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Ayaan Hirsi Ali Infedele

Umiliazione e sottomissione

di Redazione Pensalibero.it | 9 Agosto 2007

L’impressione più netta che prova il lettore dopo aver terminato L’autobiografia di Ayaan Hirsi Ali Infedele è forse quella di essere stato accompagnato ad assistere a un processo di emancipazione, l’emancipazione dell’autrice stessa.
Si tratta di un percorso difficile, costellato di ostacoli, di incertezze, di errori e deviazioni, a partire dall’infanzia in Somalia, all’adolescenza in Kenya ed Etiopia, fino all’emigrazione in Olanda e in ultimo negli Stati Uniti. Nello stesso tempo avviene un progressivo mutamento interiore in Ayaan, dall’educazione nella tradizione islamica, tipica della sua famiglia e del suo clan, alle esperienze concrete che cominciano a far vacillare le sue convinzioni, fino al rifiuto di una religione che viene percepita soprattutto nel suo carattere oppressivo nei riguardi delle donne.
Naturalmente, come avviene in ogni autobiografia che tratta di una formazione culturale, di una emancipazione, i significati delle varie e contrastanti esperienze emergono dalla narrazione soltanto quando la “storia” è giunta al suo termine e il “fine” è stato conseguito: solo retrospettivamente, insomma, una volta che un evento si è compiuto (qui l’apostasia da cui il titolo dell’opera Infedele), è possibile ripercorrere il cammino che ha portato ad esso e interpretare quelli che sembravano avvenimenti casuali come dei segni premonitori. Ad esempio quando scopre che il padre, fuggito all’estero per le sue attività contro il governo dittatoriale di Siad Barre, si è risposato senza nemmeno curarsi di avvisare la moglie, si rende conto dell’oppressione subita dalla propria madre e in generale dalle donne. “Ancora non lo sapevo – commenta – ma forse fu quello il momento in cui dentro di me si mosse il primo sentimento di ribellione alla sottomissione delle donne” (Ayaan Hirsi Ali, Infedele, Milano, 2007, pag. 109).
E’ questa la scintilla che brucia in lei e la mette molte volte in crisi, stretta fra l’affetto e l’abitudine all’obbedienza famigliare e sociale e gli stimoli a giudicare in prima persona e perciò a ribellarsi a quelle leggi, a quelle regole che riconosce come violenza e sopruso, massimamente sulla donne.
Si tratta di una tensione, di uno sforzo indubbiamente doloroso, e anche pericoloso, per chiunque: e questo non solo per l’ovvio rischio di andare incontro all’odio e alle persecuzioni sempre possibili, ma soprattutto per l’equilibrio interiore, di chi si trova davanti a due mondi diversi e conflittuali e prima o poi è costretto a scegliere. Ayaan se ne rende conto con la massima angoscia per il comportamento della sorella minore Haweya, che la raggiunge in Olanda abbandonando a sua volta il paese natale, ma che non riesce a integrarsi, malgrado i suoi sforzi ripetuti, rosa dal senso di colpa per avere “tradito” tutti gli insegnamenti tradizionali e aver cominciato a vivere come gli “infedeli” occidentali.
Haweya non regge alla prova: secondo le parole di Ayaan probabilmente “le illimitate possibilità dell’Olanda l’avevano davvero disorientata, diceva sempre che qui le sembrava di stare in una stanza senza pareti” (op. cit., pag. 283); cioè senza le rigide, innumerevoli regole e divieti islamici si sente sbalestrata, senza una bussola, in una situazione insopportabile. Tornata in Somalia però non ottiene la pacificazione con sé stessa, perché non si può più riadattare al passato, e cede infine alla follia. “Poi, una notte c’era stato un temporale Haweya era in piedi alla finestra a guardare il diluvio. Improvvisamente aveva detto che nel lampo vedeva Allah ed era corsa fuori in strada a piedi nudi, nel buio, attraversando le pozze a tutta velocità (…)” (op. cit., pag. 288).
Ayaan invece riesce a superare, anche a prezzo di sacrifici e rinunce, molte esperienze terribili (su cui non ci soffermiamo perché nulla può sostituire la lettura attenta di un testo così dettagliato nei particolari e avvincente) e a trovare la propria via attuando la sua più intima decisione. Una notte del 2002, durante un periodo di vacanza “in un albergo greco, mi guardai allo specchio e dissi ad alta voce ‘Io non credo in Dio’. Lo dissi lentamente, scandendo la pronuncia, in somalo. E mi sentii sollevata (…) La mia bussola morale era dentro di me, non nelle pagine di un libro sacro” (op. cit., pag. 314). Cioè Ayaan, per sciogliere la tensione di una situazione emotiva ormai insopportabile, si pone davanti allo specchio, davanti alla sua immagine riflessa e parla con sé stessa esprimendo la sua decisione, che viene approvata da quell’altro io, che è in lei ma è oggettivato fuori di lei. Siccome l’altro è la sua bussola, non le comunica nulla, ma la solleva da ogni angoscia. Ayaan è allora in pace con sé stessa.
Comunque, se Ayaan ha trovato la soluzione per la propria emancipazione nella bussola morale che permette di distinguere il bene e il male secondo il criterio dell’accordo o disaccordo con sé stessa, tuttavia non sembra rifiutare il Corano. Quello che rifiuta è sicuramente considerarlo come l’Assoluto, che deve essere accettato perché parola di Dio eterna e incerata; piuttosto pare, da alcune affermazioni, propendere per la concezione del Corano come opera storica, quindi interpretabile a seconda dei mutamenti storici. “Per modernizzare l’Islam e adattarlo agli ideali contemporanei è necessario porsi in atteggiamento critico nei confronti del Corano e dei precetti in esso contenuti: in una parola, è necessario dialogare con Dio e dissentire dalle sue leggi” (op. cit., pag. 350). Si può notare in questa affermazione almeno una parziale sintonia con le posizioni espresse da alcuni intellettuali musulmani nell’opera collettiva Basta! Musulmani contro l’estremismo islamico, a cura di Valentina Colombo, Milano, 2007. Confronta almeno Amina Wadud, pag. 205 e sgg. e Dounia Bouzar, pag. 65 e sgg. Sarebbe molto interessante approfondire con gli autori queste tematiche specifiche!

