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SCRIVERE LA GUERRA: GIUSEPPE UNGARETTI

“Ungaretti uomo di pena…” ( da Pellegrinaggio, in Il Porto sepolto) di Giuliana Rovetta

di Giuliana Rovetta | 10 Ottobre 2008

Le tensioni vissute dalle avanguardie europee nel primo decennio del Novecento aprono la via ad una violenza verbale e letteraria che, in modo solo apparentemente incongruo, risulta premonitrice di quella reale: le parole risuonano come armi e la modernità è significativamente intesa come adeguamento tecnico di strumenti bellici, mentre ineluttabilmente dalla “pace armata” si arriva allo scontro. Il passaggio dalla foga interventista all’amara riflessione che per molti artisti e scrittori riempie di ricordi il dopoguerra, rappresenta in Ungaretti uno stacco profondo: se appena letti i Calligrammes di Apollinaire, si era rivolto con toni da futurista militante al loro autore, conosciuto a Parigi, dicendo: “scriviamo…il canto più delicato, scoppiato come i razzi di stelle a soave cadenza, dalla violenza”, a guerra sopraggiunta gli eventi nella loro immane tragicità lo straziano e segnano in profondità il suo cuore, spazio di ricordi struggenti in cui “nessuna croce manca” (San Martino del Carso, da Il porto sepolto).
Fra i poeti “di guerra”, Ungaretti è certamente il più efficace quanto a potere evocativo e per assoluta novità di stile. Con un linguaggio quasi inedito per i tempi, usando un fraseggio continuamente interrotto ed evidenziando la parola come spogliata e concentrata nel suo significato (ricordiamo il termine di “poesia pura” introdotto da Carlo Bo, con una assolutizzazione che nella sua bruciante brevità segna una svolta stilistica nella lirica del Novecento) padroneggia magistralmente una materia che è, di per sé, a continuo rischio di retorica.
Per Paul Celan esiste un’arte poetica assolutamente intemporale contrapposta ad una diversa forma inscritta nel proprio tempo e legata a congiunture storico-politiche. In rapporto a questa distinzione Ungaretti si pone singolarmente come l’artefice di un continuo aggiornamento della sua opera che riesce però a mantenere intatta e vivida, pur nel trascorrere degli anni e nel mutare dei tempi, l’occasione generatrice iniziale.
Nato in Egitto, Ungaretti (1888-1970), resta presto orfano del padre, morto in un incidente sul lavoro durante gli scavi del canale di Suez. Nel corso degli studi, come allievo prima della scuola italiana Don Bosco e poi dell’École Suisse di Alessandria, si interessa con passione alla letteratura francese, leggendo Baudelaire e Mallarmé. A Parigi, dove giunge ventiquattrenne, “incontra la Senna”, il fiume cosiddetto della coscienza (dopo il Serchio e il Nilo, a cui si lega la fase della formazione e di apertura alla vita come descritto nei Fiumi, da Il Porto sepolto). In questa città aperta e cosmopolita, che vive una stagione di grandi fermenti culturali, segue le celeberrime lezioni di Bergson al Collège de France e si lega d’amicizia con personaggi divenuti leggendari come Apollinaire e Breton, teorico del movimento surrealista, o con pittori come Picasso, Braque, Derain, oltre che con letterati italiani inseriti nel tessuto culturale francese come Palazzeschi e Soffici. Attraverso queste amicizie entra in contatto col futurismo italiano e pubblica proprio su Lacerba di Papini le prime poesie, poi catalogate come Ultime, in cui si alternano squarci di paesaggio urbano e ricordi africani (“Il cielo pone in capo/ai minareti/ ghirlande di lumini/, da Notte di maggio). Sempre su Lacerba Ungaretti pubblica, nello strategico maggio 1915, la controversa Popolo(che si sarebbe poi fregiata nell’edizione vallecchiana del 1919 di una dedica a Mussolini) Successivamente alla prima stesura, coeva del primo numero del Popolo d’Italia, Ungaretti avrebbe elaborato successive riscritture con varianti stilistiche ma soprattutto di impostazione ideologica.
