Il difficile viene adesso. Anzi, ci viene addosso, senza dilazione né sconti. L’Italia è vincolata a scadenze obbligate, dettate da vincoli accettati, sottoscritti, ineludibili. Il calendario dell’Unione impone un bagno di realismo a un Paese in parte preda di sogni farneticanti e tentato di allontanare da sé l’amaro calice di mantenere gli impegni con la scappatoia infantile: altre elezioni. Alcuni (come il Movimento di Grillo) svicolano, pretendendo per sé soli tutto il potere; altri (è i caso del Partito democratico) si arroccano indispettiti sul loro fallimento politico, prima e più che elettorale. Troppi giocano ai quattro cantoni mentre la casa rischia il crollo. Ma il bel gioco dura poco. Entro dieci giorni, vecchio o nuovo che sia, il governo deve presentare i suoi conti all’Unione Europea. Dovrà farlo il governo attuale, in parte allo sbando e comunque in carica solo per l’ordinaria amministrazione: un limite che Paolo Gentiloni farà bene a non dimenticare, guardandosi da impegni travalicanti in politica estera e militare. Auspichiamo che il presidente della Repubblica regali un “Bignami” di storia ai ministri attuali e futuri e ai parlamentari, novizi e fattizi (compreso Ferdinando Casini), per ricordare le troppe avventure nelle quali il Paese è stato gettato nel corso del tempo con decisioni improvvide. I “Bignami” più aggiornati ci dicono che, incalzante il volenteroso Giorgio Napolitano, l’Italia andò a traino di Francia e Gran Bretagna nella caotica “guerra di Libia”, lontanissima da soluzione, e qualcuno scalpitò persino quando iniziò la catastrofe in Siria. Ora, mentre il Vicino Oriente è daccapo una polveriera sull’orlo dell’esplosione, occorre fermarsi a riflettere.
Per alcuni paesi oggi è Pasqua di Resurrezione per altri è Guerra devastante. Dopo cinque anni di campagna elettorale estenuante, le votazioni delle alte cariche del Parlamento (in un clima talora goliardico e con alcune pugnalate nell’urna) hanno dato la sgradevole impressione che esse siano garanti di predominio anziché di equilibrio. I “cri-cri” dei grillini sull’abolizione dei vitalizi dei parlamentari sanno di giustizialismo a buon mercato. Ora, però, siamo alla resa dei conti. L’Italia è chiamata a mostrare di essere uno Stato credibile. Al netto della ridda di chiacchiere sull’esito delle votazioni e sulle arzigogolate coalizioni di governo, il punto è uno solo: presentare i “conti” all’ “Europa”, cioè al Potere al quale l’Italia ha trasferito la sovranità sulla propria salute economica.
Per carpire consensi tanti partiti hanno promesso l’impossibile. Quasi tutti hanno detto che “questa Europa va cambiata”. Lo fece anche Matteo Renzi, passato in pochi mesi dalle pacche sulle spalle di Ventotene con Merkel e Hollande, alla deprecazione dell’Europa “matrigna” e ingrata. L’Italia, però, è arrivata quasi ultima nella geremiade contro l’ Unione. Tanti altri suoi membri, maggiori e minori, da anni ne chiedono profonde riforme. Alcuni, anzi (dall’Austria-Ungheria alla Polonia), voltano le spalle a Bruxelles, niente affatto intimiditi dalla minaccia di sanzioni. Però nessuno è in grado di rimediare. La motivazione è sotto gli occhi, forse sgradevole ma chiara: l’Unione Europea odierna regge solo perché non sta eretta. Campa perché è sdraiata. E’ una valetudinaria avvolta nelle coltre delle emissioni di moneta della BCE di Draghi: cura palliativa che non arriva alla radice del male. Per funzionare davvero, l’inflazione auspicata del 2% dovrebbe essere bilanciata da aumenti di salari e stipendi e dalla corresponsione di interessi sui depositi bancari, senza i quali i consumi rimangono al palo e la povertà è destinata ad aumentare, come il malcontento popolare, l’esaurimento del ceto medio, indotto alla dissipazione anziché al risparmio. Le elucubrazioni di “banchieri” e di “economisti” cozzano col buon senso antico, oggi come nei secoli andati.
Ora l’ “Europa” è una somma di debolezze, rinunce, abdicazioni e di equivoci irrisolti a cominciare dall’assenza di politica estera e militare unitaria. Basti a conferma l’evanescenza della signora Mogherini. Questa vacuità arriva da lontano, dalla guerra mondiale perduta dall’Europa occidentale, sul piano militare, politico e finanziario, a vantaggio degli USA e dell’URSS, e dall’incapacità dei “vincitori” (tra i quali figurarono Grecia, Bielorussia, Ucraina, Jugoslavia…) di pensare in europeo sin da quando, nel 1944, si prospettò la sconfitta della Germania di Hitler e, conseguentemente, dell’Impero giapponese (uscita di scena, l’Italia era ormai campo di battaglia e lo rimase due anni con 150.000 vittime di bombardamenti aerei, pari alle atomiche USA su Hiroshima e Nagasaki, e ferite morali mai risanate). Anche dopo il 1945 la Gran Bretagna continuò ad avvolgersi nel sogno di potenza imperiale planetaria. A svegliarla non bastarono l’India, il Kenya, Mandela e via continuando. Altrettanto fece la Francia, ammessa tra i “Grandi” malgrado gli ambigui trascorsi (la Repubblica di Vichy, il socialismo di Marcel Déat, l’estremismo dei suoi comunisti…) e la sua oggettiva fragilità. La sua illusione di impero coloniale (Unione dal 1958) si tradusse nella maggior lacerazione civile postbellica dell’Europa Occidentale: la guerra di Algeria e la lotta armata dell’OAS contro il governo nazionale, volano della non risolta incomunicabilità odierna tra le due sponde del Mediterraneo. Ma già nel 1953 la bocciatura della Comunità europea di difesa, voluta proprio dalla Francia in odio contro la Germania, aveva decretato l’irrilevanza militare dell’Europa quale Soggetto di storia, con conseguenze epocali. Per comprenderne le proporzioni e la durata occorre rileggere le “Storie” di Erodoto e le “Peloponnesiache” di Tucidide. Anche l’Europa della Belle Epoque fu vittima della “invidia degli dèi” o, se si preferisce, della pochezza della sua dirigenza istituzionale, politica e militare. Quando raggiunse l’apice del benessere e dei “buoni sentimenti” essa scatenò guerre ingovernabili e non seppe costruire la pace.
