Certo: ci sono problemi mondiali e forse galattici come l’effetto serra, l’innalzamento dei mari, le guerre dimenticate. Poi ci sono problemi cosiddetti minori che tuttavia toccano tanti di noi nella vita quotidiana come cosa beviamo col caffè, quando stare al sole, che mutuo accendere e perché debbo sopportare le etichette gratta pelle.
Eccoci al punto. Care case produttrici di magliette perché ci condannate a vivere con le etichette che grattano? Ormai sono sparpagliate come le cavallette ovunque: collo, maniche, polsini, cintura, cavallo e sottocavallo. E vi dirò ho visto etichette in zona ascelle. Da tortura.
Voi che fate le magliette intime e boxer, mutante e slip, camicie e magliette colorate t-shirt, e pure magliette con collo tipo Polo siete diventati bravi e moderni, applicate tecnologie e innovazioni per cui per cui ora si produce con fibre altamente compatibili e sostenibili e noi consumatori siamo contenti.
Siamo pure convinti della correttezza normativa e del controllo qualità che porta a cucire su ogni indumento 4 o 5 centimetri di etichette che a volte diventano una decina di centimetri, con mini strisciate ed etichettino con il numero di taglia sopra l’etichetta estesa. Tuttavia probabilmente non si considera abbastanza gli effetti magari non voluti che quelle etichette producono sulla povera pelle del nostro collo e dei fianchi, sulla schiena spesso nell’area tra l’ultima lombare e la prima sacrale. Grattano. E soprattutto d’estate sono altamente fastidiose. Talora con sensazione abrasiva. #Velodico
Ho visto un boxer con tripla etichetta di informazioni, quelle strisce bianche da ripiego, e due etichette colorate cucite, anzi incollate a pressa, messe a grattugia sia nella parte interna sia nella parte esterna zona elastico. Come dire: non hai scampo.
Anche a metterle a rovescio quei boxer ti tocca sempre una etichetta gratta pelle, o pancia o schiena, e l’unica soluzione è fare il reverse del reverse. Lo sapete che non tutti abbiamo la stessa pelle, ci sono pelli sensibili e pelli meno sensibili, pelli che sopportano tessuti ed etichette a prova di fachiro e altre pelli che non riescono a tollerare il millimetro quadro di acrilico con il numerino della taglia che batte sulla cervicale.
E’ così: il mondo è bello perché è vario anche per la pelle. Ci vorrebbe una idea. Stampare senza rilievo su una parte del tessuto quello che serve stampare, che ora va sulle etichette, e consegnare al consumatore una maglia etichette-free. Una meraviglia per la nostra epidermide.
Ne ho viste in giro: belle morbide senza pezzetti aggiungi e qualche riga in zona trapezio per le esigenze di norma e di comunicazione. Il panorama è vario: mi è capitata una polo con una pletora di etichette in zona fianco sinistro che da sola provocava una grattugiamento francamente imbarazzante. Ci sono anche jeans che abbondano in informazione etichettatoria sia alla cintura sia in zona tasca.
Direte: non è un problema vitale. Avete pure ragione: ma provate voi a indossare una maglietta con le sue tre o quattro etichette tra pancia fianco, collo e un pantalone con le sue etichette e tutte insieme vi accompagnano in ogni movimento come se ci fosse una bestiolina che si è introdotta tra voi e loro. Metteteci poi la condizione aggravante dell’estate e del probabile sudore e mi saprete dire se questi dell’etichetta gratta pelle sono problemi secondari. Tutto questo si aggiunge al consumato dibattito sulle cuciture in rilievo degli indumenti intimi di cui alla “filosofia” del Professore di Seguendo Forrester, il film.
La domanda era ed è: perché le cuciture delle magliette e dei boxer, spesso anche abbastanza spesse, debbono intarsiare la nostra povera pelle e non la camicia o l’abito? Quindi magliette e boxer a rovescio. Che c’è di male?
Lo chiede anche il giovane Jamal allievo al professor Forrester:
Jamal: Perché porta i calzini a rovescio? Forrester: Perché i calzini sono mal congegnati, le cuciture sono all’interno e fanno male alle dita dei piedi. In alcune civiltà è considerato di buon augurio, mettersi addosso qualcosa a rovescio. Jamal: E lei crede a queste cose? Forrester: No, ma è come pregare… che cosa ci perdi?
Una sera raccontavo, in una tavola del Rotary, questa mia abitudine che era stata oggetto anche di narrazione in un articolo sul giornale. Improvvisamente una signora ingioiellata e perbene di fronte ha sussurrato al marito: “Oh, ma l’è lu quel c’as met la roba ala arversa” . (Oh ma allora è lui quello che si mette le maglie a rovescio!) Imbarazzo dei familiari. Un giorno per un esame ecografico l’infermiera mi dice: “si spogli tenga solo maglietta e boxer”. Vede che sono a rovescio e me lo fa notare. Io replico: Si lo so, grazie; seguo la filosofia del prof. Forrester. Durante l’esame ecografico vedo che si affollano medici e infermieri nella stanza oltre lo schermo. Penso: chissà cosa stanno vedendo dall’eco. Finito l’esame tutti a chiedermi: com’è questa filosofia dei calzini a rovescio? Ci stava.
La domanda è sempre quella: perché la cucitura e l’etichetta devono intarsiare la nostra pelle e non i vestiti? Chi ce lo fa fare? Commenti liberi.
Fabrizio Binacchi

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