Scrive il Washington Post “ When power cannot be changed at the ballot box, it will, sooner or later, be change on the Street.”. E così fu per Maidan nell’inverno 2013 2014, lasciando sul campo centinaia di civili uccisi dai beirkut di Yanukovich. In questo modo, il giornale americano si esprime per i fatti di oggi a Mosca, affermando che se non saranno le urne a cambiare il potere ferreo di Putin, sarà la strada a farlo presto o tardi. L’immagine del sacrificio del popolo ucraino per la libertà riappare come il “Convitato di pietra” sulla piazza del Cremlino. Questo forese non è ancora il momento, e il regime di Putin è ancora formidabile in risorse e nei servizi segreti e militari. Davanti a manifestanti con la bandiera russa, si oppongono le forze di polizia guidate dallo stesso capo dei beirkut in Ucraina, fuggito dopo la defenestrazione di Yanukovich. I pubblici ministeri sono ora impegnati a preparare un nuovo procedimento penale contro le proteste. I manifestanti hanno raggiunto le sessantamila unità e in centinaia sono finiti nelle prigioni russe. Le elezioni locali di settembre saranno segnate da questi eventi moscoviti. Resta una maggioranza amorfa, ancora passiva davanti alla libertà di espressione politica e alla vera concorrenza. Le città che possono permettersi la protesta restano Mosca e San Pietroburgo, e non in tutti i suoi quartieri e nelle moltitudini delle degradate periferie. Il resto dello sterminato impero, è refrattario o indifferente alla libertà e alla concorrenza politica di opposizione. Il regime, che nella sostanza non è mai cambiato per metodi, ha assuefatto i suoi sudditi fino a Vladivostok. La classe meno disagiata della società ha scelto la carriera militare anche fuori dall’ esercito regolare come l’agenzia Wagner, per andare a combattere e guadagnare per la famiglia spargendo terrore ovunque: dalla Cecenia alle Georgia, in Syria , in Ucraina. Dal giorno che Putin ebbe il potere , quel 9 agosto 1999 sono passati 20 anni di assassinii e stragi, avallati anche dalla simpatica amicizia di vari presidenti italiani e tutt’oggi sostenitori di Putin. Dai tempi di denuncia della giornalista Anna Politkovskaja, “il disonore russo” è continuato ad affondare freddamente i suoi colpi. “ Vorrei essere capita bene:” scrive “ voglio spiegare perché, io normale cittadina, contribuente e giornalista, non amo il presidente del mio paese, visto che nel 2000 è stato eletto dalla schiacciante maggioranza dei miei concittadini e gode ancora oggi di un margine di popolarità molto elevato. Non ho niente di personale contro di lui, né lo conosco direttamente. Per me Putin è una funzione, non una persona. Riguardo a questa funzione ho delle esigenze molto semplici: un presidente deve operare per fare diventare il suo paese migliore e più prospero. Ma da noi non è successo niente del genere. Moralmente la Russia di Putin è ancora più sporca di quella di Eltsin, è una discarica di immondizia coperta di rovi.”( da “ CECENIA il disonore russo” pagina 164 ed. Fandango tascabili). L’idea d’impero elettrizza ancora larghe fasce della popolazione fino a manifestare l’odio verso l’Ucraina e gli ucraini, come verso i georgiani. Il saccheggio è ancora un’ancestrale convinzione che per fortuna comincia a venir meno su fasce di popolazione che non ha in odio i vicini. La strada verso la libertà per la Russia è ancora lunga e costellata di difficoltà e comporterà il crollo dell’impero di 17milioni di chilometri quadrati. Di fronte a questa immensità, ricca nel sottosuolo di grandi fortune, gli oligarchi avranno ancora gioco facile e senza una Maidan russa, a poco serviranno le manifestazioni civili e pacifiche.
Enrico Martelloni

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