Nel centrosinistra iniziano a chiarirsi le diverse posizioni: una sinistra, da LeU a Orlando, che dice “alleiamoci con i 5stelle, sono i più simili a noi”; alcuni notabili, da Franceschini a Veltroni, che dicono “appoggiamo il nuovo governo, per aiutare Mattarella a renderlo presentabile in Europa“; i riformisti, da Del Rio a Renzi, Calenda etc. che dicono “facciamo opposizione, perché i nostri programmi sono incompatibili con quelli di M5S e Lega“.
Personalmente credo che i 5stelle non siano affatto “una costola della sinistra”, e che dinanzi ai grillini che propongono “capitalismo + assistenzialismo in una società chiusa”, il compito del PD non può essere “aiutare e annacquare” un governo sbagliato. Il PD deve invece opporsi alla politica di 5stelle e Lega, deve contestare il loro rifiuto di ogni complessità, far esplodere le contraddizioni tra quanto hanno promesso e quanto (non) manterranno.
E penso che la sconfitta elettorale del PD debba molto anche ad una organizzazione che non è all’altezza della comunicazione post moderna. Molti vecchi compagni ragionano con logiche premoderne: tipiche di un era durata più di un secolo, in cui il canale di comunicazione dominante era il partito stesso, con la vasta rete di attivisti presenti nel territorio, la stampa di partito, le azioni dirette (comizi, porta a porta, etc). L’elettorato aveva un comportamento stabile, gli elettori si riconoscevano nei gruppi sociali (operai, imprenditori, etc) ed esprimevano un voto di “appartenenza”. La comunicazione politica aveva quindi come paradigma l’ideologia ovvero le credenze sociali condiviso dagli elettori, e le campagne elettorali (brevi) erano condotte in modo da mobilitare i propri elettori facendo appello ai legami preesistenti. Questo era il modello di comunicazione originario del partito di massa.
La seconda era della comunicazione politica, detta moderna, è durata poco, meno di 50 anni, dalla metà del ‘900 a ieri, ed è stata caratterizzata dal predominio della TV (affermatosi in Italia con circa 25 anni di ritardo rispetto agli USA). Il comportamento elettorale è meno stabile, al voto di appartenenza si viene progressivamente affiancando il voto “di opinione” su singoli temi, disallineato dall’ideologia. L’obiettivo principale delle campagne elettorali diventa persuadere questi elettori indipendenti, decisivi per il successo finale. La comunicazione politica assume come paradigma la logica del marketing, cresce l’importanza del candidato, diminuisce quella dei militanti, inizia l’ascesa dei consulenti politici, che incidono molto pesantemente sul comportamento di politici e di partiti. Questo era il modello di comunicazione introdotto da Craxi, portato al successo da Berlusconi, ripreso (tardivamente) da Renzi.
La terza era della comunicazione politica, detta post moderna, inizia negli anni ’90 ed è tuttora in corso. Non vi è più un media dominante, la tecnologia ha aumentato sia il numero dei canali disponibili (reti televisive via cavo, YouTube, Facebook, Twitter, siti Web, blog, etc.) sia la possibilità di accedervi superando il rapporto obbligato con i giornalisti. Il comportamento elettorale diviene sempre meno stabile, tanto che si parla di elettorato fluido in una ‘società liquida’: la frammentazione dei canali di comunicazione favorisce la frammentazione delle posizioni politiche, chiunque abbia una opinione (anche sballata: scie chimiche, sirene, no vax) può facilmente comunicarla aggregando in una rete i pochi o tanti che condividono la sua opinione.
L’obiettivo principale delle campagne elettorali diventa quello di catturare quanti più elettori possibile, promettendo loro ciò che desiderano, e contemporaneamente aiutandoli a “mettere ordine” tra le caotiche esperienze quotidiane. La comunicazione politica assume come paradigma la narrazione, diventano indispensabili i consulenti e gli esperti capaci di manipolare ed indirizzare ‘le reti’ che sorgono spontaneamente, e la durata delle campagne elettorali è così dilatato che si parla di campagne permanenti. Questo è il modello di comunicazione della Casaleggio ed Associati, che ha fatto la fortuna del M5S, o di Cambridge Analytics che (si dice) ha curato la campagna di Salvini. Questo è il modello con cui il PD deve fare i conti: tornare all’antico modello di partito è impossibile, le vecchie sezioni non funzionano più, almeno come mezzi di comunicazione. Dobbiamo pensare altre forme di prossimità connesse a reti di comunicazione post moderne.
Andrea Parini (www.mu-me.it)

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