Nel Novecento prebellico, quindici anni intrisi di fermenti e inquietudine, l’idea della scontro armato come antidoto ad un incombente processo di disgregazione della società, nell’ipotesi auspicata o paventata di un ricambio delle élites dirigenti, serpeggia e si fa strada nell’età giolittiana –l’italica Belle Époque– con una certa continuità. Una logica lega le prese di posizione e gli eventi, dall’incitamento irrazionalista di Marinetti con il suo Manifesto del futurismo, alle declamazioni interventiste di Papini su Lacerba e di Prezzolini su La Voce, inneggianti al “caldo bagno di sangue nero” e al “nuovo mondo”.
Atmosfera di attesa, ansia di una svolta che la generazione emergente tende a caricare di valenze rivendicatrici, quasi che la guerra possa ergersi a soluzione collettiva per un malessere giunto ormai al punto estremo di tensione: in questo quadro di propensione all’intervento, dove giocano un significativo ruolo il sentimento antiaustriaco delle popolazioni interessate e lo spettro di un’indesiderata egemonia tedesca in Europa, gli intellettuali in “inquïeta brigata” (le parole sono di Clemente Rèbora) vedono condivise le loro aspirazioni anche da un personaggio appartato e per molti versi reticente come Umberto Saba. Dell’autore del Canzoniere conosciamo sia la disomogeneità rispetto all’ambiente vociano, a cui tuttavia si era avvicinato come collaboratore, sfociata nell’incomprensione candidamente ammessa nel decimo sonetto di Autobiografia (“Ero fra lor di un’altra spece”), sia l’intima difficoltà a rapportarsi con il mondo circostante, sempre inesorabilmente represso dai condizionamenti di una sensibilità bruciante e dall’ambiziosa aspirazione ad una poesia onesta, vale a dire fedele alla verità interiore e non falsata da espedienti: questa poetica il poeta triestino esprimeva nel famoso scritto del 1911 Quello che resta da fare ai poeti che La Voce, nella persona di Slataper, preferì non pubblicare.
Lucidamente scriverà Saba nel 1950 che la Grande Guerra, nel campo della poesia, ha prodotto materiale e documenti oscillanti fra due poli: da un lato la voce altissima e dolente di Ungaretti, capace di esprimere i sentimenti di dedizione, rinuncia e sacrificio di sé, dall’altra lo spirito dissacrante di Giulio Barni, autore della Buffa, nome gergale dato al corpo dei fantaccini, osannati per il loro coraggio in una “canzone” dalle forme poetiche di orecchiabile sonorità. Se il primo è “un poeta che fece la guerra”, il secondo è piuttosto un soldato che sotto le armi si è scoperto, “si direbbe per caso”, poeta. E Saba? Per il poeta triestino la guerra è parentesi atemporale in una vita dall’individualità tormentata, è esperienza traumatizzante che però a metà del secolo sembra già appartenere ad un’altra era e ad un altro mondo. Ma per quanto sia stata, la sua, una stagione bellica di retrovia (come quella di altri scrittori, ad esempio Jahier) e perciò legata ad una dimensione differita nell’acquisizione e nell’elaborazione delle immagini immediatamente disponibili al fronte, proprio la caratteristica di rappresentare un racconto introiettato prima di essere calato nei versi delle Poesie scritte durante la guerra, ne fa un esempio singolarmente efficace e toccante. E tanto più se le poesie di questa sezione, immesse nel Canzoniere dopo le successive revisioni a cui Saba ha abituato i suoi lettori, vengono poste in relazione con i Versi militari risalenti agli anni della leva (1907-1908): allora assumono risalto elementi che rendono per certi aspetti unica la testimonianza di Saba, in quanto insieme vicina e lontana al contenuto violento e traumatico degli eventi di cui si parla. I testi che documentano le azioni belliche e ne vogliono far conoscere l’orrore, hanno spesso rischiato il rifiuto per l’incredulità di chi non era presente e non riusciva ad accettare una realtà in cui i valori erano sovvertiti e i protagonisti apparivano come presenze quasi disumanizzate.
Nei Versi militari, scritti durante il periodo di ferma trascorso a Salerno da un Saba ventenne, anticonformista per vocazione e imbarazzato nei rapporti umani, la caserma rappresenta, con la condivisione forzata degli spazi e l’obbligo di obbedire a certi rituali (cogenti per certi versi anche nelle ore di libera uscita) l’occasione di una familiarità tra uomini che il poeta assapora con insperata gratitudine. Il breve racconto Il sogno di un coscritto datato 1957, riprende “uno degli attimi folgoranti della mia difficile vita” abbinandolo all’occasione di un’uscita collettiva in cui il poeta, ben accolto dai commilitoni, si sente partecipe di una comunità fra pari che, se necessario, sarebbero pronti a difendersi l’un l’altro. Questo spirito di corpo, sentimento impossibile a provarsi per Saba nella vita civile, è un balsamo che riesce ad attenuare, ma solo in parte, il suo perenne senso di estraneità: “Non un poeta, ero uno sperduto/ che faceva il soldato,/ guatandosi all’intorno l’affollato/ mondo stupido e muto;/”, e per di più costretto ad adeguarsi a ritmi non suoi: “star lontano da te quando in cor m’ardi/ aver la lingua e non poter parlare/ udir quest’acqua e non chinarsi a bere,/ correre in riga quando a lenti e tardi/ passi vorrei pensosamente andare” (da Durante la marcia).
