Tanti film quest’anno a Venezia e ad accompagnarli attori, attrici, registi e tanti, troppi, corpi estranei che una volta sul tappeto rosso, credono di aver raggiunto la ragione della propria vita da Chaves, piccolo dittatore alle escort, corpi estranei che disturbano tuttalpiù il popolo della caccia all’autografo e alla foto con l’attore amato, ma non certo i cinefili che passano da una sala all’altra, ignorano il tappeto rosso, cercano di partecipare a qualche conferenza stampa e respirano un’altra atmosfera nella sala buia innestando un rapporto di amore appassionato nei confronti del film che amano o una sorta di rifiuto, a volte rabbioso, verso quello che tradisce le aspettative. E passano così dieci giorni che scatenano e alternano passioni, sensazioni, rabbia, gioia, emozione fino alle lacrime; i dieci giorni che ricaricano le batterie i dieci giorni che non ti cambiano la vita, ma certo ti lasciano un segno indelebile che va ad affiancare altri segni simili in attesa già da ora del prossimo appuntamento con Venezia e il suo festival.
Cominciamo dal film d’apertura Baarìa, (forse dall’arabo Bab el ghirid/Porta del vento ) Bagheria, città natale di Giuseppe Tornatore.
Un film difficile perché in dialetto (sembra che ne esista anche una versione in italiano sicilianezzante), un film difficile perché attraverso la storia di tre generazioni racconta la storia di una comunità, racconta la storia di una Sicilia agricola, racconta di come ci si innamori della politica. Racconta degli amori che segnano una vita e degli amori che non sappiamo manifestare. In poche parole racconta la vita.
Il film ti trasmette emozioni che solo i grandi registi ti sanno dare e mentre respiri le emozioni e le atmosfere di un omaggio a Sergio Leone e al suo C’era una volta in America, ti lasci penetrare dagli odori, dai profumi di una Sicilia che Tornatore, innamorato della sua terra, riesce a trasmetterti.
Un film corale, un affresco vivente di una Sicilia ridondante e contraddittoria, piena di silenzi e di slanci di apertura, una Sicilia orgogliosa ma allo stesso tempo umile.
Un film poetico, struggente, che ti emoziona fino alle lacrime, un film che rispecchia il carattere di un grande regista, di colui che possiamo considerare l’ultimo vero signore del cinema italiano.
Il film è stato accolto con una certa freddezza dagli addetti ai lavori, ma sarà il pubblico (che in sala grande ha applaudito) a deciderne il successo. Se accompagnato da un grosso battage potrebbe anche rappresentare l’Italia per l’Oscar al miglior film straniero, sempre che esista la copia in Italiano, almeno io me lo auguro.
Ovviamente ha vinto solo il premio del Sindacato Critici, è in concorso al festival di Toronto, sarà nelle sale dal 25 settembre. Non perdetelo.
Lebanon Leone d’oro al film più bello, al film israeliano di Samuel Maoz.
Film claustrofobico, film sulla guerra/contro la guerra. Giovani mandati allo sbaraglio, con una scarsa preparazione, anche psicologica; non sanno esattamente cosa dovranno fare, vedere, subire. La bestia che è in ognuno di noi pronta a rivelarsi nei momenti di panico e di tensione, si risveglia quando la vita nostra e degli altri non è più nelle nostre mani ma non può essere nemmeno nella leva che spingerà la bomba al fosforo, cinicamente definita “scia fiammeggiante” in ossequio alla convenzione di Ginevra, verso l’obiettivo nemico. Ma chi è il nemico ? Il falangista che terrorizza il prigioniero siriano rivelandogli le torture che gli infliggerà, la famiglia tenuta in ostaggio dal terrorista, o chi non ti dice a cosa stai andando incontro?
“Il 6 giugno 1982 alle ore 6,15 del mattino ho ucciso un uomo…la mia vita o la sua…” questo dichiara subito il regista, mandato, appena ventenne, durante il servizio militare, a combattere in Libano. La guerra è sempre “la guerra di Piero” come canta De Andrè, e Maoz ci ha messo più di venti anni per trovare la forza di scrivere la sceneggiatura dell’esperienza che lo ha traumatizzato e che gli ha cambiato la vita. “Ho scritto Lebanon direttamente dal mio stomaco”. Il regista ha rinchiuso gli interpreti in un carro armato e anche gli spettatori, fin dalla prima scena resteranno imprigionati con quei giovani soldati e come loro avranno la stessa visione limitata della guerra: dalla feritoia del carrarmato, prigionieri di un mostro d’acciaio e di una guerra che non capiscono. In una perfetta unità di luogo e tempo (tutto si svolge in una giornata) all’alba il carro armato si troverà in un campo di girasoli: mostro portatore di morte contrapposto alla bellezza della natura, a sua volta destinata a morire dalla guerra dilagante. Il film ha già una distribuzione italiana e quindi abbiamo la certezza di averlo nelle sale, speriamo presto. Assolutamente da vedere.
