale”
Cent’anni fa, il 17 luglio 1919, con la legge n. 1176 il Parlamento abolì la “autorizzazione maritale” che sino a quel momento aveva subordinato al benestare dei mariti l’esercizio di attività economiche e di gestione del patrimonio da parte delle mogli. Se il matrimonio oltre che un sacramento era un contratto per le donne esso comportava una vera e propria sottomissione alla volontà degli sposi e una retrocessione nell’esercizio dei loro diritti civili. Strideva il confronto delle loro condizioni con quelle delle nubili e delle vedove: un tema largamente sondato nell’Ottocento dalla copiosa letteratura “femminista”, i cui autori non erano solo maschi, nell’Italia di Salvatore Morelli e di tanti altri campioni dell’emancipazione femminile.
La stessa legge, narra Marco Severini nel documentato saggio “In favore delle italiane” (ed. Marsilio), proclamò il diritto delle mogli d’intraprendere un’attività commerciale anche senza (e magari persino contro) la volontà del marito, nonché di accedere, a parità dei maschi, a tutte le professioni e pubblici impieghi, tranne che agli “uffici” implicanti poteri giurisdizionali (cioè la magistratura in tutti i suoi ordini), alla difesa militare dello Stato e all’esercizio di “diritti o potestà politiche. “Parità” di accesso agli impieghi pubblici e privati non significava però uguaglianza di trattamento economico. Stipendi e salari maschili continuarono a essere molto superiori a quelli delle donne, pur a parità di mansioni. Diversa rimase anche la misura delle ore di lavoro in fabbrica o nei campi, negli uffici contabili o nell’amministrazione pubblica, in cui le donne da decenni lavoravano senza adeguate tutele formali. Una vasta saggistica denunciava la disparità di trattamento delle maestre rispetto agli insegnanti maschi e le umiliazioni alle quali in molti casi esse erano esposte, con veri e propri ricatti da parte di amministratori locali e specialmente da sindaci assai dispotici e invadenti, forti del fatto che l’assunzione e il “compenso” dipendevano dalla loro personale decisione.
Anche nel 1919, all’indomani della Grande Guerra che aveva veduto le donne in prima linea nella vita economica del Paese (anche nelle “industrie ausiliarie”, nei campi, come documentato dal generale Antonio Zerrillo in un saggio d’imminente pubblicazione), il legislatore con una mano concedeva, con l’altra limitava: un’avarizia che affondava radici in secoli di discriminazione motivata da argomenti e atteggiamenti “religiosi”, politici, costumali. Perdurava un vero e proprio orrore della parità perfetta tra generi.
Il femminismo in Italia tra Otto e Novecento
Eppure anche in Italia non mancava un robusto movimento per l’emancipazione femminile. Tra i suoi militanti primeggiò Ernesto Nathan, già gran maestro del Grande Oriente d’Italia e sindaco di Roma, tuttora citato quale modello di lungimiranza, correttezza e concretezza. Di formazione era un “inglese”, discepolo di Giuseppe Mazzini, l’edizione nazionale dei cui scritti comparve proprio a inizio Novecento per volontà del presidente del Consiglio, Giovanni Giolitti, d’intesa con i ministri della Pubblica istruzione, il trapanese Nunzio Nasi e il palermitano Vittorio Emanuele Orlando.
Proprio mentre Nathan era sindaco della Città Eterna fra il 23 e il 30 aprile 1908 si svolse a Roma il primo Congresso delle donne italiane. Alla sua inaugurazione presenziò la Regina Elena di Savoia, a conferma che la monarchia non costituiva affatto un ostacolo all’emancipazione femminile. Anzi, l’ultimo quarto dell’Ottocento aveva visto pullulare riviste, convegni, circoli culturali che presero per insegna il nome della Regina Margherita, la sovrana che teneva nettamente separata la vita privata da quella “ufficiale” e ben distinta la politica interna da quella sociale. La prima assicurava l’ordine. La seconda doveva profittare della tranquillità pubblica per propiziare il progresso civile. La sintesi venne tratta da Giosue Carducci in “Eterno femminino regale”.
