In dialogo con Zoltan Istvan
La conclusione degli Eleati è che: Se esistesse una Molteplicità essa dovrebbe essere come l’Uno. Così, che Democrito pensò e elaborò il concetto di atomo, così come noi ancora oggi l’intendiamo, e cioè un ente minimo dotato di “grandezza, figura, posizione e velocità”. Ma, il nodo sarebbe ancora restato impigliato nel groviglio della matassa salvo che in futuro il fato non ci riservi qualcos’altro.
Nello spazio di questo scritto indaghiamo ciò che possiamo definire lo schema della percezione essenzialmente visiva, e da un punto di vista esclusivamente filosofico, oltre che in particolare per quanto concerne le elaborazioni di alcuni dei primi filosofi greci secondo la tradizione storiografica a noi pervenuta.
Per schema occorre intendere piuttosto un modello, come detto di visione, e quindi direi un modello visionario d’interpretazione – che è termine ben diverso da quello di percezione, ma maggiormente rende chiaro il significato più pieno di quest’indagine – di ciò che, alla maniera di Parmenide, è l’Essere e di cui possiamo soltanto dire che: è.
L’indagine, alla cui conclusione qui immediatamente di seguito accenniamo, ci spingerà verso il futuro ma guardando a ritroso nel tempo; essa inizia dal detto di Anassimandro: Ciò da cui tutte le cose nascono è anche la causa del loro giungere alla fine, come si conviene, poiché esse si fanno ammenda e espiazione l’una all’altra, secondo l’ordine del tempo.
Ci accompagna in quest’indagine il maestro Giorgio de Santillana, fisico e filosofo della scienza, nato a Roma nel 1902 e morto a Beverly, nel Massachusetts, nel 1974, autore di prestigiose opere, tradotte anche in italiano con i titoli: Il mulino di Amleto, Fato antico e fato moderno, Le origini del pensiero scientifico. Ci torneranno utili, soprattutto alcune delle sue annotazioni riportate nell’ultima opera ora citata.
Origine di tutte le cose per Anassimandro è l’Apeiron, essenzialmente la concezione di uno Spazio-Illimitato, ovverossia di cui non è possibile vedere i limiti o confini. Uno spazio quindi che possiamo definire “continuo”, ma che può essere compreso – anche se è più corretto dire ricompreso – solo in forma intellegibile (in proposito, altri, e in particolare Aristotele, useranno poi il termine metafisica) o matematica (non a caso definita anche più di recente “il linguaggio degli dei”); e quindi uno spazio continuo non altresì ricompreso in uno spazio geometrico ovverossia “discreto”, che altri, e in particolare Aristotele, diranno poi fisico.
De Santillana dice che “l’ordine (anassimandreo) è ancora, come in tutte le dottrine arcaiche, il ciclico onnicomprensivo Ordine del Tempo”. Noi preferiamo invece dire che Anassimandro intende ancora muoversi in quello che fosse ancora, come in tutte le dottrine arcaiche, il ciclico onnicomprensivo Ordine del Tempo (n.d.r.: vorremmo in fine anche evitare di usare le maiuscole, ma per esigenze maggiormente esplicative riteniamo sia forse meglio farne tuttavia uso). Rispetto a questa diversità, che potremmo dire d’impostazione del discorso, valgano due nostre brevi annotazioni: a) l’ambito di appartenenza: concerne, come detto, tutte le dottrine arcaiche, che, in quanto tali, presuppongono comunque una precedente elaborazione; b) l’Ordine del Tempo (cosiddetto): che, almeno formalmente, sembra escluda un inizio diverso da quello emblematicamente di Esiodo, che è riportato nella Teogonia, e in base al quale “in principio fu il Caos” (v. 116) ovverossia lo Spazio e, aggiungerei, lo Spazio in qualche modo, e cioè quale che sia, discreto o continuo.
L’ipotesi, che qui avanziamo, è che la concezione dello spazio continuo di Anassimandro sia di derivazione piuttosto “umana” e poco o nulla abbia interessato o interessi tuttora se essa stessa trovi effettivamente riscontro in ciò che allora dicevano, e anche noi oggi diciamo in qualche modo ancora, “natura”. Così che, la percezione – dapprima lineare e poi circolare, o viceversa dottrinaria – del tempo sia esattamente sovrapponibile a quella dello spazio-continuo di Anassimandro, e viceversa. Di guisa che anche oggi, nella fisica, sia d’uso comune l’espressione “spazio-tempo”.