Questo lugubre passato incombe. Anzitutto sul Capo dello Stato, Sergio Mattarella, in presenza di un governo dimissionario e nella probabilmente lunga gestazione di un governo forse precario, chiamato a compiere un salto di qualità per varare una legge elettorale seria in vista dell’Assemblea Costituente di cui il Paese da decenni ha bisogno. Il fallimento del referendum voluto da Renzi sul garbuglio costituzionale di sua ideazione ha rinviato la soluzione della “grande riforma”, prospettata sin dai tempi di Bettino Craxi e Aldo Bozzi, ma non l’ha risolta (anche per questo motivo il 4 marzo è stata severamente punita alle urne l’ala movimentistica del “no”, accorpata in Liberi e Uguali).
Nelle more, occorre tenere il Paese al riparo da decisioni improvvide, da passi incauti, dalla velleità di figurare comprimari in decisioni altrui, magari spacciate come decisioni dell’ONU (che cosa è oggi?) e della Nato (l’Italia non vi ha contratto voto di obbedienza: è uno dei membri, non un valletto) o di suoi componenti inclini all’azzardo. E’ il caso della vicina Francia, non nuova a imboccare strade pericolose, salvo scaricarne su altri le conseguenze, come insegna la Libia. Ora è la volta dei curdi, presi a pretesto da Parigi per un intervento massiccio in Siria. Erdogan è un liberticida, ma è lo specchio delle contraddizioni della NATO e della doppiezza della Germania. L’Italia ha un dovere solo: tenersi alla larga da avventure altrui, non per viltà ma perché ha sue immani urgenze in politica estera, militare e interna. Per l’estero deve ragionare e far ragionare gli alleati, spesso corrivi a picche e ripicche con motivazioni talora pretestuose, come oggi nei confronti della Russia; sul versante militare ha motivo di rafforzare il proprio apparato con investimenti adeguati alle sfide altrui; all’interno, infine, bisogna equilibrare le condizioni delle diverse aree del Paese, non con elemosine ai cittadini di diritto e a “passanti” ma nelle infrastrutture, nei servizi, nel richiamo ai doveri verso lo Stato. Il Paese si sfarina, dalle buche nelle vie cittadine ai ponti cadenti, allo squallore di lunghi tratti di coste oscurate da edifici vetero-industriali fatiscenti e da opere pubbliche mai terminate, anche per la farragine normativa che disincentiva l’iniziativa e incoraggia la baldanza dell’abusivismo.
Nel Centenario della Grande Guerra l’Italia ha bisogno di tutto tranne che di un governo “di protesta”. Deve trattare con l’Europa. Ma può farlo solo da posizione credibile, senza ostentazioni di forza: e questa ha una sola premessa, la serietà, un “esame di coscienza”. All’estero sanno tutto di noi. A Bruxelles hanno calcolatrici raffinate e possono confutare eventuali trucchi contabili. E’ vero che siamo il paese dove una professoressa viene legata e presa a calci da allievi che ottengono perdono a buon mercato perché “si sa come sono fatti i ragazzi”. Ma non è più tempo di ragazzate. La ricreazione è finita. Occorre tornare al senso dello Stato, alla dignità. Senza risanamento non vi è resurrezione.
Aldo A. Mola

Carissimo Aldo,
il tuo lungo e profondissimo articolo “Risanare per risorgere senza avventure” mette in luce definitiva la fragilità dell’Italia (ancora oggi “espressione geografica”, come la definì la celebre formula del principe von Metternich ? e col progetto sabaudo di Unità e Risorgimento seppellito dalla controriforma clerico-fascista ?).
Tocchi tutti i punti (deboli) fondamentali e auspichi che il cauto e astuto democristianissimo Mattarella consegnando un “bignamino” faccia scuola alla intellighenzia (?) politica che si presenta al Quirinale per fare un Governo, con in mente nessuna idea alta per l’Italia, ma solo il desiderio di arrampicarsi sulle poltrone del potere.
Riusciranno i nostri (nuovi e vecchi) “eroi” a rinsavire e risanare per far risorgere il Bel Paese ? Vorrei essere ottimista, stiamo passando per l’Equinozio di Primavera, la Pasqua cristiana, momento di equilibrio e resurrezione, quindi propizio, simbolicamente, al risorgere: per aspera ad astra, … chissà …, auguri Italia.
Cordialità, Dario