La doppia ora. Per il cinema italiano spesso bistrattato e a volte con motivo, una piacevole sorpresa si è rivelato il film dell’esordiente Giuseppe Capotondi La vicenda narrata rimane sempre in bilico tra realtà ed inconscio e questo non è certo originale, ma la realizzazione è pregevole, precisa, senza inutili virtuosismi e movimenti di macchina da maestrino del cinema. Tutto resta nella convenzione cinematografica più lineare e sicura, sicura anche l’interpretazione dei due interpreti – Ksenia Rappoport e Filippo Timi –particolarmente efficaci. Addirittura la Rappoport se ne è uscita da Venezia abbracciando la coppa Volpi come migliore attrice e tutto sommato ci poteva anche stare se non ci fossero state le interpretazioni di Margherita Buy e di Julianne Moore…
Tutto quanto scorre davanti all’occhio dello spettatore sembra non dover dare certezze: quello che si vede è realtà? Non sempre, ma la curiosità e la suspence, sempre presente, avvincono il pubblico. Alla fine tutti i punti di domanda, tutti gli aspetti della trama trovano soluzione.
Per carità siamo di fronte ad un film di genere non certo ad un miracolo, ma salutiamolo come buon auspicio soprattutto perche opera di esordio. Capotondi: attendiamo conferme. In sala dal 9 ottobre.
Woman without Men Leone d’argento a Shirin Neshat.
Primo e secondo premio per due film dalle zone calde della guerra, due film contro la guerra, due film per la pace fra i popoli. I due registi /ambasciatori di pace si sono stretti la mano a Venezia, auspicando l’accordo tra i loro paesi: Israele e Iran. Far vivere e circolare questi film vuol dire mettere la prima pietra per l’edificazione della convivenza pacifica; loro ne sentono la necessità e noi dobbiamo aiutarli per aiutare anche noi stessi.
Tratto dall’omonimo libro di una delle più famose scrittrici iraniane,Shahrnush Parsipur il film intreccia la storia di quattro donne agli eventi che nell’estate del 1953 con un colpo di stato, sostenuto da Inghilterra e America, portarono alla destituzione di Mossadegh, primo ministro democraticamente eletto, amato dal popolo.
Molti i simboli presenti nel film, opera prima della video artista Shirin Neshat. Le protagoniste, appartenenti a diverse classi sociali, nei giorni dei tumulti politici, confluiscono in un giardino, una sorta di Eden, una sorta di magica rinascita. Fakhri trova la forza per troncare il suo matrimonio, ormai senza amore, e studiare i suoi sentimenti; Zarin, giovane prostituta fugge dal bordello quando si rende conto che non riesce più a vedere i volti degli uomini con cui è costretta ad andare; Munis, tenuta in isolamento dal fratello, sviluppa la sua anima politica mentre l’amica Faezeh, indifferente ai sommovimenti politici, sogna solo di sposare il dispotico religioso tradizionalista fratello di Muniz. Dietro le mura del giardino le donne si liberano dai loro vincoli, ma è solo questione di tempo, il mondo esterno preme… la destituzione di Mossadegh e il ritorno dello Shah, nel frattempo rifugiatosi in esilio in Italia, apriranno la strada alla rivoluzione del 1979 le cui conseguenze vengono ancora oggi pagate a caro prezzo dal popolo iraniano.
Per fortuna in Italia ci sono ancora distributori intelligenti e coraggiosi. Il film è stato comprato e sarà nelle sale quanto prima. Da non perdere.
Il grande sogno Un film non riuscito, forse troppo presuntuoso, un film che sicuramente necessitava di una sceneggiatura migliore. Fare Storia attraverso storie private è difficile; è difficile fare un film sul 68, è difficile fare un film. E’ facile lasciarsi sfuggire le cose di mano, è facile banalizzare il 68, è facile sbagliare un film. Questo è quello che è successo a Michele Placido
Troppe cose in questo film: le due anime (cattolica e comunista) non si incontrano, la famiglia non funziona, il padre è trasformato in una macchietta, il celerino prima infiltrato, poi mandato in prima linea…ma per favore Placido dovevi e potevi limitare il film al tuo 68. Il film è già nelle sale e chi ha vissuto il 68 non ha niente da imparare dalla visione, chi non era ancora nato o era troppo giovane per ricordarlo, potrebbe avere le idee confuse, all’uscita.