Torniamo ora a sottolineare l’importanza di alcuni fattori, riguardanti l’inferiorità delle donne secondo il Corano, considerati da Ayaan elementi che avevano progressivamente sgretolato le sue convinzioni, spingendola al ripudio definitivo. Discutendo con amiche, a scuola, della verginità e delle mestruazioni, nota che ogni loro periodica comparsa “ci rendeva sporche e indegne alla preghiera. In fase mestruale non ci era consentito nemmeno pregare o toccare il Corano. Tutte le ragazze si sentivano in colpa per il fatto di sanguinare ogni mese. Era la prova che eravamo meno degne degli uomini” (op. cit., pag. 129).
In questa breve citazione viene individuato con precisione il fulcro su cui si fonda la convinzione dell’inferiorità delle donne, introiettata da loro stesse: la loro impurità che le mantiene sottomesse, ai margini di ogni vita comune, recluse e periodicamente impedite dallo svolgere anche le più semplici e innocue attività. E’ un processo di vera e propria “evitazione”, di separazione dei maschi dalle femmine, sia in famiglia che ancor più nella comunità. Naturalmente tutto aveva avuto inizio ben prima dell’età puberale, per Ayaan e Haweya a 5 e 4 anni mediante l’infibulazione, praticata in Somalia da quasi tutte le famiglie musulmane (ma il termine è eufemizzato perché si tratta di una vera e propria “chiusura” mediante “cucitura”). Certo anche i maschi – nella loro famiglia il fratello Mahad – subiscono un’operazione piuttosto dolorosa, la circoncisione (anche questo un termine eufemizzato, perché è una vera “mutilazione”) però il significato è opposto. Mentre per le femmine si tratta della prova della loro impurità, che deve venire imprigionata perché pericolosa portatrice di tentazioni, e quindi della loro inferiorità, per i maschi in fondo ci troviamo in presenza di una prova di iniziazione, che li farà entrare nella cerchia di coloro che hanno il diritto di comandare, di dominare.
La convinzione, radicata fin dall’infanzia, di essere in colpa per la propria “naturale” impurità ha l’effetto – nota a più riprese Ayaan – di erigere una “gabbia mentale” dalla quale è difficilissimo per le ragazze riuscire a evadere. La contrapposizione puro-impuro sta quindi alla base del rapporto comando-obbedienza, che caratterizza le condizioni di oppressione: non ci dilungheremo ad elencare altri esempi, che segnano le tappe del personale processo di emancipazione della scrittrice. Ci limiteremo soltanto a notare in quale modo l’oppressione venga giustificata. Non si tratta infatti soltanto di violenza, di dominio, di persecuzione, ma di autorizzazione della sopraffazione. “Il Corano permette queste punizioni, legittima l’abuso, impedendo che i responsabili provino vergogna e siano perseguitati dalla propria coscienza o dalla propria comunità” (op. cit., pag. 344).
La legittimazione è il punto decisivo a nostro parere. Noi non abbiamo certo la competenza sufficiente per esprimere un giudizio approfondito sul Corano, se e in che modo sia fonte della subordinazione femminile: quello che invece ci preme rilevare è come l’autrice ne risulti profondamente convinta proprio basandosi sulle esperienze della sua giovinezza, esperienze devastanti che l’hanno portata alla conclusione che il testo sacro renda legittimi gli abusi degli uomini sulle donne. Non si tratta soltanto di agire secondo la legge, ma di avere una giustificazione da quella che viene considerata la “fonte” di ogni legge che, sola, può “legittimare” le leggi stesse. Questa fonte trascende, per l’Islam, l’ambito umano perché è sovraumano, è divina. Essa fornisce il crisma di ogni legge in quanto è l’autorità suprema che la sacralizza: la legalità è giustificata dall’autorità. Si comprende allora come i responsabili di ogni abuso siano approvati dalla loro comunità e come questa approvazione inibisca in loro anche l’insorgere della vergogna. O meglio, comprendiamo come si generi una difficile contrapposizione fra la possibilità dell’insorgere della vergogna e l’effetto acquiescente della giustificazione da parte dell’autorità sacra.

