«Torre del Lago, gaudio supremo, paradiso, eden empireo, turris eburnea, vas spirituale, reggia… Abitanti 120, 12 case….» (lettera di Puccini all’amico Alfredo Caselli).
Evidentemente ciò che Puccini vide quando, nel 1891, prese in affitto una casa-torre sul lago di Massaciuccoli, tre semplici ambienti al piano superiore con cucina ad uso comune e una stalla al piano terra, colpisce ancora chiunque lo venga a visitare, in special modo gli artisti che sono ospiti al Festival Puccini. Da allora Torre del Lago diventa un elemento imprescindibile della vita di Puccini, rifugio ispiratore della maggior parte delle sue opere più famose: inizia infatti una vita fatta di legami con le cose semplici, l’amore per la caccia e gli amici cacciatori, le baldorie con gli amici artisti, la pace, il silenzio, una natura florida e variegata capace di acquietare lo spirito del compositore lucchese e di ispirarlo per le sue opere.
Inevitabilmente la sua produzione artistica, che per la gran parte ruota in queste zone al di qua e al di là del lago di Massaciuccoli, risente di questo suo speciale rapporto con l’ambiente se non in modo esplicito almeno con delle suggestioni emozionali che le pagine degli spartiti riportano e che, chi si avvicina a questi luoghi gustandone la bellezza, scopre o ritrova con grande curiosità ed entusiasmo.
Due dei grandi ospiti di queste prime opere in cartellone ce ne hanno dato testimonianza in occasione della
Inevitabile, nelle parole del direttore generale della Fondazione Franco Moretti, presente insieme al direttore artistico Angelo Taddeo, il dolore e la solidarietà per l’atroce fatto di Nizza: un gesto infame che nega il diritto alla vita a vittime innocenti, molte delle quali bambini. «L’intero Festival – ha affermato Moretti – si stringe intorno alle famiglie delle vittime e alla Francia alla quale dedica questa Boheme come affermazione dell’arte e della cultura contro ogni barbarie».
Soddisfazione ampia e condivisa tra gli artisti presenti alla conferenza stampa, oltre la Cedolins e Jacopo Sipari erano presenti il tenore Amadi Lagha, la giovane soprano Elisabetta Zizzo, e Cristina Da Rold che ha curato i costumi di questo allestimento che ricordiamo essere quello con il quale, due anni fa, Ettore Scola concluse la sua attività artistica prima di morire.
«Debutto a Torre del Lago – ci ha detto Fiorenza Cedolins – dopo aver conosciuto moltissimi teatri in tutto il mondo con la consapevolezza di essere in un luogo particolare dove la presenza del Maestro Puccini è tangibile non solo per la sua salma all’interno della villa, ma per la permanenza di quelle cose che hanno costituito il suo mondo esteriore ed interiore. Fa impressione terminare una delle meravigliose romanze di quest’opera e guardare il lago e il paesaggio circostante che le ha certamente dettate al cuore di Puccini la cui sensibilità ha dato vita a queste pagine incredibilmente belle. Ogni parola, ogni nota qui ha un valore straordinario: più vero, più “normale”, quasi che non fosse di una piece teatrale ma una trance de vie della sua quotidianità.
Ho avuto il piacere di vivere questa nuova esperienza in un ambiente accogliente e familiare nel quale si è sempre cercato di superare gli ostacoli con un confronto sereno e diretto, senza formalismi né burocrazie; una condizione ideale e rara per dare il meglio di noi, per sentirci parte di un progetto nel quale tutti, ognuno secondo i propri ruoli, siamo chiamati a rendere ragione al pubblico del nostro operato e per dare allo spettacolo ciò che merita.
Dopo oltre vent’anni dalla mia prima Mimì, oggi sento di poterla interpretare con una diversa consapevolezza: lentamente e non senza fatica, l’ho liberata dai cliché scenici per renderla libera di viversi nella sua spontaneità e normalità. Mimì, forse più di altre protagoniste pucciniane, è una eroina nella normalità: vive la felice età degli inganni e dei sogni, vive le gioie e dolori quotidiani, vive la serenità di chi davanti a sé, come del resto gli altri personaggi, ha un futuro da costruire. La morte, inattesa, la coglierà in questa sua naturale spinta in avanti, nella gioiosità di chi crede che tutto sia possibile. Inutile, anzi dannoso, quindi creare un personaggio già presago di morte, appesantito da una drammaticità che non le appartiene. Del resto, analogo discorso vale per Rodolfo e per gli altri ai quali poco si addicono atteggiamenti enfatici: hanno dalla loro la gioventù e i sogni e dobbiamo restituirli al pubblico perché li viva con noi e magari, proprio come loro, giunga all’epilogo meravigliandosi di come possa essere accaduto.