Fra i temi trattati nel Congresso spiccò la “condizione morale e giuridica della donna”, con due obiettivi: l’abolizione della “autorizzazione maritale” all’esercizio di professioni da parte delle donne sposate e il riconoscimento del diritto di voto femminile, attivo e passivo.
Due anni prima aveva fatto scalpore la sentenza della Corte di appello di Ancona che il 26 luglio 1906 riconobbe il diritto di voto a dieci intrepide maestre (nove di Senigallia, una di Montemarciano), la cui vicenda è stata ricostruita da Lidia Pupilli in “Storia delle prime elettrici italiane” (ed. 2012). “Esempio di audace interpretazione e di un’audacissima ispirazione” la sentenza, pronunciata da Ludovico Mortara, poi ministro e senatore del Regno, venne lestamente annullata dalla Corte di Cassazione il 4 dicembre e dalla Corte di Appello di Roma l’8 maggio 1907. Malgrado la fervida campagna da decenni condotta da Anna Maria Mozzoni (informata ma “un poco arida” secondo Giuseppe Mazzini) e da altre “suffragette” italiane, prevaleva l’opinione che il voto femminile potesse cagionare “gravi perturbamenti e dolorosi nel seno stesso della famiglia”. Nel cinquantenario del regno (1911) un Congresso nazionale per il suffragio femminile, organizzato a Torino anche per impulso di Emilia Mariani, non ottenne alcun risultato pratico. Contrario al riconoscimento del diritto di voto alle donne, non per principio ma per opportunità, era il presidente del Consiglio, l’onnipotente Giolitti. Se sua figlia Enrichetta, mente politica raffinata e moglie del deputato radicale e massone Mario Chiaraviglio, ingegnere di grande talento, partecipava ai convegni di matrice femminista, lo Statista aveva un’altra priorità: conferire il diritto di voto ai maschi maggiorenni, anche se analfabeti, per ampliare la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni: una decisione lungimirante. Vi è infatti da domandarsi quanto l’esercizio del diritto di voto pesò sull’impegno messo dagli italiani nel corso della Grande Guerra, così esoso di sacrifici e di vite.
La precedenza al suffragio universale maschile
In privato Giolitti era convinto che le donne avessero diritto di voto. Glielo ripeteva la moglie, Rosa Sobrero (“Gina”, “Ginotta”), dal 1904 Collaressa della Santissima Annunziata e quindi “cugina del Re”, dalle cui lettere traspare un certo fastidio per le convenzioni cortigiane. Ma al governo e nelle Aule parlamentari lo Statista dichiarava che il Paese non era affatto pronto per un passo di quel genere. Gli elettori erano ancora meno di tre milioni. Con l’estensione del diritto di voto a tutti i maschi, essi sarebbero cresciuti a sette milioni e mezzo. Le donne potenzialmente aspiranti al voto erano altri sei milioni. Chiamarle alle urne tutto d’un tratto, senza adeguata preparazione civica e in presenza dell’ancora vastissimo analfabetismo (soprattutto nelle regioni centro-meridionali, come del resto in vaste plaghe montane del Settentrione) sarebbe stato “un salto nel buio”.
Chi controllava il voto femminile?
Nel 1848 il conte Clemente Solaro della Margarita, capofila dei clericali, aveva sfidato i liberali (Cesare Balbo, Massimo d’Azeglio, Camillo Cavour e i democratici Urbano Rattazzi, Lorenzo Brofferio, Lorenzo Valerio…) a concedere subito il diritto di voto universale. Era sicuro che i cattolici avrebbero ottenuto la stragrande maggioranza dei consensi. Aveva ragione. Lo sapeva anche il blocco dirigente che aveva premuto per la concessione dello Statuto e aveva stilato la legge elettorale, che attribuì il diritto di voto a una esigua minoranza e istituì i collegi elettorali uninominali a doppio turno: il filtro migliore per plasmare una classe politica di veri patrioti, in vigore dalla proclamazione del Regno d’Italia sino al 1882 e poi dal 1892 al 1919.