All’entrata in guerra dell’Italia, Ungaretti viene chiamato alle armi come soldato semplice di fanteria e inviato sul fronte del Carso e successivamente su quello dello Champagne. In prima linea e nelle retrovie, durante i momenti di riposo o di attesa, lungo l’anno 1916 prende forma Il Porto sepolto, testo soggetto in seguito ad una intensa attività variantistica, che insieme a L’Allegria (1919) è il frutto dell’impatto del poeta non solo col mondo militare ma con una umanità ferita. La sua ispirazione si nutre delle immagini di trincea, di figure dei compagni in arme, di ombre e coloriture che si riferiscono ad una stagione fondativa di dolore fisico e di trauma psicologico.
Nelle note che accompagnano Vita di un uomo (1969) il poeta dirà: “Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile”. Nei versi delle raccolte dedicate all’esperienza bellica, quasi sempre recanti la specificazione di date e luoghi (Locvizza, Cima Quattro, o Devetachi, Valloncello dell’Albero Isolato), le due polarità -morte e vita- si esaltano per contrasto: la fame di vita contraddice la paura ed è tanto più sentita quanto più la morte temuta è vicina. In Veglia, da Porto sepolto, la vicinanza è fisica, un corpo vivo “buttato” accanto ad un cadavere. Tra i due esseri si stabilisce una comunione (“la congestione delle sue mani penetrata nel mio silenzio”) che vale come lascito e pegno di continuità. In molte delle liriche ungarettiane del periodo bellico lo spirito di fraternità e di unione solidale si evidenzia in presenza di condizioni di sbandamento e debolezza (Fratelli, luglio 1916), o con il richiamo ad un riconoscimento della comune identità, sottolineata ad esempio dall’impersonalità del celebre attacco “Si sta come/d’autunno/sugli alberi/ le foglie (Soldati, luglio 1918). Sono testi arditamente sperimentali, anche se talvolta percorsi brevemente dall’enfasi del “grido unanime” (Italia) o della realtà di “melma e sangue”.
L’atteggiamento del soldato Ungaretti non risponde ai canoni convenzionali del militarismo: “Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno” più pregnanti essendo i sentimenti sollecitati dalla umana sofferenza rispetto alle bellicose aspirazioni di vittoria: alla radice c’è la consapevolezza che l’umana condizione è fatta di precarietà, mentre il dolore è muto (“Come questa pietra/è il mio pianto/che non si vede”: Sono una creatura, 1916)
E’ stato anche detto che l’emotività ungarettiana, cifra del suo impianto lirico, potrebbe non provenire dall’intimo ma da forze esterne condizionanti come, in questo caso, il contesto bellico. In questo senso dovrebbe parlarsi di un poeta in ascolto al cospetto del mondo dal quale si sente in qualche modo separato, “abbandonato nell’infinito”, così come accade in Immagini di guerra agli uomini, “ritratti nelle trincee” che sembrano scomparire come lumache nel guscio. Ma ecco che d’improvviso, si alza sulle macerie “il limpido stupore dell’immensità” (Vanità, agosto 1917), che richiama il soldato curvato sull’acqua al suo destino di uomo, “un’ombra/Cullata e/piano/franta/”.
Queste improvvise accensioni donano alla poesia ungarettiana del tempo di guerra una discontinuità che ne esalta la grazia non meno che l’intensità.

G.R.

BIBLIOGRAFIA

G. Ungaretti, L’allegria, Vallecchi, Firenze, 1919.
G.Ungaretti, L’Allegria, a cura di C .Maggi Romano, Mondadori, Milano, 1982.
G. Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura di L.Piccioni,Mondadori, Milano, 1969.
G.Apollinaire, Calligrammes, Mercure de France, Parigi, 1918.
G.Genot, Sémantique du discontinu dans “L’Allegria” d’Ungaretti, Klincksieck, Parigi, 1972.
C. Bo, La nuova poesia, in E.Cecchi, N.Sapegno, Storia della letteratura italiana. Il Novecento, Garzanti, Milano,1969.
L.Rebay, Le origini della poesia di Giuseppe Ungaretti, Storia e Letteratura, Roma, 1962.
P.Celan, La verità della poesia. “Il Meridiano” e gli altri scritti in prosa, Einaudi, Torino,1993.
C.Ossola, Ungaretti, Mursia, Milano, 1975.
A.Cortellessa, (a cura di), Le notti chiare erano tutte un’alba, Mondadori, Milano, 1998.
M. Perniola, Enigmi. Il momento egizio nella società e nell’arte, Costa & Nolan, Genova, 1990.

Pubblicato in : Primo piano

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