Lo spazio bianco Un film sulla maternità, un film sull’attesa un film sulla vita e sulla possibile morte. Lo spazio bianco sono i cinquanta giorni che Maria passa accanto alla culla termica della piccola Irene prematura che cerca di “nascere” legata ai tubi che la nutrono e la fanno respirare. Un tempo che non si sa se è vita o morte, uno spazio che Francesca Comencini rende carico di tensione, senza nulla togliere a quella “gioia stupita”, quella forza, quell’allegria, anche nel dolore che dà la maternità. Tratto dal libro omonimo di Valeria Parrella, ottimamente sceneggiato dalla stessa Francesca Comencini in collaborazione con Federica Pontremoli, il film si avvale della superba interpretazione di Margherita Buy, una Maria quarantenne, single, insegnante precaria in una scuola serale, aiuta gli emarginati a conquistare la licenza di terza media. Abituata a prendere da sola le sue decisioni, padrona della sua vita, non è paziente, ma i tre mesi di sospensione “… non so se mia figlia sta nascendo o sta morendo” le daranno la forza di aiutare Irene a nascere.
“Mi sono accorta che le donne, le “guardiane della vita” si raccontano poco…” Così spiega la regista le ragioni di fondo che l’hanno portata a scegliere di sceneggiare il libro della Parrella.
Un film bello, un film femminile, un film che fa capire cosa sia veramente l’attesa, un film che avrebbe meritato almeno la Coppa Volpi per l’interpretazione femminile, un film che avrà senza dubbio l’applauso del pubblico al botteghino. In sala dal 16 ottobre.
Il Sindacato Nazionale Critici gli ha attribuito il premio Pasinetti come miglior film e per la migliore interpretazione femminile a Margherita Bui, Da non perdere.
Mc Donagh, non ancora tenente, sghignazza: l’unico detenuto ancora rimasto in cella rischia l’annegamento. Mc Donagh si tuffa e lo salva. Da questo momento in poi ogni possibile clichet viene frantumato, stravolto, rovesciato.
L’eroe ha meritato la promozione accompagnata però da terribili e costanti dolori alla schiena: il medico del distretto gli prescrive il Vicodin a vita. Mc Donagh aggiunge al forte analgesico tutto quello che riesce ad arraffare: coca,crack, marijuana; diventa il tenente del titolo- E’ la discesa agli inferi nella quale il protagonista sembra distruggersi come uomo e come professionista; ma ne esce sempre al meglio meritando encomi e il plauso dell’intero corpo di polizia.
Un Herzog, nuovo, inatteso, quasi irriconoscibile alle prese con il suo primo poliziesco – per ironia il film a sorpresa proposto quella stessa giornata è stato un altro
Herzog, sempre in concorso e tutto considerato ancora un poliziesco – girato con l’intento di dissacrare il genere e sempre con il pedale dell’ironia premuto. Ottimo Cage, in una delle sue più convincenti prove d’attore, ottima la Mendes nella classica parte della prostituta tutto sentimento e non dimentichiamo i meriti dello sceneggiatore William Finkelstein autore abituale di crime-stories per la televisione. Non si accalori più di tanto Abel Ferrara: Cage è lontano dai sensi di colpa che animavano Keitel e il tutto rimane sul piano di un’ironia sconosciuta all’altro tenente: in ultima analisi Herzog gli ha copiato solo il titolo.
Si noti, pure, il finale con i due uomini – il tenente e l’ex detenuto da lui salvato – seduti con alle spalle le immagini di un immenso acquario: una sequenza da artista. Il film è già nelle sale, se amate il noir, se amate i bei film, se amate le prove di artista non lasciatevelo scappare.
Tris di donne e abiti nuziali Il film di Vincenzo Terracciano si inserisce di diritto nella tradizione della commedia all’italiana, ma quella dal sapore aspro e senza un lieto fine.
L’inizio vede Franco Campanella/Sergio Castellitto nell’inutile tentativo di farsi concedere un prestito dalla banca al fine di poter sostenere al meglio le inevitabili spese per l’imminente matrimonio della figlia. Campanella è un giovane pensionato delle poste a 900 euro al mese; il prestito non gli viene accordato: non è affidabile. Quasi per ritorsione Campanella si impossessa della penna biro multicolore del bancario. La banca non può fidarsi di chi ha emesso assegni a vuoto, ha debiti su debiti e…magari la banca non lo sa, ma è anche un bugiardo nato. La colpa di tanta sfiducia sono i 900 euro di pensione? No, ma del tarlo che divora Francesco Campanella: il demone del gioco. Nel dipanarsi della vicenda in pochi minuti sperpera tutta la pensione ed è la moglie a mantenere la famiglia cucendo a più non posso aiutata da una antiquata macchina Singer.
