Nella presente crisi post voto, quella che è a rischio è la reputazione degli opinionisti, o meglio di quella parte che non si limita a raccontare le cose e ad interpretarle, ma pretende di orientarle.
Nell’indotto della politica, cioè in quello spazio specialistico, in cui si muovono esperti, osservatori e misuratori delle scelte elettorali, ci sono stati tempi duri per i sondaggisti, poi riscattatisi azzeccando sostanzialmente l’esito del 4 marzo.
Nella presente crisi post voto, quella che è a rischio è invece la reputazione degli opinionisti, o meglio di quella parte che non si limita a raccontare le cose e ad interpretarle, ma pretende di orientarle.
Specie quelli che salgono sulla cattedra televisiva, hanno fatto la parte della mosca cocchiera di Fedro, dando un ulteriore colpo di piccone alla credibilità della politica, già precaria. Raccontata male, o solo per gli addetti ai lavori, ha finito per essere ancor più incomprensibile.
Tra i motivi di questa scucitura c’è il fatto che I protagonisti della politica sono totalmente cambiati, talvolta sono trentenni senza un passato, non solo politico, alle spalle. Molti commentatori, invece, almeno quelli che non si costituiscono a partito, sono gli stessi dei tempi di Andreotti e Dei Mita, Craxi e Berlinguer. Fanno magari notare che è rimasta una mentalità da maggioritario, mentre il sistema è proporzionale, ma loro stessi, che imperversavano ai tempi della cosiddetta Prima Repubblica, hanno inventato nascita e morte immaginarie della Seconda e oggi della Terza, sempre in chiave autoreferenziale, più politici dei politici.
Con il Rosatellum, tutto in realtà era molto chiaro fin dal primo giorno, ma si è lasciata andare avanti per mesi la finzione che esistessero dei candidati Premier che potessero – da soli – determinare dei vagheggiati governi monocolore, addirittura già composti alla vigilia del voto, con programmi imperativi, francamente improbabili ma obbligatori se presentati da presunti vincitori, che al massimo “concedevano” agli altri di aderire, senza in cambio le spregevoli “poltrone”.
Un mondo immaginario che, senza le istruzioni per l’uso, ha comunque influenzato non poco il voto spargendo illusioni e producendo effetti stranianti su chi – condizionato dal martellamento dei talk show – ci ha creduto. Perché ancora non è vigente il reddito di cittadinanza? Perché non c’è già la flat tax? Eppure hanno vinto quelli che li proponevano!
Si è andati avanti così con dibattiti costruiti su una sequela di “se” senza contraddittorio, mancando sempre il confronto diretto tra leader indisposti ad accreditarsi reciprocamente, che nessuna Commissione Vigilanza invitava a incontrarsi. Una sola volta abbiamo ascoltato due interlocutori con opinioni diverse, ma solo uno – Salvini, cui va dato atto di trasparenza – era in campo. L’altra, la prof. Fornero, appartenente al passato da demonizzare, non era neanche candidata.
Il frutto di tutta questa cattiva preparazione è qualcosa che gli elettori hanno poi avuto sotto gli occhi: il veleno dei veti, delle esclusioni pregiudiziali, l’immobilità del sistema. Sempre con i commentatori a correr dietro ad una telefonata Salvini-Di Maio, ad un sospiro di Franceschini, all’apertura o chiusura di improbabili forni, illustrando scenari smentiti ad horas. Con l’unico, Berlusconi, che usa le parole forti, forse le uniche chiare in tutto un tramestio molto da palazzi romani, da retroscenisti senza retropalco.
Nei primi 50 giorni non è cambiato nulla rispetto allo scenario dei mesi pre voto. Uno dei più bravi commentatori politici, Antonio Polito, ha affrettatamente salutato la nascita di un nuovo bipolarismo Lega-5Stelle, senza calcolare che il bipolarismo è per definizione basato sulle differenze alternative, mentre il suo giornale ne ha auspicato ogni giorno le convergenze. E che dire del coro dei critici pluriennali del PD tutti impegnati a chiedere un sostegno del perdente al vincente? Una specie di alibi per se stessi, esponenti di una intellighenzia reticente a mostrarsi populista, cosa poco chic, ma alla ricerca di una copertura scaricando le proprie nostalgie di potere sullo zerbino dei perdenti?
Il fondatore degli Stati Uniti, Thomas Jefferson, diceva di preferire a un Governo senza giornali, Giornali senza Governo. E’ quel che succede in Italia, ma se i giornali pretendono di fare i governi, è corto circuito.
Beppe Facchetti

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