Ma i liberali non erano i soli a tirare il freno. Nei giornali, nei meeting, nei salotti tanti “democratici”, garibaldini, protoradicali con venature socialisteggianti si proclamavano fautori dell’“emancipazione femminile” ma solo sul piano dottrinario, nelle conversazioni serali. L’indomani la vita riprendeva il suo corso. La “partita doppia” valeva anche per la maggior parte dei radicali e per i socialisti, che predicavano persino il “libero amore” (a senso unico) ma temevano che, se chiamata alle urne, la maggior parte delle donne avrebbe votato secondo i consigli dei parroci. Nel 1905 un ampio articolo della “Rivista massonica” affermò che concedere il voto alle donne equivaleva ad armare gli schiavi. Avrebbero spazzato via i padroni. Retorica a parte, la pensavano allo stesso modo persino molti repubblicani “storici”.
Anche i cattolici risultavano profondamente divisi. Erano sicuri di controllare il voto femminile nel breve periodo, ma poi? Diritto di voto significava “politicizzazione”, comportava anche libertà quotidiana di pensiero e di parola, non solo alle urne ma anche in casa, nel “foro domestico”, che è molto più importante di una croce una tantum su una “scheda”. Anche per loro la questione era prematura: meglio attendere. L’Italia, d’altronde, era ancora un mosaico di realtà molto diverse, da regione a regione, dall’una all’altra provincia, tra zone urbane ripartite a loro volta in centri e periferie, campagne, colline, valli appenniniche e alpine. C’erano molte Italie. Non esisteva una lingua comune. Questa arrivò solo con la radio e poi con la televisione, ma in tempi assai ravvicinati, appena mezzo secolo addietro ed è ancora un traguardo baluginante.
La svolta venne con la Grande Guerra, quando le donne furono coinvolte in tutti i modi nel conflitto. Il 7 ottobre 1917 fu inaugurato a Roma il congresso dell’Associazione per la donna. Il radicale Ettore Sacchi vi ripeté che ormai le donne avevano superato gli uomini “nell’elevatezza del sentimento e nell’abnegazione del sacrificio”: madri, vedove, sorelle di caduti, crocerossine al fronte, infermiere negli ospedali territoriali (celebre quello allestito dalla Regina Elena al Quirinale), nelle cascine, nelle fabbriche, in Italia come in tutti i Paesi di un’Europa uscita di senno. Come negarne ancora la perfetta parità rispetto ai maschi?
Il 7 marzo 1919 iniziò alla Camera la discussione della proposta di legge che avrebbe ammesso le donne a esercitare tutte le professioni e a ricoprire i pubblici impieghi, tranne la magistratura, le forze armate e i poteri politici, dalle amministrazioni locali al Parlamento. Le sinistre non brillarono affatto per presenza, né in Aula né nei carteggi. Secondo alcuni estremisti (Amadeo Bordiga, Costantino Lazzari, Giacinto Menotti Serrati…) la parola d’ordine era astensione dalle urne e rivoluzione come in Russia o almeno scioperi generali espropriatori. L’ “Avanti!”, quotidiano del Partito socialista non dedicò una riga al dibattito sulla legge, ignorata come “roba borghese”. Anche Anna Kuliscioff espresse giudici sferzanti sulle femministe, a cominciare da Abigaille Zanetta e Rosa Zenoni, valorose esponenti del femminismo in Italia, perlustrato da Marco Severini con dovizia di particolari.
Finalmente la legge fu approvata a Montecitorio e dal Senato il 15 luglio 1919. Sui quasi quattrocento patres al voto parteciparono appena in 75: i sì furono 58, i no 17. Ma ormai la legislatura era agli sgoccioli. La Camera dei deputati, eletta nell’ottobre 1913, era sopravvissuta a se stessa. Il 4 gennaio 1920 il decreto applicativo escluse le donne dagli uffici per i quali erano giuridicamente capaci ma non idonee “in relazione alle esigenze dei servizi”.
L’abolizione dell’“autorizzazione maritale” fu dunque un timido e tardivo passo avanti, subito frenato da norme discriminatorie e retrograde. Come ricorda Severini dalla tribuna riservata al pubblico durante il dibattito sulla legge si affacciò anche la più prestigiosa femminista italiana, Anna Maria Mozzoni, ormai stanca, isolata e malata. Morì il 4 giugno 1920 senza aver coronato il sogno della sua vita: la conquista del diritto di voto femminile.
