C’è Terza Repubblica e Terza Repubblica. Non basta chiudere il capitolo tormentato e fallimentare della Seconda – e Dio solo sa quanto ce ne sarebbe bisogno e urgenza – per essere sicuri che ciò che seguirà sia meglio. D’accordo che la stanchezza per ciò che ci circonda è tanta, ogni giorno crescente, ma non si deve cadere nella tentazione del “tanto nuovo tanto meglio”. Prima di tutto perché non è necessariamente “nuovo” ciò che si autodefinisce tale, magari per far dimenticare in fretta di essere stato pienamente partecipe del “vecchio”. E in secondo luogo, perché il “nuovismo” è la malattia che all’inizio degli anni Novanta ci ha fatto commettere errori esiziali – per intenderci: maggioritario, bipolarismo, demonizzazione dei partiti ed esaltazione del leaderismo – che oggi stiamo pagando con interessi usurari.
Vorremmo tanto sbagliarci, ma abbiamo l’impressione che la storia si ripeta e che anche ora – in una fase per molti versi somigliante a quella del 1992-1994, purtroppo – corriamo il rischio di “sporcare” il passaggio da una stagione che ineluttabilmente sta per chiudersi ad una i cui connotati devono ancora essere tutti definiti, commettendo errori non dissimili da quelli commessi vent’anni fa. Un esempio? Le lotte intestine al capitalismo nostrano, o per meglio dire a quel che resta del “salotto buono” della finanza made in Italy. Il riferimento è al caso delle dimissioni “spintanee” di Cesare Geronzi dalla presidenza delle Generali, ma solo perché è il più recente. Ebbene, sono tanti i motivi che inducono a pensare che ci sia un approccio sbagliato: dal riflesso condizionato che è scattato nel dare le patenti di “buoni” e “cattivi” in una storia che invece è un classico scontro d’interessi, alla lettura tutta politica che si è voluta dare alla vicenda, che porta a clamorose forzature della realtà – dire che esista un “polo” anti-Berlusconi che somma Tremonti, Montezemolo, Casini e Fini contrasta con quanto si è visto finora sulla scena – fino alla contraddizione in cui sono caduti tutti coloro che sostengono che a Geronzi fosse imputato di voler fare delle Generali uno strumento del “sistema Italia” e poi attribuiscono l’ordito al ministro Tremonti, cioè proprio a colui che più di ogni altro sta lavorando in senso colbertista.
Dunque, che cosa ci sia di “epocale” nelle dimissioni “sollecitate” dalla presidenza delle Generali, francamente si fa fatica a capirlo. Certo, Geronzi è sempre stato “potente” e come tale poco incline alla sconfitta. E siccome, a ragione (quando aveva in mano le leve del credito) o a torto (quando, negli ultimi anni, non ha più avuto deleghe esecutive), lo si è associato al concetto evocativo e immaginifico di “potere forte”, vederlo costretto alla resa fa impressione. Ma se si vuole evitare l’iconografia da quattro soldi e ragionare con un vero approccio di mercato, allora non si può che arrivare alla conclusione che qui di epocale – e non da adesso – c’è solo la crisi del capitalismo italiano, intesa come incapacità di svolgere un qualche ruolo sistemico nella dinamica della competizione globale, per evitare di essere, come purtroppo per molti versi è, una semplice somma di fatturati.
A parte che in un paese immobile come questo, l’uso continuo della definizione “epocale” richiama inevitabilmente quel “gattopardismo” che è iscritto nel nostro dna a inchiostro indelebile, ma come si fa a sostenere che l’uscita di scena (?) di Geronzi apra scenari da sol dell’avvenire per la nostra economia, se non per compiacere i suoi avversari? Si dice: ma l’uomo è potente, spregiudicato, autoreferenziale, incline alla pratica del “con me o contro di me”. Vero. Non diversamente dai suoi detrattori, però. La differenza è che fino a ieri aveva vinto lui, ora hanno vinto gli altri. Bene, palla al centro. Il duro scontro degli interessi è fatto così, non è un gioco di società o un tea delle cinque. E chiunque voglia attribuire ai protagonisti del gioco maschio la patente di buoni e di cattivi, o ci fa o ci è.
Ma c’è una questione più importante. Geronzi declina perché non c’è più (da tempo) quel modello di sviluppo che si basava su Stato pervasivo, politica forte e grandi famiglie ricondotte a unità da Cuccia. Pieno di difetti, okay, ma aveva una solida coerenza. Il fatto è che si è imputato all’ex presidente delle Generali di voler riproporre quello schema, proprio mentre il ministro Tremonti tenta, con i mezzi di oggi ovviamente, di ricostruire un giusto equilibrio tra Stato e mercato e invoca le operazioni di sistema dopo anni di ubriacatura liberista. E i conti non tornano più quando gli stessi che aggettivano come “epocale” la caduta di Geronzi arricciano il naso di fronte al nuovo ruolo da dare alla Cdp, alla rivalutazione delle Fondazioni nel sistema bancario o alle mosse “protezionistiche” su “campioni nazionali” come Edison e Parmalat. Cioè di fronte ad un disegno che, giustamente e finalmente, torna a mettere al centro dell’azione politica, il recupero dello stato-nazione nella competizione economica globale. Il quale, però, per essere realizzato ha bisogno di interessi economici coesi, non impegnati in guerre intestine.
Insomma, non c’è da rimpiangere Geronzi, ma da sapere che senza di lui il capitalismo nostrano sarà uguale a prima. E che il problema italiano non sono i “poteri forti” ma la debolezza dei poteri.
D’altronde, le lotte di potere, specie quelle più cruente, accompagnano sempre i cambi di stagione politica, tanto più quelli che riguardano un intero sistema politico come la Seconda Repubblica. Ma immaginare che esse servano da cartina di tornasole per stabilire vincitori e vinti, significa non aver imparato la lezione della fine della Prima Repubblica, quando tutti hanno perso a favore di un outsider (Berlusconi). In realtà, ciò cui stiamo assistendo non ha nulla a che fare con la costruzione della Terza Repubblica, ma solo con la progressiva consunzione della Seconda.
Potere politico e potere economico declinanti rischiano di crollare insieme rovinosamente. Anzi, già sono in piena caduta libera. Tuttavia questa è condizione necessaria ma non sufficiente per aprire una fase nuova. Nella quale occorre traghettare, e in modo pacificato, quello che c’è rimasto – poco, purtroppo – e per la quale, soprattutto, occorre avere la capacità di ridisegnare il profilo del Paese, del suo assetto economico come di quello politico e istituzionale. Finora si vede solo un grande tramestio per buttar giù. Impalcature ricostruttive, poco o niente. Ripetiamo ancora una volta: ci vogliono gli “stati generali” della Terza Repubblica. E “generali” è scritto minuscolo.
Enrico Cisnetto (terzarepubblica.it)

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