Richiamato allo scoppio della guerra sullo slancio di una foga interventista di cui più tardi si pentirà, Saba verrà assegnato a ruoli amministrativi (scritturale, dattilografo, traduttore, collaudatore). Partendo, la sua disposizione d’animo è incerta: da una parte sembra conscio del suo compito e disposto, se necessario, al sacrificio “senza ritorno”. Con questo spirito pronuncia il suo addio in Decembre 1914: “Io ti saluto amica; e dal mio cuore/ che non chiede il ritorno,/tutto affluisce il nostro vecchio amore/come nel primo giorno”. D’altro canto esita a far sua la logica bellica, tanto rigida e spietata da non consentire incertezze e zone d’ombra, mentre per lui il pendolo oscilla sempre -come vediamo nei versi scritti da Casalmaggiore- fra “aver paura e non fuggire” e “saper uccidere, saper morire” (da Vita di guarnigione). Dalla sua collocazione in mansioni secondarie lontano dal fronte, Saba trarrà ancora una volta ragione per coltivare un senso di esclusione, rimpiangendo assurdamente di non aver ancora varcato quella terribile soglia che i combattenti veri hanno superato: “Le mani non sono ancora rosse/ di sangue…son d’inchiostro ancora nere/ la baionetta è nel fodero ancora”. Assurdamente perché come osserva giustamente Carlo Muscetta, suo critico ed amico, Saba non avrebbe mai imparato ad uccidere e, se inviato al fronte, non avrebbe fatto altro che aggiungere un ulteriore nome alla lunga lista dei vari Slataper, Serra, Carlo Stuparich, caduti nel grande massacro. Se Montale è della “razza/ di chi rimane a terra” (da Falsetto), l’amico Saba, da lui protetto durante le persecuzioni antiebraiche, è di quelli che restano al suolo “agitando i fazzoletti” (da Volano gli aeroplani) mentre gli aerei si alzano nel cielo fino ad oltrepassare le nubi. Ma la sua testimonianza dell’esperienza bellica, proprio perché nata dalla riflessione e non dall’azione, unisce al momento storico la presa di coscienza individuale, aprendo scorci di grande e toccante umanità sul dramma che si è consumato in quei luoghi e in quegli anni.
La distanza, mai recuperata, che separa il poeta Saba dalla “cricca”, o famiglia (questa la sua terminologia) o collettività dei letterati è la stessa che isola il soldato Saba dal gruppo dei commilitoni, quando gli eventi lo portano a confrontarsi con i limiti impostigli da una dolorosa e torturante sensibilità: “Voi quasi m’odiavate, ed io v’amavo,/ cari compagni./ Un soldato, lo so, non sono bravo/come voi, io da voi troppo diverso, troppo fuori dei ranghi./ M’odiavate per questo, ed io v’amavo/quali siete; uno solo siete in tanti.” Così in Addio ai compagni viene espresso un sentimento personale che però appare assai più diffuso se si leggono fra le righe le carte di altri scrittori e poeti messi a confronto con una realtà in atto e non soltanto immaginata: dalle sferzanti esternazioni di futuristi e compagni “la parola esplode, la parola spara, la parola brucia” alle ferite sanguinanti nel corpo e nell’anima che hanno segnato una generazione, corre il confine di un rito di passaggio che ha costretto gli uni e gli altri a riconsiderare il proprio modo di essere nel mondo.
Bibliografia
U. Saba, Tutte le poesie, a cura di A.Stara, introduzione di M. Lavagetto, Meridiani Mondadori, 1995.
U. Saba, Antologia del Canzoniere, saggio introduttivo di C.Muscetta, Einaudi, 1963.
C. Rèbora, Le poesie, a cura di G.Mussini e V.Scheiwiller, Garzanti, 1988.
Poesia italiana del Novecento, a cura di E.Sanguineti, Einaudi, vol. II, 1969.
Le notti chiare erano tutte un’alba, a cura di A.Cortellessa, Mondadori, 1998.
M. Isnenghi, Il Mito della Grande Guerra, il Mulino, 1989.
Giuliana Rovetta

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