La Camera dette la precedenza al suffragio universale maschile e al riparto proporzionale dei seggi, che decretò la straripante vittoria di socialisti e cattolici del partito popolare su liberali e “radicali” e repubblicani, ridotti ai minimi termini.
La beffa del diritto di voto per consigli comunali e provinciali aboliti….
Le conquiste femminili procedevano a rilento. Solo il 28 agosto la “dottoressa” Elisa Comani, moglie dell’avvocato Francesco Orsi, prestò giuramento per l’iscrizione all’albo dei procuratori. Era la prima applicazione della capacità giuridica della donna.
E il diritto di voto? Il 27-28 aprile 1919 si svolse a Milano il congresso per il suffragio femminile, col supporto dell’effimero settimanale “Voce nuova. Giornale delle donne italiane”, diretto da Sofia Ravasi (1896-1977), futura moglie dell’editore Aldo Garzanti, e da Paolina Tarugi, laureata in giurisprudenza a Pavia nel 1912.
La prima Camera postbellica (novembre 1919-maggio 1921) durò poco e fu inconcludente. Il governo Nitti fu travolto dall’“impresa di Fiume” (1919). Il V e ultimo ministero Giolitti affrontò crisi extraparlamentari di enorme peso (eliminazione del prezzo politico del pane, occupazione delle fabbriche, trattato di Rapallo con la Jugoslavia, rinnovo dei consigli comunali e provinciali con blocchi nazionali…). Non v’era spazio per il voto femminile, che però ormai s’imponeva. Se ne accennò agli albori della legislatura seguente, ma dopo le dimissioni di Giolitti, i governi Bonomi e Facta ebbero ben altre priorità. Durante il suo secondo ministero, Facta non convocò mai la Camera, che venne poi “radunata” da Mussolini a metà novembre del 1922.
Solo nel 1923 fu dibattuta la proposta di riconoscere il diritti di voto amministrativo per alcune categorie di donne che ne avessero fatto richiesta e si prospettò la loro eleggibilità a consigliere comunale. La fine prematura della legislatura fece decadere la proposta. La legge n. 2125 del 22 novembre 1925 introdusse infine il diritto di voto femminile per le elezioni amministrative. Lo stesso giorno fu approvata la legge sull’appartenenza dei pubblici impiegati ad associazioni, nota come “legge contro la massoneria”. Era l’inizio del regime. Poco dopo il governo Mussolini-Federzoni abolì l’elettività dei consigli provinciali e comunali (sostituiti con “prèsidi”e podestà). Perciò la graziosa concessione del diritto di voto alle donne rimase una farsa.
La introdusse un Decreto legge luogotenenziale firmato da Umberto principe di Piemonte in vista delle elezioni comunali del marzo-aprile 1946, le prime con le donne finalmente elettrici ed eleggibili, come subito dopo avvenne per il referendum sulla forma dello Stato e la formazione dell’Assemblea Costituente. Era la svolta vera, ma il cammino verso la parità effettiva rimase ancora in salita. Motivo in più per ricordare, un secolo dopo, l’abolizione dell’“autorizzazione maritale” e la conquista della capacità giuridica femminile. Ad maiora…
Aldo A. Mola
ALDO MOLA E GIANNI OLIVA MARTEDI’ 19 AI MARTEDI’ LETTERARI DI SANREMO
Enrichetta Giolitti, moglie dell’ingegnere Mario Chiaraviglio, deputato del partito radicale e massone, fu confidente “politica” del padre, Giovanni Giolitti, cinque volte presidente del Consiglio dei ministri fra il 1892 e il 1921. Proprio a lei lo Statista scrisse la famosa frase: “il sarto che deve fare il vestito per un gobbo per farlo bene deve tener conto della malformazione”. Così doveva fare il Governo per un Paese giunto tardi e non benissimo all’unità nazionale.
Alle h. 16 di martedì 19 ne parlano al Martedì letterario del Casinò di Sanremo Marzia Taruffi, Gianni Oliva e Aldo A. Mola, autore di “Giolitti. Il senso dello Stato” (ed. RusconiLibri).

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