La prima parte del film sembra Febbre da cavallo, ma con più struggimento; nella seconda tutto precipita e compare anche un ‘prestito pericoloso’. Per uscirne al protagonista non resterà che un ‘atto eroico’, l’atto che consentirà alla figlia la realizzazione del sogno: fare il viaggio di nozze nella Svizzera sassone e precisamente a Rosenberg.
Ma non è il panorama del mare di nebbia del viandante dipinto da Friedrich icona del Romanticismo? Appunto. Infatti Campanella/Castellitto nella stessa postura del viandante consuma il suo atto d’eroismo.
Il film di Terracciano non aggiunge niente né alla filmografia del regista né a quella di Castellitto –a Venezia con un altro film diretto da Rivette –si tratta, in conclusione, di un prodotto italiano serio, decoroso, ma niente più. Il film, una coproduzione Rai, è già nelle sale e se volete vedere Castellitto che interpreta Castellitto (cosa che gli succede spesso), potete andare a vederlo.
Videocrazy indagine sulla tv spazzatura. La nostra tv guardata con occhio un po’ estraneo di chi, pur italiano è diventato quasi svedese perché lì lavora. Come siamo arrivati ai rality da Il grande fratello , alla Fattoria, alla Talpa? Tutto ebbe inizio nel 1976 e il rimbambimento dell’Italia continua tra veline e tronisti, escort, arrivate in tante a Venezia, anche non invitate, ma in grado di sottrarre alle dive, ai registi, ai ministri i flash dei fotografi. Segno dei tempi? Erik Gandini non va a caccia del pettegolezzo a tutti i costi, non cerca il gossip fine a se stesso si limita a dare uno spaccato di una società decadente. Il documentario sta già girando nelle sale.
Questioni di punti di vista Jane Birkin ha lavorato con tanti autori, da Resnais alla Varda, da Godard a Doillon, ha spesso incrociato la sua strada con Rivette (La belle noiseuse, L’amour par terre) e in questa sua ultima opera incarna e ricorda quasi tutte le eroine dei suoi film.
Kate e Vittorio ( Sergio Castellitto) si incontrano casualmente …Vittorio , curioso del segreto di Kate si accosta alla vita del circo e ne resta così preso da entrare a farne parte. Il circo è, nel film di Rivette, l’immagine stesa del pericolo e Kate dovrà passare attraverso la prova della frusta per guarire dal dolore che l’ha portata ad abbandonare il circo per più di quindici anni. “ Ho l’impressione di essere stata operata…mi ero abituata alla mia malattia, al mio dolore” Afferma Kate, guarita dalla messa in scena di Vittorio, prima di riprendere la propria strada. Il film è nelle sale dal 9 settembre. Per chi ama il cinema francese, per chi ama sorridere anche se con un po’ di amaro in bocca.
Le ombre rosse . In un Lido quasi completamente foderato di rosso, dal tappeto davanti alla Sala Grande alle scale del casinò, alle transenne che da ogni parte escludevano la vista del mare, causa cantiere per il nuovo palazzo del cinema, non poteva mancare, fuori concorso, la zampata di Citto Maselli, presente e premiato a Venezia già nel 1949. I giovani di un centro sociale, creativi come pochi, ricevono la visita di un grande intellettuale (lo stesso Maselli?) che, conquistato dalla loro vitalità pensa che proprio da questi giovani possano svilupparsi realtà socialmente e culturalmente innovative. Tutto bene finchè le tante (troppe?) anime della sinistra fanno sì che tutto vada perso.
The Informant da una storia vera, un gran bel film, ironico e a tratti irrazionale, come solo gli americani sanno fare; un grande interprete (Matt Damon) che ha perso la coppa Volpi nello scontro con un altro grande del cinema Colin Firth, ma che da serio professionista non ha esitato un attimo quando Steven Soderbergh gli ha chiesto di ingrassare di venti chili per impersonare Mark Whitacre. “E’ stato bellissimo…per qualche mese ho mangiato tutto quello che volevo, finite le riprese avevo tempo libero, non dovevo andare in palestra, …ho seguito la dieta di Robert De Niro quando doveva girare Toro scatenato… è statala cosa migliore che mi sia capitata in questi ultimi anni” ha confessato in sala stampa un Matt Damon magro e rilassato. Mark Whitacre semplicemente un bugiardo, un megalomane, un capo dotato di grande carisma? Questo e tanto altro è Mark/Matt incapace di fermarsi nella sua invenzione continua di complotti e corruzione, anche e soprattutto quando si contraddice è sempre capace di salvarsi, di rimediare, di continuare ad allargare il suo campo inventivo… e non sapremo mai se ha poi rubato 7, nove o 11 milioni di dollari. In sala dal 18 settembre. Da vedere.
