Si ricorre ad un decreto che evita i temi più spinosi rimandandoli alla costituzione di nuove Authority di cui non sentivamo affatto il bisogno e che graveranno ulteriormente sulla spesa pubblica, oltre a farci perdere altro tempo.

Invece, il Professore si e’ improvvisamente tolto il loden per vestire il mantello di Superman, presentandosi in tivù da Lilli Gruber e snocciolando previsioni miracolistiche sugli effetti del proprio decreto, a partire da un aumento della produttività e del Pil stimato almeno – per residua modestia od un lieve soprassalto di scaramanzia – intorno al 10%.
Ora, che la Gruber sia stata sopraffatta dall’apparizione e troppo presa dallo scaldarsi alla luce della propria gloria riflessa in favor di telecamera, invece di chiedere conto a Monti delle sue affermazioni, non ci stupisce più di tanto, ma quando più tardi nella stessa serata abbiamo sentito un seriosissimo giornalista definire l’operato di Monti “l’avvio di una sobria elegante seria rigorosa dittatura liberale”, ecco, lo confessiamo, ci ha colto un istintivo impulso ad imitare De Falco ed invitare il farneticante individuo a qualche sana ed istruttiva lettura, magari partendo con calma dall’abbecedario, non prima pero’ di essersi sottoposto ad un seria cura disintossicante dai gravi effetti collaterali indotti dal tecnicismo governativo. Primo fra tutti, il letale sopore del senso critico.
Posto che “dittatura liberale” e’ un ossimoro buono solo per i poveri di spirito, e che nessuna dittatura potrebbe mai essere considerata sobria e per di più elegante, come i nordcoreani ci hanno recentemente dimostrato ancora una volta, sarebbe forse il caso che in questo paese, stante la sospensione della politica in senso stretto e forse anche di qualche passaggio democratico in senso più ampio, si ripristinasse almeno l’uso della ragione, tanto per non perdere l’abitudine, da noi mai troppo consolidata, a dire il vero, di fare uno sforzo di oggettività nell’analisi di quanto ci accade.
E’ invero curioso, per non dire poco credibile, sostenere che sia scoppiata d’improvviso la febbre delle riforme liberali nel paese delle mille caste, cricche, corporazioni, associazioni, che hanno contribuito, ciascuna per proprio conto e tutte unite nell’unico intento di mantenere ad libitum la propria rendita di posizione a scapito degli altri, a portare alla paralisi totale del tessuto sociale e ad impedire ogni concreta forma di crescita e di miglioramento in senso qualitativo prima ancora che quantitativo.
Non si spiegherebbe altrimenti come mai ogni governo, di destra, sinistra o di varia ed amena composizione, senza eccezione alcuna, si sia sempre ben guardato dall’affrontare e soprattutto dal mettere in atto un vasto programma di riforme, preferendo invece, e di gran lunga, contribuire a consolidare e se possibile incrementare il lungo elenco dei privilegiati riuniti in categoria o albo professionale, e passare poi all’incasso al momento di nuove consultazioni elettorali.
Le proteste che stanno attraversando l’Italia in questi giorni, d’altronde, sono la più evidente dimostrazione che non esiste, tranne in rarissimi casi strettamente individuali, alcuna coscienza civile che operi in favore di un bene comune, ma solo una radicata e resistentissima abitudine a difendere fino allo stremo i propri privilegi – altrimenti detti “diritti acquisiti”. E se per primi lo fanno i politici di ogni ordine e grado, perché mai non dovrebbero farlo i tassisti od i farmacisti?!
Ora, l’intenzione del governo Monti di spingere d’improvviso sul pedale delle liberalizzazioni, sia per adeguarci alla realtà europea sia per ridare fiato alla nostra stremata economia, sarebbe lodevolissima se fosse perseguita su tutti i fronti, mettendo quindi mano prima di tutto a quelle indispensabili riforme della pubblica amministrazione, della giustizia, del mercato del lavoro, senza le quali continueremo ad essere strangolati dalla burocrazia, ingessati da un eccesso di tutele, paralizzati dai tempi biblici delle cause civili. E in virtù di tutto questo, del tutto incapaci di crescere ma ancor meno di attrarre investimenti stranieri nelle nostre imprese e sul nostro territorio
Invece si ricorre ad un decreto che evita i temi più spinosi rimandandoli alla costituzione di nuove Authority di cui non sentivamo affatto il bisogno e che graveranno ulteriormente sulla spesa pubblica, oltre a farci perdere altro tempo in attesa delle loro decisioni – se e quando mai arriveranno, che di Authority istituite a tambur battente e di nessuna utile resa la nostra storia e’ piena – si ricorre al solito vecchio giochino di fare un passo avanti ed uno indietro, di non voler scontentare nessuno senza pero’ dare troppo a vedere di accontentare tutti, e di fatto si solleva solo un gran polverone senza ottenere risultati davvero incisivi.
Come questo gran papocchio possa farci crescere in un anno del 10% in termini di produttività e’ e resta per noi un mistero, e certo per nostra manifesta manchevolezza, che non siamo bocconiani ne’ mai – grave colpa, lo ammettiamo – desiderammo esserlo.
Pero’ essendo ancora profondamente certi di essere liberali, su una cosa siamo pronti a giurare: non vediamo traccia alcuna di rivoluzione liberale, in questo paese, e mai ne vedremo finche’ non ci decideremo a ragionare con ampiezza di vedute, su un progetto vasto e completo, su riforme strutturali e non marginali.
Solo che per far questo ci vorrebbe la politica. Quella vera. Quella che non c’e’.

“E’ invero curioso, per non dire poco credibile, sostenere che sia scoppiata d’improvviso la febbre delle riforme liberali nel paese delle mille caste, cricche, corporazioni, associazioni…”appunto ! E’ questo il nocciolo della questione ; piuttosto diciamo che ubi major,minor cessat .Infatti davanti ai problemi ed interessi particolari della categoria ( major),il problema globale di ciascun cittadino…cessat !Per carità ,non si può dire apertamete ,ed allora mandiamo all’assalto delle pale del mulino il DonQuijote-Autority ! Un “Governo” così coraggioso e responsabile valeva proprio la pena di sostituirlo al precedente…Chiara ,come faremo adesso(ahinoi ) a dire che …”non ha fatto”?
…ho dimenticato una h….