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I partiti sconfitti dalla partitocrazia

di Pier Paolo Segneri | 29 Gennaio 2012

Il problema non sono i partiti, ma QUESTI partiti. Anzi, sarebbe più corretto cominciare a distinguere i partiti dalla partitocrazia. 

I partiti politici sono indispensabili in democrazia. Non si può fare a meno dei partiti. Almeno che non si voglia rinunciare alla democrazia rappresentativa, come già comincia ad accadere, purtroppo! E’ giunto il momento di discutere più approfonditamente della questione. Perché la democrazia è in crisi e la politica è in preda dei venti, dei nazionalismi, degli integralismi. La crisi che stiamo vivendo è innanzitutto una crisi politica, prima ancora che economica e finanziaria. Dunque, c’è la possibilità che la politica riesca a concepire il “nuovo” possibile, ma il rischio è che si avveri il vecchio probabile. Possiamo governare la situazione attraverso la spinta del cambiamento? Sono convinto di sì. Magari guardando avanti, alzando lo sguardo verso il futuro, con la forza della memoria, ma senza il rigurgito di vecchi schemi, di superate ideologie, di vetuste dirigenze burocratiche. Insomma, nel corso degli ultimi sessanta anni di storia repubblicana, i partiti politici sono stati gradualmente fagocitati dalla partitocrazia. Pezzo dopo pezzo. Stagione dopo stagione. Fino a quando, nel biennio 1992/94, i partiti storici furono smantellati perché sconfitti dal Potere partitocratico che, infatti, è sopravvissuto benissimo a quel tracollo, in piena continuità con il Potere passato. E’ stato un falso cambiamento perché si è trattato semplicemente di una delle metamorfosi del Potere. Nell’assenza di dibattito e discussione, nella mancanza di conoscenza a cui sono stati condannati i cittadini italiani, vi è “la banalità del male” di cui ci ha parlato Hannah Arendt. Per tale ragione, perciò, il contraddittorio sul futuro dei partiti politici e sui partiti politici del futuro diventa il tema centrale da affrontare all’interno del dibattito sulla democrazia. Di più: la questione investe e riguarda direttamente i cittadini. Perché riguarda la nostra capacità di poter incidere, decidere, proporre, partecipare, contribuire alla vita sociale e civile. Perché riguarda la rappresentanza stessa di tutti i cittadini, la formazione della classe politica, la circolazione delle idee. I partiti non ci sono più. Non ci sono più quelli di un tempo, non ci sono ancora quelli di domani. Siamo nel limbo infernale della partitocrazia: sia essa tecnocratica, burocratica, verticistica, oligarchica o affaristica. Ma i partiti, una volta, avevano una loro funzione nobile mentre, ormai, la partitocrazia di sempre ha divorato e distrutto anche i partiti di oggi. Non ci resta che lottare per il futuro affinché sia possibile avere dei soggetti politici con una diversa forma-partito. Il tema è imprescindibile perché riguarda tutti. Soprattutto, riguarda chi ha l’ambizione di costruire, anche nel nostro Paese, un terreno “altro” e liberal-democratico, riformatore e federalista europeo, in cui poter coltivare quella democrazia liberale che la partitocrazia ha impedito e ostacolato. Bisogna discuterne affinché si possa voltare pagina rispetto all’odierna banalità della nostra “democrazia reale”, come la chiama Marco Pannella. In una recente presentazione del libro/intervista con Emma Bonino, intitolato “I doveri della libertà” (editore Laterza, pagg.157, euro 12), Giuliano Amato ha aperto uno squarcio di luce sul velo opaco dell’ipocrisia: «Chattare in rete non sostituirà i partiti. Serviranno ancora forme di partecipazione diretta alla vita collettiva». Insomma, Amato suggerisce di “tornare al futuro” e di parlarne. Del resto, la riflessione innescata