Venezia 2009 Film in libertà di visione, di discussione, di approfondimento
Fra i tanti film visti a Venezia ci sono quelli già comprati da distributori italiani e che quindi vedremo presto, e quelli che vorremmo vedere ma non sappiamo se questo nostro desiderio avrà un riscontro nella realtà.
The Men who stare at Goats di Grant Heslov
Primo fra tutti, ma in questo caso giochiamo scorretto…sappiamo che il film ha già una distribuzione e quindi basta aspettare il 4 dicembre per vederlo in sala. In un Festival dove i film contro la guerra, a favore dei diritti umani, di denuncia, facevano la parte del leone, una commedia che ti permette, per un’ora e mezzo di ridere o sorridere e di renderti conto, alla fine della proiezione, che le cose che hai considerato più assurde e stupide sono proprio quelle più vere. Una commedia piena di idee folli sui poteri paranormali, una sorta di commistione tra reduci del Vietnam e pratiche yoga (Jeff Bridge, colonnello istruttore con tanto di lunga treccia bionda che addestra le reclute, novello figlio dei fiori, a sviluppare i poteri paranormali, è a dir poco esilarante).
Le capacità di George Clooney e Ewan McGregor di interpretare i personaggi più assurdi e fuori di testa determina il successo e il divertimento del film. Ispirato da una storia, realmente accaduta, Uomini che fissano le capre parla di guerra, di uno strano esercito di uomini dotati di superpoteri che riescono a leggere nella mente del nemico. Dal punto di vista tecnico film ineccepibile; da citare oltre la performance di Jeff Bridgs, Ewan McGregor, perfetto nella parte del giornalista alla ricerca dello scoop, ma su tutti un George Clooney stralunato personaggio, stavolta con baffi e divisa militare, convinto di poter condizionare con lo sguardo la volontà altrui. Un grande George Clooney che anche in sala stampa ha fronteggiato con intelligenza e ironia i giornalisti che cercavano più il gossip che la discussione sul film.
A single Man di Tom Ford
Per quanto concerne il film si potrebbero utilizzare aggettivi come elegante, colto, sensibile e, per il primo impegno dello stilista Tom Ford con il cinema, ecco incombente l’accusa: film freddo e calligrafico. A evitare questa conclusione di ragionamento ci pensano i due interpreti principali: Colin Firth, coppa Volpi meritatissima, e Julianne Moore che la coppa l’avrebbe anche meritata. Pochi attori, ormai, sanno cambiare espressione con la camera che ti sta addosso, ma i due ci riescono a meraviglia.
Un altro film sull’amore omosessuale come se ne sono visti anche a questa mostra del cinema? Anche, ma più che altro film sull’appartenza ad una minoranza, sulla diversità e sulla invisibilità e più ancora sull’attesa: l’attesa della morte.
Da notare l’uso della musica, che il regista definisce all’antica, sempre pronta a sottolineare, ma soprattutto ad accompagnare quanto il protagonista fa o per meglio dire quanto di semplice e di abitudinario compie. Sono proprio queste non-azioni a caratterizzare e a valorizzare il personaggio. A tratti ironico (i tentativi maldestri di suicidio) il film ottiene il suo maggior effetto dai silenzi e dai semplici movimenti effettuati da un attore che i pochi che lo conoscono associano alle avventure di Bridges Jones o se proprio vogliamo essere ottimisti a La ragazza con l’orecchino di perla.
Più difficile vedere questo film nelle nostre sale per una questione di costi; già caro ha subito un forte incremento dopo la conquista della Coppa Volpi. Attendiamo fiduciosi.
Premio Queer-
The Road di John Hillcoat
Tratto dall’ultimo romanzo di Corman McCarthy, premio Pulitzer 2007 un viaggio quasi in solitario in un mondo devastato dalla caduta di un grosso meteorite. Vediamo solo una grande luce seguita da un silenzio da incubo. Al cataclisma sopravvivono sia buoni che cattivi e i primi devono difendersi dai secondi e allo stesso tempo evitare di diventare cattivi a loro volta. Un padre, in albe livide, giornate scure piene di pioggia e freddo, intraprende con il figlio, il suo “piccolo dio” il viaggio verso il sud, verso l’iniziazione di chi dovrà crescere e imparare a sopravvivere.
Un film cupo ma non disperato, un percorso di crescita e di amore in cui si capovolgono le parti: un po’ alla volta non saranno più gli adulti a doversi occupare e preoccupare della salvezza dei piccoli ma saranno i figli ad assumersi questo incarico. Un messaggio di speranza quindi nonostante il lungo cammino che dovrà portare nuovamente gli uomini alla comprensione e alla solidarietà. Un film livido, acceso dall’interpretazione di Viggo Mortensen e illuminato dalla temporanea apparizione di Charlize Theron. Bravissimo il piccolo Kodi Smit-McPhee, alla sua prima interpretazione.
