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UN’AZIENDA PUBBLICA ALLO SBARAGLIO

Facciamo una riforma? Non servirebbe a nulla. L’unica ricetta risolutiva è la vendita. Di Davide Giacalone

di Davide Giacalone | 16 Marzo 2009

La politica annega, ancora un volta, nella pozza del televisore. Le leggi sono scritte su carta soffice, destinata ad uso appropriato, l’etica pubblica va a farsi benedire e l’azienda affonda. Il tutto, che ha del miracoloso, per conservare equilibri che, poi, ciascuno afferma di detestare. Provate a mettervi, benché sia difficile, nei panni strapagati di gente totalmente inutile, come i membri della commissione parlamentare di vigilanza, sulla cui presidenza a lungo si baccagliò, i quali, nel fiorire della primavera, nomineranno un presidente che neanche conoscono, che non hanno scelto e che conterà poco. Poi tutti a magnà, con lo sconto. Roba da rovinare la digestione.

La cosa è tragicomica, perché la violazione della legge avviene alla luce del sole, con mesi di dibattiti pubblici, compartecipi maggioranza ed opposizione, e neanche riescono a chiudere la partita. Con i poveri commissari che aspettano, sempre al ristorante, cosa ratificare. Alla scena si uniscono le anime candide, quelle che scoprono il mondo in una notte e s’accorgono, dopo avere accettato, che alla Rai governano partiti, correnti, ras, capobastone, sottopanza e reggicalze. Oh, ragazzi, non prendiamoci in giro: Ronkey la definì lottizzata nel 1968, innovando il significato del termine!

Facciamo una riforma? Ma va là, non serve a nulla. Questa roba si regge, fin da quando la Corte Costituzionale aprì agli editori privati, su un patto conservativo a testata multipla: da una parte la Rai resta pascolo di tutti, dall’altra la si difende per non cedere spazio a detti privati, i quali, del resto, poterono espandersi proprio perché la Rai era come ancora è. Solo gli scemi non capiscono che rompendo quel patto cambia l’intero mercato ed aumenta la concorrenza.

Il conflitto d’interessi, che c’è, spinge a confermare il patto, stipulato quando il conflitto c’era, ma riguardava l’opposto, ovvero la Rai. E si deve essere scemi per credere che il baraccone pubblico abbia qualche cosa a che vedere con cultura, libertà e pluralismo. Pertanto, ripeto l’unica ricetta risolutiva: va venduta. A tocchi, non a percentuali sul tutto.

Da sinistra dicono che sono berlusconiano, perché attacco il brocco canonizzato. Da destra irridono il “liberismo scolastico”. Tutti scemi non sono, quindi lo sono io. Prosit, e burp.

Davide Giacalone – Pubblicato su Libero

Pubblicato in : Primo piano

Info Davide Giacalone

Dal 1980 al 1986 è stato segretario nazionale della Federazione Giovanile Repubblicana e dirigente del PRI. Dal 1981 al 1982 è stato Capo della Segreteria del Presidente del Consiglio dei ministri, Giovanni Spadolini. Dal 1987 al 1991 è stato consigliere del Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Oscar Mammì. È stato consigliere d’amministrazione e membro del comitato esecutivo delle società SIP, Italcable e Telespazio. Pubblicista dal 1985, lasciata la politica, è direttore de La Ragione e di Smoking, ed editorialista de L’Opinione. È stato anche consulente della Fininvest. Attualmente è una delle firme di Libero e collabora con l’emittente radiofonica nazionale RTL 102.5 dove ogni mattina, da lunedì a sabato, alle 7:10 circa durante la rassegna stampa contenuta nel programma Non stop news, commenta una notizia apparsa sulle prime pagine dei quotidiani nazionali. Da questa esperienza è nato il libro Diario Civile, edito nel 2005. Scrive inoltre articoli pubblicati sul suo sito www.davidegiacalone.it.

Nel gennaio 2010 il consiglio dei ministri (Governo Berlusconi IV) lo nomina presidente di DigitPA, nuova denominazione del “Centro nazionale per l’informatica nella pubblica amministrazione” [5]. Nel 2011 è nominato Presidente dell’Agenzia Nazionale per la Diffusione delle Tecnologie dell’Innovazione, creata da Renato Brunetta, allora Ministro della Funzione Pubblica e l’Innovazione.

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