Nei sogni dei suoi sostenitori (referendari e ulivisti vari; che Dio li perdoni…), il bipolarismo doveva essere un grande esercizio di educazione politica.
Immaginate, dopo campagne elettorali all’insegna del reciproco rispetto (“vorrei osservare al capo dello schieramento a noi avverso che…”; e via discorrendo), i vincitori e i vinti in due stanze attigue e comunicanti. Nella prima si esercita, secondo programma, l’azione del governo; nella seconda ci si prepara per le elezioni successive. Ma la porta si apre di continuo per chiedere pareri o per formulare obiezioni; in nome delle “soluzioni condivise” o della “opposizione costruttiva”. Il tutto in un clima di grande rispetto; per sé stessi, per gli altri e, beninteso, per gli italiani.
Naturalmente, il “bipolarismo reale” è stato, ed è sempre più, tutt’altra cosa.
Immaginate uno spazio chiuso (quello della corrida o dei combattimenti tra galli o magari tra gladiatori); sulle tribune spettatori urlanti (ci saranno anche le minoranze silenziose; ma, per l’appunto, non si sentono); in mezzo allo spiazzo, due contendenti. Il primo domina costantemente la scena: gesticola, tira colpi bassi (ma, ancora, non tanto da farsi squalificare), cambia continuamente armi e posizioni, protesta platealmente contro gli avversari, gli arbitri e i giudici, annuncia armi segrete e mosse, sempre nuove ma anche mai veramente sfoderate, irride ai suoi avversari all’insegna dei bulli di periferia (“fatti avanti se hai coraggio”; oppure “guardati, non sei nessuno”). Insomma, una rissa continua in cui l’Altro, pur potenzialmente superiore, non sa che pesci prendere.
Abbiamo detto l’Altro; avremmo dovuto dire “gli altri”; perché abbiamo a che fare con una cooperativa rissosa di aspiranti antagonista ognuno dei quali è intento a dire la sua e soprattutto a contestare la posizione dei suoi compagni di cordata.
Ora, c’è il rischio serio che in questa caciara generalizzata nessuno vinca; o, più esattamente, che la vittoria, per esaurimento dei contendenti, e soprattutto del pubblico, venga assegnata a quello che occupa più a lungo il centro della scena.
Cosa fare, allora, per evitare tutto questo? Le proposte non mancano; ma non appaiono soddisfacenti. Così c’è chi propone ( vedi schema Pisanu/Veltroni) di separare i contendenti; dichiarando cessato l’incontro e affidando ad arbitri scelti di comune accordo la scrittura delle regole per una sua futura ripresa. Ma, in questo combattimento non c’è nessuno che possa imporre dall’alto la fine delle ostilità e una forza d’interposizione per farla rispettare.
C’è poi chi auspica la squalifica del bullo per manifeste irregolarità nella sua condotta di gara; scenario da non scartare a priori; ma che potrebbe realizzarsi solo se il Nostro passasse dalla fase delle ingiurie e della delegittimazione alla vera e propria distruzione dei suoi avversari, magari con una violazione totale delle regole del giuoco; cosa che finora però non è avvenuta; perché il Nostro era e rimane – per quanto ignorante delle regole e dei principi di una democrazia liberale – non un aspirante dittatore, ma un “faso tutto mi” impotente.
C’è chi intende percorrere ulteriormente la via della delegittimazione personale anche attraverso le vie processuali; ma dopo che il Grande bullo ha superato, indenne, Ruby e le reazioni al caso Ruby, cos’altro si può aggiungere?
C’è chi reputa decisivo l’intervento del pubblico, insomma la squalifica per manifesta indignazione; ma, anche qui, dopo le grandi proteste dei mesi ha un senso sperare di “andare oltre”; c’è il rischio, dopo essere partiti tanti anni fa con i girotondi, di concludere mestamente con il “popolo viola”.
Altri chiedono comportamenti più drammatici agli”altri”. E qui si va dalla richiesta dell’arresto sul campo dell’avversario a quella di un nuovo Aventino; il bello è che queste “armi di fine di mondo”vengono proposte, all’opposizione, dagli stessi ambienti, se non dalle stesse persone.
Altri, infine, in conclusione, schifano la rissa in quanto tale; e vorrebbero che la sinistra se ne ritiri o proponendo l’alternativa per il 2013 oppure dialogando sui contenuti con il centro-destra. Ma, a quanto sembra, questo invito non può essere accolto; per il semplice motivo che, quando gli altri urlano, non è possibile parlare a bassa voce e in modo ragionevole.
E, allora, bisogna aspettare. Le risposte, in termini di contenuti e di alleanze, non si costruiscono a freddo; ma, almeno nel nostro caso, nel fuoco dello scontro e della crisi. L’uno e l’altra sono inevitabili; e sarà Berlusconi (stavamo parlando di lui…) a scatenarle, tramutando la rissa in scontro aperto; oppure colpendo, senza possibilità di equivoco, al di sotto della cintura.
Alberto Benzoni (avantidelladomenica.it)

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