Infine, almeno un breve accenno alle attività politiche di Ayaan in Olanda negli ultimi anni prima della sua emigrazione negli Stati Uniti: dopo vicende anche dolorose per le difficoltà di integrazione, la scrittrice decide di candidarsi come deputata al Parlamento soprattutto per difendere i diritti delle immigrate musulmane, soggette a soprusi di ogni genere da parte dei famigliari. Ci soffermeremo soltanto sul suo tentativo – una volta eletta deputata – di rendere pubblici i dati riguardo agli omicidi di donne e bambine compiuti dai parenti per salvaguardare l’onore dei clan; a tale proposito incontra subito l’opposizione dei funzionari del ministero della Giustizia, che non ritenevano legittimo classificare gli omicidi in base al movente, perché in tal modo, rilevando i delitti d’onore, si sarebbero stigmatizzati dei gruppi sociali in quanto tali (ma in fondo anche perché nessun funzionario olandese era disposto ad ammettere che questo tipo di delitti avvenisse con regolarità). Ottiene in seguito l’autorizzazione per la registrazione dei delitti d’onore, almeno in 2 distretti pilota: i dati sono sconvolgenti per l’opinione pubblica. Nei 2 distretti (in Olanda sono 25 in totale) tra l’ottobre 2004 e il maggio 2005 “undici bambine musulmane erano state uccise dalle loro famiglie” (op. cit., pag. 346).
Ayaan, malgrado l’evidente ammirazione che prova per gli Olandesi e per le loro libere leggi, non esita a criticare in questi casi il loro multiculturalismo (meglio sarebbe usare il termine “comunitarismo” perché i gruppi etnici vengono considerati come entità che si autoamministrano secondo le proprie leggi e rimangono sostanzialmente separati dal resto del paese in cui vivono). “Il multiculturalismo olandese e il suo rispetto per la cultura musulmana non funzionavano (…) La cultura degli immigrati veniva preservata a spese delle loro donne e dei loro figli, e a discapito della loro integrazione nel Paese” (op. cit., pag. 275). Qui possiamo constatare che, ponendosi dal punto di vista del “comunitarismo” dei vari gruppi, non si scorge, perché rimane necessariamente nascosta, l’oppressione e la violenza sulle donne e sulle figlie al loro interno: solo se si muta radicalmente la prospettiva, proponendosi esplicitamente l’emancipazione delle donne perseguitate, emerge la verità fattuale della loro condizione umana di persone sottoposte a soprusi.
Questo – possiamo concludere – è il risultato delle esperienze di Ayaan in Olanda, fino al raccapricciante episodio dell’esecuzione del regista Theo Van Gogh, con il quale aveva realizzato un breve filmato sulla condizione delle donne musulmane, intitolato Submission. Gli eventi sono troppo noti per venire qui ricordati: ci preme soltanto sottolineare che il delitto ad opera del terrorista fondamentalista voleva proprio essere una esecuzione. L’offesa al Corano doveva essere punita sacrificando la vita di colui che l’aveva compiuta (Ayaan aveva potuto sfuggire al castigo solo perché non era stata individuata la sua residenza protetta!).

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