Scheherazade: tell me a Story di Yousry Nasrallah
Il regista, formatosi alla scuola di Chaine, racconta di donne e lo fa con la capacità, la maestria, la delicatezza di chi oltre che saper far cinema sa anche osservare, conoscere, capire, interagire con il mondo che lo circonda. La giovane conduttrice di un programma televisivo di successo cambia lo stile del suo talk show per non compromettere la carriera del marito, giornalista di successo, giovane rampante che aspira alla carica di caporedattore. Dietro suo suggerimento non intervisterà più politici, non si occuperà più di politica, ma … si dedicherà al sociale, come se questo non fosse politico. Comincerà così ad incontrare donne di tutti i ceti di appartenenza e intervisterà le più interessanti facendo raccontare ad ognuna la propria storia fino a quando non sarà lei stessa protagonista della sua trasmissione.
“In Egitto il 70% delle famiglie è mantenuto dal lavoro delle donne ma invece di riconoscere questa realtà e accettare l’uguaglianza delle donne la nostra società impone alle donne di mostrarsi sempre più sottomesse…” ha dichiarato il regista.
Kakraki (Come gli scampi) di Ilya Demichew
Omaggio a Gogol attraverso la vita di un piccolo burocrate delle Russia di Putin. Con l’immagine di Gogol, il grande scrittore che ha ritratto con ironia i difetti della sua terra, si apre il film. Gogol disteso nella sua bara apre gli occhi e guarda il Pope che sta celebrando la messa. L’occhio della satira, l’occhio dell’ironia è sempre pronto a cogliere e raccontare i difetti della società in qualunque epoca. Mikhail, il protagonista ha tutto, una moglie innamorata, un figlio che studia all’università, un lavoro che gli permette di corrompere e di lasciarsi corrompere, soldi, un’amante… ma non è contento. Quando conosce Nastja, giovanissima studentessa, commessa di una libreria, crede di aver trovato la via di fuga dalla prigione della sua noia. Ma Mikhail è un “come gli scampi” non può sopravvivere senza il guscio che lo protegge; alla fine dalla prigione dei sentimenti passa ad una prigione vera dove però ricomincia a leggere Gogol.
One-Zero di Kamia Abu Zekri
Otto personaggi carichi di problemi si incontrano e si scontrano in una notte particolare: la notte della finale della Coppa delle Nazioni Africane. L’Egitto è in finale e risulterà il vincitore. In quella notte si dimenticano i problemi, si chiariscono alcune situazioni; in questa magica notte si rivela nella folla riversata nelle strade l’orgoglio dell’appartenenza alla stirpe dei faraoni. “Purtroppo raggiungiamo questa gioia e questo orgoglio solo attraverso la vittoria di una partita di calcio. Cosa è successo agli egiziani?” Questo si domanda e ci domanda la regista che, con la sceneggiatrice Mariam Naoum ha cercato di rivelarci una società che era gioiosa di natura e che l’ignoranza, la povertà, l’estremismo religioso, hanno spinto verso la depressione.
Capitalism: a Love Story di Michael Moore
Ottimo documentario da ottobre nelle sale. Scorrendo come un film evidenzia, attraverso le azioni dei responsabili, la crisi economica globale.
Moore continua a raccontare una sorta di tragedia americana, e non solo, con una graffiante ironia che non gli conoscevamo. Mette alla gogna coloro che non solo hanno tutto, ma che per tenerselo non esitano a gettare nella disperazione più nera coloro che non hanno più niente.
L’idea di recintare le zone intorno alle banche con il nastro giallo della polizia che indica la “scena del crimine” è assolutamente geniale, così come il tentativo dello stesso Moore (che non sa resistere al desiderio di mettersi in scena) di compiere un arresto nei confronti del direttore di una delle assicurazioni che hanno ridotto sul lastrico centinaia di pensionati americani.
Premio Leoncino d’oro (Agis scuola)
White Material di Claire Denis
Materiale bianco così chiamano con disprezzo i loro ex colonizzatori gli abitanti del paese. La regista torna nel Camerun della sua infanzia per girare un film sulle vicende di una donna forte, una famiglia disastrata, i bambini soldato. Mentre l’esercito si prepara a riportare l’ordine nel paese, liberando le campagne dalla ferocia dei bambini soldato reclutati dall’ufficiale ribelle chiamato The Boxeur, i bianchi si preparano ad abbandonare il paese. Maria, proprietaria di una piantagione di caffè è convinta che niente le potrà capitare e vuole salvare il raccolto. Gli avvenimenti le daranno torto. Lunghe sequenze, primi piani da maestra del cinema Claire Denis, che torna in concorso a una anno di distanza da 35 Ruhms, si conferma come una delle registe più interessanti del panorama femminile.