dal Presidente dell’Enciclopedia Treccani è ineludibile e offre vari spunti attraverso cui si può tentare di aprire un dibattito affinché si avvii un cambiamento concreto, invece che ritornare al passato, di guardare indietro, di ripetere i vecchi errori. Il problema non sono i partiti, ma QUESTI partiti. Anzi, sarebbe più corretto cominciare a distinguere i partiti dalla partitocrazia. Ma i vecchi contenitori, con l’antica forma-partito, o quelli nuovi, con l’odierna sotto-cultura dominante, sono ancora attuali? E fino a che punto? La complessità che ci circonda, infatti, richiede di moltiplicare i punti di ricerca della e delle verità rispetto ai tanti problemi da affrontare: magari mettendo in relazione soggetti diversi, esperienze varie, apporti molteplici. Per questa ragione i Radicali di Marco Pannella sono, a mio parere, i più avanzati tra i soggetti politici esistenti. Infatti, non hanno una struttura gerarchia e verticistica, cioè sviluppata in verticale quanto, piuttosto, in orizzontale: ciascuno offre il proprio apporto rispetto alle qualità, al talento, alle capacità e alle competenze che ha. Oppure rispetto alle proprie idee, al proprio modo di vedere le cose, al proprio essere. Ciascuno, dentro i Radicali, è chiamato a migliorare se stesso, non a peggiorare gli altri. E’ un modello anti-partitocratico e, allo stesso tempo, un monito che spesso ritorna all’interno del dibattito politico dei Radicali. Insomma, ciascuno, nell’intellettuale collettivo che i Radicali rappresentano, può accrescere se stesso in relazione con gli altri, grazie agli altri, riconoscendo il valore altrui. Oppure, può tentare altre strade. Liberamente. Inoltre, nei Radicali non c’è una gerarchia fissa e immobile, ma ci sono delle responsabilità, più o meno grandi, più o meno consapevoli. E possono cambiare, rivoluzionarsi, innovarsi a seconda della lotta politica che si sta svolgendo o della battaglia in corso. Da qui, la necessità di un dialogo continuo, di una reciprocità anche nel dissenso, di una ricerca addirittura solitaria eppure mai in solitudine. E’ il principio che sta alla base di ogni “intellettuale collettivo”. Infatti, la premessa per il buon funzionamento di un tale strumento, perché i partiti sono degli strumenti e dei mezzi, è di realizzare un modello basato su principi liberali, di rispetto reciproco, di fiducia nell’altro. Anche nello scontro, anche nella competizione, anche nelle ambizioni personali, l’intellettuale collettivo ha bisogno sempre di lealtà, di rispetto, di onestà intellettuale. Altrimenti non può funzionare. E’ un discorso lungo. E riguarda il futuro dei partiti. Quelli di domani, non quelli di oggi.

Pubblicato in : Primo piano

Info Pier Paolo Segneri

Interazioni del lettore

Commenti

  1. Edoardo de Blasio

    31 Gennaio 2012 alle 19:03

    Con moltissimi amici abbiamo fondato un nuovo movimento politico di matrice liberale, l’MLA.
    Mi auguro che questo movimento possa essere un nuovo contenitore politico nazionale per le tante realtà liberali del nostro Paese.
    La proposta che rivolgo pubblicamente a tutti i segretari di partito e a tutti i neo movimenti politici di matrice liberale è quella di riunirsi per lavorare seriamente alla costituzione di un futuro “Polo Liberale” italiano.
    Il Paese ne ha bisogno……. adesso!!!!.
    Vi ringrazio.

    Edoardo de Blasio
    Segretario Nazionale
    Movimento liberali Antiproibizionisti – MLA

    Rispondi
  2. piero tirinnanzi

    29 Gennaio 2012 alle 16:43

    condivividibile al 1000%1000 ma guardandomi intorno non vedo nessuna alternativa ai soliti noti,forse bisognerebbe creare un movimento culturale propositivo di nuove idee.

    Rispondi

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