
Vi sono due punti della manovra che debbono essere messi a fuoco per comprenderne da una parte l’errore più nascosto dall’altra la grave ingiustizia. Il primo è sulla parte previdenziale, il secondo sul “bollo sui titoli”. Vi scrivo un articolo per ciascuno dei due punti. Beninteso: non essere d’accordo con i provvedimenti così come prodotti non mi affianca a chi attacca su tutto questo governo. Una parte delle lacrime di questa manovra, fatta in extremis, l’Italia l’avrebbe potuta evitare se invece di avere fino a un mese fa un governo che pur di dire il contrario di quel che gli faceva osservare l’opposizione ha continuato, primo attore Silvio da Arcore, a recitarci il gingle che “tutto va bene, non c’è crisi” anziché pensare ai conti e alla crescita. L’ultimo “l’Italia è un paese ricco, i ristoranti sono pieni” ci ha offesi nell’intelligenza: anche le mense dei poveri ora sono stracolme, mai come prima, intere famiglie ci vanno. E’ solo per testarne il menù?
Il punto dello sbaglio meno detto, meno visibile, ma colossale nelle sue dimensioni economiche e storiche sta proprio in un aspetto mai citato, mai analizzato, nell’innalzamento in sostanza eguale per tutti, dell’età pensionistica alle nuove età indicate dalla manovra, verso i 68 – 70 anni.
La generazione di coloro che si trovano fra i sessanta e i settanta anni è quella che, unica, conserva al contempo energie sufficienti e tempo dedicabile, assieme a esperienza e capacità, per essere aiuto necessario, spessissimo indispensabile, a sostenere le giovani famiglie che vogliono avere figli o che già li hanno, i veri vecchi ormai numerosi, quelli la cui età si volge verso gli ottanta, novanta anni e anche più. E’ l’unica generazione-collante che mette in relazione l’esperienza e la memoria di generazioni precedenti alla propria, la propria, quella dei propri figli e quelle dei nipoti.
E’ un colossale patrimonio storico e morale, un collante generazionale che diviene collante sociale e che offre un aiuto economicamente mastodontico al tessuto delle famiglie. Partecipa al volontariato e all’associazionismo, mantiene reti relazionali indispensabili. Molti anziani più vecchi contano su questo aiuto per poter vivere, molte coppie contano su di loro per avere figli e per gestirli potendosi affidare a questo prezioso legame familiare. Quanto costa a un vecchio restare senza aiuto? Quanto ad una giovane coppia (magari di precari) non avere un figlio? Quanto costa a chi il figlio lo fa pagare baby sitter e aiuti vari? Quanto pagare badanti ? Moltiplichiamoli per il numero immenso dei milioni di famiglie interessate e verifichiamo che questo è il peggior attacco mai visto alla classe media e ai ceti deboli: è evidente che per questa via si sottrae una gigantesca quantità di reddito per unità familiare distruggendo il potenziale risparmio delle famiglie medie italiane e distruggendo letteralmente le opportunità di vita (e di mobilità sociale) per le famiglie dei ceti deboli. Ma vi è un altro grande danno: quanto costa ad una nazione perdere la sua memoria? Quanto costa far scomparire dalla società un pezzo così grande di lavoro dedito spontaneo e volontario fatto per l’amore dei legami e delle amicizie, l’esempio diffuso e concreto che le relazioni e i sacrifici non sono dettati solo dal danaro? I ceti dei ricchi e ricchissimi non subiranno quasi danno: il risparmio e le opportunità gli restano tutte anche se pagano (ma già lo fanno) baby sitter e badanti qualificate e a tempo pieno. Dunque nessun danno per questi ultimi mentre un danno colossale ai ceti medi, medio-bassi e bassi e al senso di nazione prodotto dal trasfondersi delle memorie personali e collettive tra le generazioni. Quanto costa alla nazione indebolire questi ceti? Dov’è l’equità? Dove l’attenta contezza del risultato nettato dalle perdite complessive degli introiti di cassa ?
Tenendo conto dell’imperativo di una manovra rigorosa in un altro articolo proporrò delle alternative o delle modifiche anche su altre parti della manovra. Ma su questo punto la prima necessaria, assolutamente minima, modifica da fare è quella che ogni donna e uomo che abbiano avuto figli non abbiano alcuna riduzione percentuale della pensione qualora anticipino ai 62 anni la loro uscita dal lavoro con 40 anni di contributi. Non solo per tenere nella giusta considerazione l’onere già sostenuto nel crescere i loro figli, ma anche perché potenzialmente più partecipano e parteciperanno al sostegno e allo sviluppo delle future generazioni. Entrambi compiti utilissimi all’intero Paese. La seconda correzione è che ogni donna abbia l’arretramento di un anno dei nuovi riferimenti di età pensionistica per ciascun figlio avuto e che ogni uomo con figli abbia un analogo arretramento di sei mesi per figlio. Chiaramente potremmo entrare nel dattaglio e articolare e specificare meglio la proposta tenendo conto di molti fattori specifici (vedovanza, handicap, grandi redditi, ecc ) ma qui ci basta indicare con chiarezza l’enormità dei costi nascosti a carico delle famiglie normali a fronte della intoccabilità dei ceti ricchi e l’indirizzo correttivo da percorrere.

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