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L’impeachment di Trump: il dilemma dei democratici

Il rapporto di Mueller, in parte censurato dall’attuale ministro di Giustizia William Barr, non ha incriminato Trump di cospirazione anche se ha dimostrato l’influenza dei russi nell’elezione americana.

di Domenico Maceri | 29 Aprile 2019

“Oh Dio mio. È terribile. Questa è la fine della mia presidenza. Sono fottuto”. Queste le parole di Donald Trump venute a galla nel rapporto di Robert Mueller, il procuratore speciale sul Russiagate. Il 45esimo era appena stato informato dall’allora ministro della Giustizia Jeff Sessions che il suo vice, Rod Rosenstein, aveva dato l’incarico a Mueller di investigare l’interferenza russa nell’elezione americana del 2016.

Va ricordato che il 2 marzo del 2017, Sessions si era ricusato dall’inchiesta sull’interferenza russa a causa della sua attiva partecipazione nella campagna elettorale di Trump. L’inquilino della Casa Bianca non aveva gradito, ritenendo che il ruolo del ministro di Giustizia fosse di difendere il presidente. Sessions, agendo secondo il consiglio dei legali del ministero di Giustizia, non vide alternativa all’autoricusazione. La sua azione creò discordi con Trump il quale, dopo non pochi tweet poco gradevoli nei riguardi di Sessions, lo licenziò nel mese di novembre del 2018.

Il rapporto di Mueller, in parte censurato dall’attuale ministro di Giustizia William Barr, non ha incriminato Trump di cospirazione anche se ha dimostrato l’influenza dei russi nell’elezione americana. Come già si sapeva da altre fonti e confermato da Mueller, la Russia nell’elezione del 2016 aveva un candidato favorito e questi era proprio Trump. I russi lo hanno aiutato mediante il rilascio di informazioni negative su Hillary Clinton divulgate tramite WikiLeaks ma anche con annunci e disinformazioni nei social networks.

Trump non ha mai digerito l’idea che fosse stato aiutato dai russi per aprirgli le porte della Casa Bianca. La sua inaspettata vittoria nel 2016 mediante l’Electoral College non ha però incluso la maggioranza del voto popolare poiché la Clinton ha ricevuto tre milioni di voti più di Trump. L’inchiesta di Mueller è però rimasta inconcludente sulla questione di ostruzione alla giustizia da parte di Trump.

Il ministro di Giustizia Barr ha interpretato l’essenza del rapporto di Mueller come scagionamento di Trump. La realtà è molto più complessa e nonostante la mancata incriminazione di Mueller i guai legali del 45esimo presidente non sono finiti e potrebbero condurre all’impeachment. Mueller non ha incriminato Trump di ostruzione alla giustizia poiché una direttiva del ministero di Giustizia sostiene che un presidente in carica non può essere incriminato. Si tratta di un’interpretazione della costituzione che non è mai stata sfidata. Ciononostante Mueller l’ha seguita.

Mueller però non ha scagionato Trump avendo trovato  almeno dieci azioni del presidente su possibili ostruzioni alla giustizia. Includono “influenza inappropriata” sulle investigazioni giudiziarie. In particolare Trump ha tentato di “limitare le indagini”, ha cercato di “scoraggiare testimoni di cooperare”, suggerendo “possibili future grazie” come ricompensa. Le azioni di Trump ci dicono, secondo il rapporto, che il presidente intendeva “intimidire testimonianze” che minacciano “l’integrità del sistema giudiziario”.  Chiarisce che se le indagini avessero provato l’innocenza di Trump nell’ostruzione alla giustizia lo “avrebbero reso specifico” e che quel giudizio di innocenza “non è stato raggiunto”. Traduzione: Trump ha ostruito la giustizia e quindi non può essere esonerato.

Mueller ha incriminato 34 persone con le sue indagini, alcuni dei quali sono già in carcere. Nel caso del presidente, però, Mueller  ci ricorda che il Congresso  possiede l’autorità di imporre l’applicazione delle leggi  “a tutti incluso il presidente”. Nessuno, continua il rapporto, è “al di sopra della legge”. Nemmeno Trump che lui, Mueller, non ha incriminato perché la sua carica di presidente glielo impedisce.

Mueller in effetti ha passato la patata bollente delle possibili illegalità di Trump al Congresso. Il rapporto chiarisce che l’immunità del presidente non impedisce l’incriminazione “dopo la fine del mandato del presidente” purché avvenga nell’arco di cinque anni dall’atto illegale.

L’impeachment nella mente di molti americani significherebbe che Trump potrebbe essere espulso dalla Casa Bianca. Di fatti, l’impeachment è solo l’accusa, cioè il primo passo che spetterebbe alla Camera. La seconda parte, la condanna, che includerebbe in seguito l’espulsione dalla carica di presidente toccherebbe al Senato se 2/3 di loro (67 voti) votassero contro Trump.

La storia ci dice che nessun presidente americano è stato espulso dalla Casa Bianca mediante la condanna del Senato. Né Andrew Johnson (1868)  né Bill Clinton (1998), gli unici presidenti ad avere subito l’impeachment alla Camera, furono condannati dal Senato (Richard Nixon si dimise prima dell’impeachment). Il primo prevalse di un solo voto al Senato mentre il secondo prevalse con un margine molto più amplio (55 favorevoli a Clinton, 45 contrari).

Il fatto che Mueller non abbia incriminato Trump non vuol dire mancanza di atti illegali. La strada più “facile” sarebbe di concentrarsi sull’elezione del 2020 e sconfiggerlo alle urne. Questa sarebbe la strada prudente suggerita fino al momento da Nancy Pelosi, speaker della Camera. Altri però hanno già indicato che bisogna investigare di più, richiedendo ulteriori testimonianze al Congresso per determinare se procedere con l’impeachment.

Ciononostante la strada giusta non è sempre quella più facile. Alcuni candidati alla nomination democratica come Elizabeth Warren, senatrice del Massachusetts, Kamala Harris, senatrice della California, e Julian Castro, Segretario di edilizia e sviluppo urbano nell’amministrazione di Barack Obama, sono favorevoli all’impeachment. A questi si aggiungono alcune parlamentari come Alexandria Ocasio Cortez, New York, e Rashida Tlaib del Michigan. La senatrice Warren ha colto molto bene perché bisogna procedere con l’impeachment. La Warren  ha dichiarato che “ignorare i ripetuti tentativi di un presidente di ostruire un’indagine nei suoi comportamenti sleali infliggerebbe seri danni al Paese e suggerirebbe che l’attuale e futuri presidenti avrebbero carta bianca di mettere in pratica simili abusi”.

Domenico Maceri

Pubblicato in : Primo pianoTag: amministrazione, anni, barack obama, campagna elettorale, casa bianca, costituzione, danni, dichiarato, hillary clinton, obama, persone, sviluppo

Info Domenico Maceri

Domenico Maceri, PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

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