Sono felice di aver progressivamente “alleggerito” il personaggio di Mimì: così com’è adesso mi sembra corrispondere meglio ai desiderata del Maestro; è stata compagna del mio crescere come artista e come donna e mi ha seguito nelle vicende personali attingendone positive esperienze. Mi auguro che il pubblico del Gran Teatro condivida con me questa lettura e sappia coglierne tutte le opportunità per confrontarsi con lei e viverla in tutta la sua bellezza».
«Un’opera straordinaria – ci conferma il direttore d’orchestra Jacopo Sipari di Pescasseroli – che ogni volta ci offre mille sorprese. Con il Festival ho giù avuto il piacere di dirigerla in Nicaragua, ma qui assume davvero un valore particolare. Analizzando la partitura senza lasciarci prendere dalla tentazione della routine, ci rendiamo conto di quanta ricchezza musicale Puccini ci abbia lasciato. La voce di ogni strumento parla di questi luoghi e di quanto fossero a lui cari, e più ancora parla della sua immensa capacità di cogliere anche le emozioni più minute e di trasfonderle in melodie immortali.
Mi sono emozionato nel preparare qui questa Boheme perché ho sentito la potenza del compositore e la dolcezza delle sue passioni: condividerle con l’Orchestra del Festival è stato un piacere. Grandi professionisti, avvezzi alle bacchette più famose in campo internazionale, hanno avuto l’umiltà a la disponibilità di accogliere e far loro quelle che sono state le mie indicazioni che abbiamo condiviso e sulle quali ci siamo confrontati. La loro esperienza per le moltissime Boheme che hanno suonato, ha consentito una osmosi di esperienze dalla quale è nata questa lettura; ma ancora adesso sento di poter attingere ancora nuove indicazioni dalla lettura dello spartito e continuo meravigliandomi ogni volta della magia che Puccini ha saputo creare nelle interazioni tra gli strumenti e dalle loro singole voci, ognuna delle quali meriterebbe di essere conosciuta ed apprezzata come merita. Altrettanto bello è stato lavorare a fianco del cast nel quale giovani cantanti e grandi star hanno saputo creare un clima di grande collaborazione in un continuo, reciproco scambio nel quale il dare e l’avere aveva sempre e soltanto lo scopo di rendere l’opera più vicina ai desideri del suo compositore. Mi auguro che il pubblico possa cogliere ed apprezzare questo lavoro di squadra perché a mio avviso è stato davvero un ottima opportunità per dare a quest’opera e all’allestimento dell’indimenticabile Maestro Scola, una degna rappresentazione»
«Essere una giovane, anche se non esordiente, in una realtà così suggestiva come il Festival Puccini – ci ha detto Elisabetta Zizzo – può mettere un po’ di paura anche perché il ruolo di Musetta costituisce una parte decisamente importante dell’opera. A Torre del Lago e alle sue suggestioni mi ero abituata vivendo l’esperienza della Accademia, ma questa opportunità di misurarmi con artisti del calibro della signora Cedolins è certamente un momento molto importante per la mia crescita artistica e personale. Vero quello che è stato detto circa il clima nel quale si lavora: un clima familiare e professionale al contempo nel quale nulla viene lasciato al caso ma capace di accogliere il contributo di tutti. Questo certamente grazie agli organizzatori della manifestazione che hanno mantenuto viva quella tradizione che ha fatto del Festival Puccini un luogo piacevolmente ambito dai più grandi artisti del mondo; in questo caso, grazie anche alla grande sensibilità e disponibilità del regista, Marco Scola di Mambro, nipote del grande Maestro Ettore Scola, che ha saputo raccogliere e sintetizzare le nostre emozioni contestualizzandole in quella Parigi di fine ‘800 nella quale l’Impressionismo ha lasciato la sua impronta e dando vita a questa storia dove i sentimenti come l’amore e l’amicizia vanno a braccetto con la musica, la pittura, la scrittura e il libero pensiero e dove la spensieratezza fa i conti, all’improvviso, con la morte e la sua irreversibile realtà».





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