Lourdes di Jessica Hausner
Come si può trasformare un fatto, un luogo religioso, in un mercato in cui si vende e si compra tutto. Si vende tutto con l’ immagine della Madonna: statuette, bottigliette d’acqua benedetta di Lourdes, rosari, magliette, foulard, bandierine; si cerca, si aspetta, si vorrebbe comprare …il miracolo. Sempre in prima fila ad ogni benedizione, i primi ad inginocchiarsi, ore di preghiera guardandosi intorno, quasi a spiarsi l’un l’altro … per poter applaudire al miracolo ma mettendo sempre tutto in discussione. Ognuno vorrebbe il “suo” miracolo: per alzarsi dalla carrozzina o per vedere la figlia finalmente guarita. Tutti attendono: dalla volontaria che stanca di andare a sciare con gli amici, ha affrontato il pellegrinaggio “per dare un senso alla mia vita” , a coloro che ogni anno fanno una visita a Lourdes, pronti però a osservare e criticare,, con occhio maligno, tutto e tutti. perfino Dio. Uno spaccato di un certo tipo di società, ma anche un viaggio introspettivo nel proprio io. Un mettersi alla prova nella capacità di relazionarsi con gli altri.
Il miracolo non si farà attendere; ci sarà emozione, gioia, ma anche disappunto “… perché proprio a lei… non mi sembra neanche tanto credente…”. La regista che per tutto il film ci ha invitati a guardare anche dietro le tende che si aprono e si chiudono sui malati all’ingresso nella grotta, lascia aperta la soluzione del suo film. Sarà lo spettatore a creare il suo finale. Una critica al mondo religioso? Uno spot per Lourdes? Un film sulla speranza? Una carrellata sui sentimenti umani, non sempre i più nobili. Prodotto e distribuito dall’Istituto Luce.
Premio Fipresci (federazione internazionale stampa cinematografica) Premio OCIC-SIGNIS (Organizzazione Cattolica Internazionale per il Cinema e gli Audiovisivi).
Poesia che mi guardi di Marina Spada
La poesia al cinema. Ci vuole amore, forza e coraggio per fare un film sulla poesia e a Marina Spada non manca nessuna di queste qualità. ha un profondo amore per il cinema e la poesia; è forte tanto da coalizzare intorno al suo progetto un gruppo agguerrito di sceneggiatrici e una produttrice capace di condividere i suoi entusiasmi.
Un titolo, un verso di una poetessa sconosciuta ai più,e oggi considerata una delle voci più autorevoli del nostro Novecento, che ti esplode dentro, una sorta di Mi illumino d’immenso. Un viaggio alla scoperta di Antonia Pozzi, poetessa morta suicida all’età di ventisei anni, nel 1938, il bisogno di conoscere la sua opera, il rimpianto, di non aver potuto scambiare con lei esperienze ed emozioni , un viaggio alla scoperta del ruolo dell’artista nella nostra società.
Desert Flawer di Sherry Hormann
Viaggio dalla Somalia attraverso il deserto per sfuggire al vecchio che vorrebbe comprarla. Dall’omonimo romanzo scritto dalla stessa Waris Dirie, la vera storia della sua vita: la fuga, l’arrivo appena sedicenne a Londra. Dopo vari lavori, scoperta da una fotografa, approda sul tappeto delle grandi sfilate, sulle copertine di Vogue e delle maggiori riviste di moda. Nel corso di un’intervista con due redattrici trova il coraggio di raccontare che a cinque anni ha subito l’infibulazione.
Nel 2002 crea la fondazione che porta il suo nome con sede in Austria, per aiutare le donne che hanno subito mutilazioni genitali; fino ad oggi hanno ricevuto aiuti più di trentacinque mila donne.
La cenerentola di oggi divenuta modella di successo non ha dimenticato le sorelle meno fortunate.
Soul Kitchen di Fatih Akin
Un altro segno del fiuto, del lavoro appassionato della BIM che a Venezia si è aggiudicata film che hanno ottenuto i premi maggiori (Leone d’oro, d’argento) e il premio Arca Giovani per questo film pieno di musica, colori e situazioni, a volte paradossali, a volte comiche e liberatorie.
