La differenza tra un uomo politico “tradizionale” ed uno statista e’ che il primo pensa prima di tutto a consolidare il suo potere e comprare consensi, mentre per il secondo l’interesse generale e’ prioritario.
Dopo aver visto il governo Renzi all’opera si puo’ dire che il Nostro non ha rottamato affatto il modus operandi della vecchia politica, ma solo aggiornato il suo stile ed il modo di presentazione e comunicazione. Come e piu’ di prima il Presidente del Consiglio ha occupato tutti i centri di potere con chiamate dirette di persone di sua fiducia ed ha cercato il consenso con l’eliminazione della tassa sulla prima casa e dando 80 euro ad una larga fascia di lavoratori.
Il problema dell’Italia, come ci ricordano in continuazione l’UE e la BCE, e’ che il deficit di bilancio ed il debito pubblico non diminuiranno mai senza riforme strutturali ed una politica di investimenti pubblici. E quali sono le riforme strutturali principali che ci chiedono perche’ la nostra economia non sia out of sync e quindi sincronizzata con il resto d’Europa? Riduzione della spesa e del personale dello Stato e contemporaneo trasferimento di alcuni suoi servizi e funzioni al settore privato; ridurre la tassazione diretta su famiglie e imprese, compensate da un aumento di quelle su immobili e rendite; investimenti nelle infrastrutture; razionalizzazione del sistema bancario. Questa ricetta e’ vecchia almeno dieci anni ma niente e’ stato fatto. Il problema e’ che l’adozione delle riforme richiesteci dalle istituzioni internazionali e’ una medicina amara che comporta nell’immediato e breve termine uno schock diffuso e negativo soprattutto per chi ha interesse costituito nello status quo. Un politico “tradizionale” come Renzi, il cui primo istinto e’ il mantenimento del potere non puo’ permettersi queste riforme, perche’ perderebbe le elezioni. Berlusconi eliminando l’IMU ha vinto due elezioni, quasi tre. Uno statista invece potrebbe imporre, per esempio, una tassa media di 1000 euro sulla prima casa ed usare il ricavato per diminuire la tassazione diretta sulle famiglie ed imprese. A proposito, quest’anno ai propietari di 30 milioni di abitazioni verra’ imposta la nuova tassa/canone di 100 euro per l’abbonamento TV. Il ricavato di 3 miliardi non dovrebbe essere dato alla RAI ma investiti nelle telecomunicazioni in generale. La RAI non e’ un servizio pubblico come poste, trasporti, ma semplicemente una TV di propieta’dello Stato. Come si sa, alla RAI chi paga (governo e pubblicitari) decide sulla programmazione in base ai loro interessi: informazione di parte e programmi popolari (fiction, film, reality e talk shows) per la massa che va a fare la spesa al supermercato.
Uno statista potrebbe ridurre de 10% il personale pubblico appaltando a privati funzioni e servizi pubblici.
Per gli investimenti nelle infrastutture, proibitivi oggi per le casse dello stato, si dovrebbero fonti alternative come avviene in Gran Bretagna. Fino ad oggi con i nostri soldi si sono costruite autostrade, aeroporti, stazioni la cui gestione viene data ai soliti noti tipo Benetton e compagnia bella. I fortunati concessionari, con il contratto in tasca si fanno prestare i soldi dalle banche per pagare le concessioni e poi con gli incassi delle tariffe pagate dagli utenti, restituiscono rate con interessi alle banche, intascano i profitti e con le briciole rimaste provvedono alla manutenzione. Nel mondo oggi c’e ‘ gran liquidita’ non renumerata con tassi d’interesse vicini allo zero e quindi fondi sovrani d’investimento potrebbero, per esempio finanziare la costruzione del ponte sullo strtto di Messina in cambio della gestione del traffico per 50 anni con tariffe concordate e garantite dallo Stato.
Il comportamento e l’atteggiamento di Renzi dal momento della sua nomina fanno pensare che il suo tasso di democraticita’ sia molto basso. Per legittimare il suo governo avrebbe dovuto indire le elezioni politiche, ma non ha voluto rischiare di perdere il potere. Ulteriore prova della sua poca democraticita’ e’ l’approvazione con fiducia della legge sui matrimoni gay. Senza entrare nel merito della legge e’ ovvio che un tema di questo genere, la famiglia, andava affrontato lasciando liberta’ di coscienza e quindi di voto al parlamentari, come e’ successo in GB o con un referendum come fatto in Irlanda.
Ma il meglio/peggio di se’ Renzi lo ha dimostrato con le riforme costituzionali e la legge elettorale. Renzi ritiene che il problema principale dell’Italia sia l’ingovernabilita’, la paralisi governativa determinata dall’attuale sistema. Con il consiglio e l’incoraggiamento di giovani managers della finanza di formazione anglo-sassone versione neo-liberal, ma sistemati all’italiana in posti di prestigio ben pagati, Renzi vuole riformare il sistema pubblico ispirandosi a criteri di efficienza aziendalistica tipo accorciamento della catena decisionale e dei tempi di esecuzione, unita’ d’intenti, eliminazione di chi rema contro etc.. Fondamentale in questa riforma e’ il ruolo della nuova legge elettorale che capovolge la situazione precedente. In passato il povero Prodi doveva mettere insieme una dozzina di partiti per arrivare ad una striminzita maggioranza peraltro sotto continuo ricatto. In futuro ad un populista qualsiasi, Renzi, Grillo, Salvini sara’ sufficiente raccattare un 30% dei voti per avere un potere quasi assoluto per 5 anni.
Per uno strano destino, l’Italia e’ stata incubatrice di nuove forme di governo o movimenti politici, pensiamo al fascismo che ha portato al nazismo e il franchismo, l’eurocomunismo nato da noi e diffusosi poi nel resto d’Europa occidentale, adesso e’ la volta del populismo costituzionale, nato con Berlusconi, proseguito da Renzi e copiato da Putin, Erdogan, LaPen, Trump.
Le riforme di Renzi non sono altro che la codicizzazione del populismo costituzionale.

Non ci sono scusanti, Renzi è ormai inviso alla maggioranza degli italiani, che contrariamente ai francesi, fanno finta di accettare tutto. In nessun altro Paese europeo un primo ministro non eletto sarebbe potuto restare in carica piu di 3 mesi. Questa atipicità del popolo italiano non vuol dire che la gente non tragga le conseguenze. Il consenso al M5S, movimento popolare e democratico, ne é la prova. Non piu’ un voto meteora, un voto di protesta, ma un voto di consenso, di volontà di girare la pagina al PD e alla destra che hanno tradito ormai senza margine di recupero la fiducia degli elettori. Parlare di deriva populista quando dei candidati del M5S arrivano ai ballottaggi è scorretto e sopratutto inesatto. Forse la sola buona notizia è che gli italiani, a dispetto di Renzi e della destra, si risvegliano nelle urne con una rivoluzione democratica.
Un buon articolo.