Ma, ci suggerisce ancora De Santillana, i fisici eleati, e in particolare Parmenide, introdussero nell’intero discorso logico una rivoluzione prospettica, potremmo dire noi oggi, con linguaggio moderno, un vero e proprio cambio di orizzonte e di mentalità. La concezione dello spazio-matematico anassimandreo, di cui emblematicamente è detto nel paradosso zenoniano di Achille e la tartaruga, è modificata da Parmenide (nato nel 525 e.a.). Lo spazio che viceversa intende Parmenide è uno spazio-geometrico pieno, che non è distinguibile secondo “materia”, in cui cioè non è possibile individuare o meglio definire alcun punto che non sia per l’appunto un’“incognita” (x), e che quindi non possiamo dire discreto ma continuo. Come tale, questo spazio è rivolto e per così dire agisce solo al proprio interno – allo stesso modo con il quale ci raffiguriamo il concetto di insieme in matematica -, risultando invece delimitato verso l’esterno: una sorta di dentro-e-fuori, che può essere sempre riconducibile all’Uno in forma intellegibile o matematica, ma capace anche di relazionarsi a un qualsiasi punto, che tuttavia non può essere individuato né identificato.
La variante parmenidea consente quindi di fare un passo avanti nel processo logico, così inteso alla stregua dello scioglimento di un nodo all’apparenza inestricabile o in forma equivalente al processo di riavvolgimento del nastro di una pellicola fotografica. Commenta infatti De Santillana: “La vera concezione di spazio geometrico, una volta formulata, si adatta altrettanto bene a fungere da sostrato sia della forma fisica, in virtù della sua rigidità e impassibilità, sia della materia, se si adotta di essa un’idea che la trasformi in una proprietà accidentale e contingente dello spazio che essa ‘occupa’. Questo fu il cammino imboccato da Parmenide, e più tardi da Newton. Non sorprende che egli abbia attribuito un simile colpo di genio all’ispirazione della divinità. Come era naturale per uno che aveva una formazione innanzi tutto pitagorica, fu probabilmente la forma data al problema dei Pitagorici, l’analisi del continuo, a condurlo alla sua scoperta. Il continuo adempie pertanto alla stessa funzione dell’Illimitato anassimandreo – e anche a quella dei numeri pitagorici. Non si può più visualizzarlo come un grande Fluire con i suoi mulinelli, o come punti di luce nello spazio irradianti potenza. Non c’è nulla da visualizzare in questo tipo di sostrato; quello che vi mettiamo con l’immaginazione si sfalda in tanti punti, e così all’infinito, finchè non appare chiaro che ciò che dobbiamo comprendere è la tessitura, che è poi quella del continuo”.
E purtuttavia, l’“umano” avrebbe ancora e pur sempre inseguito e quindi in qualche modo cercato una “giustificazione” a ciò che continua a vedere, e quindi interpreta in forma discreta. E a ciò, diciamo pure seriamente, provvide immediatamente dopo Parmenide, Democrito (460-360 e.a.). Il compito, che egli si assegnò, fu quello in qualche modo di ridare piena dignità alla fisica, “la sua fisica”, che Parmenide, dice ancora De Santillana, “aveva definito ‘opinione’, in quanto non poteva essere rigorosamente giustificata” (la qual cosa, sia detto qui per inciso, fa pensare molto alla fantomatica “prova di Godel” di cui parlano Nagel e Newman nel loro saggio dal titolo italiano quasi omonimo).
La conclusione degli Eleati – ribadisce De Santillana – è che: Se esistesse una Molteplicità essa dovrebbe essere come l’Uno. Così, che Democrito pensò e elaborò il concetto di atomo, così come noi ancora oggi l’intendiamo, e cioè un ente minimo dotato di “grandezza, figura, posizione e velocità”. Ma, il nodo sarebbe ancora restato impigliato nel groviglio della matassa, come a breve vedremo, dovuto essenzialmente al fatto che la Scuola di Democrito abbia considerato sia l’“atomo” che la “natura” due termini esattamente interscambiabili.
La riscoperta di Democrito consistette nel riappropriarsi della visione del “vuoto” inglobando il concetto nella visione di uno spazio pur sempre geometrico, ma occupato da “materia” piena e quindi visibile in forma discreta. In qualche modo, sembrava a Democrito che così la sua fisica trovasse anch’essa una sua giustificazione.
E così, siamo anche quasi giunti al termine di questa nostra indagine. E tuttavia, resta ancora da osservare e quindi in modo conclusivo annotare che: a) una tale giustificazione è concepita da e per ciò che diciamo in qualche modo ancora “umano”, ed è quindi arbitrario ritenere che ciò sia anche “naturale” nel senso di realmente esistente in natura; b) ma, al di qua o al di là che ciò sia o non sia, sarebbe comunque necessario e sufficiente che una tale giustificazione valga e sia efficace per ciò che, in futuro, mediante le nuove possibilità della Tecnica, già oggi prediciamo “postumano” o “transumano”. In specie, anche questo sarà parte del futuro remoto che ci attende?
Angelo Giubileo

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