Sia parla di famiglia, amore, fiducia negli altri e nel futuro che vogliamo costruirci, di un ristorante, di un luogo che vogliamo chiamare e sentire casa, in qualunque angolo di mondo ci siamo trasferiti o siamo nati, ancora immigrati anche se di seconda o terza generazione. Il tutto condito dalla musica
“la musica è il cibo dell’anima” grida Zinos, il protagonista, all’ ispettrice dell’Ufficio Imposte che gli ha sequestrato l’impianto stereo. La musica nel ristorante di Zinos, a volte anche dal vero, è soul ma non solo: si ascolta rock, hip hop, greca, fino a La Paloma, mentre lo chef creativo propone piatti prima rifiutati dagli avventori abituati ai calamari fritti, alle patatine, al pesce surgelato; accettati da coloro che tornano, come torna Zinos, mentre finalmente si ricompone la squadra che gestirà il ristorante di cui sono finalmente proprietari unici.
L’uso sapiente della macchina che cerca i volti, se ne allontana, li segue, dà un ritmo al film senza mai dare l’impressione dell’uso di una macchina a mano. Premio ARCA Cinemagiovani
Mr Nobody di Jaco Van Dormael
Dopo otto anni di assenza dagli schermi , di cui ben sette trascorsi a scrivere, rileggere, cancellare, riscrivere, togliere, aggiungere… il regista si presenta a Venezia con una storia che gli ha preso più tempo di quello che aveva preventivato. “ … per sette anni…ogni giorno dalle 10 alle 15, 30”
Film sulla complessità, film sulla vita ma mentre al cinema alla fine ogni cosa torna, almeno nelle intenzioni del regista, la vita di Nemo Nobody è piena di buchi, di eventi straordinari, di scene che portano alla fine verso la morte. L’ultimo mortale ha ormai più di 112 anni e sta per morire…
E un film sulla scelta . Quanto influisce la fortuna sulle scelte che facciamo? Cosa rende la nostra vita quello che è? Siamo certi di essere noi a scegliere o si tratta di interazioni sulle quali non abbiamo alcuna possibilità di intervento?
Tre modi di usare la macchina per le tre possibili vite di Nemo:
Stesso set da adolescenti e adulti per Anna e Nemo.
Telecamera a spalla e uno dei due protagonisti sempre fuori fuoco (Elise e Nemo)
I piedi appaiono sempre prima del volto (Janne e Nemo)
Il protagonista, Jared Leto, ha sfruttato il suo gusto per la trasformazione per rendere Nemo diverso ad ogni inquadratura, diverso in ogni storia, ma probabilmente un altro al suo posto, alla quarta o quinta personalità da manifestare avrebbe deposto le armi, si sarebbe arreso. 12 diverse esistenze, tutti e nessuno allo stesso tempo. Anche questa è la forza e la grandezza di un attore.
A ben pensarci uno dei film più difficili, uno di quei film che nonostante gli effetti speciali non ha ancora una distribuzione in Italia, forse perché pone interrogativi inquietanti.
Premio Biografilm Lancia per la fiction.
Francesca di Bobby Paunescu
Uno dei film più attesi a Venezia. Insieme a Videocrazy, Capitalism, e alla lunga intervista di Oliver Stone a Chavez,che ha perfino sfilato sul tappeto rosso anche se non ha né doti di attore,né bellezza di star , doveva, insieme alla contestazione per i tagli al cinema, smuovere le acque della laguna. E’ riuscito solo ad ottenere un paio di querele tanto che il distributore italiano Domenico Procacci è stato costretto a ritirare il film, destinato all’uscita subito dopo il passaggio alla Mostra.
Un film su un sogno: lasciare la Romania e andare a lavorare in Italia. Non ha grandi pretese Francesca, maestra in un asilo nel suo paese, ma per 900 euro al mese è disposta a recarsi vicino Milano per occuparsi di un anziano. Il film è pieno di luoghi comuni che scatenano incomprensione, senza più profonda fra i popoli.
Il padre di Francesca disprezza gli italiani; li definisce “macaroni”, li accusa “ vogliono violentare le nostre donne”, la stessa accusa che molti italiani rivolgono ai romeni che a loro volta tengono alla distinzione tra loro e l’etnia rom. “Loro sono cattivi, noi siamo buoni” Ma il male non ha colore, non ha cittadinanza, il male è dappertutto, il male è a livello mondiale e il sogno di Francesca è destinato a naufragare: sul vecchio pullman che la sta portando verso l’Italia viene raggiunta da una telefonata. Il suo viaggio finisce prima ancora che raggiunga il confine e a casa l’aspettano il dolore e un destino incerto. Un film sulla crisi che stanno attraversando i paesi ex comunisti privi, ormai di punti di riferimento. Film tecnicamente modesto, film specchio dei tempi: violenti, cattivi, senza speranza.
Maria Rita Monaco

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