
Roma – A fine novembre, sia negli Stati Uniti sia in Italia, sono stati diramati, dai rispettivi Istituti di Statistica, i dati parziali trimestrali sul mercato del lavoro e sull’occupazione. Quest’ultima è una delle grandezze macroeconomiche più importanti per misurare il polso dell’economia, soprattutto in tempi di crisi e di (presunta) ripresa economica.
Negli USA, uno dei Paesi maggiormente colpiti dalla crisi e che da questa continua ad avere difficoltà ad uscire, il tasso di disoccupazione è sceso all’8,6%, ovvero il livello più basso dal marzo 2009, periodo in cui la recessione ha raggiunto globalmente il suo apice. In Italia, il suddetto tasso si è attestato all’8,5%, in aumento di 0,2 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,1 rispetto all’anno precedente.
In un periodo di rinnovato timore per l’economia nei paesi occidentali, questi dati potrebbero sembrare addirittura incoraggianti: tutto sommato, negli States il tasso di disoccupazione è diminuito e in Italia, economicamente più debole, l’aumento è stato molto contenuto e lontano dai rimbalzi verificatisi nelle fasi più acute della crisi. Ma che cos’è il tasso di disoccupazione? Si tratta di un indicatore statistico che misura la percentuale degli individui disoccupati sul totale della forza lavoro. Non è, perciò, errato considerarlo un indicatore abbastanza grossolano della situazione del mercato del lavoro. Esso non può cogliere le molteplici sfaccettature e le importanti dinamiche che caratterizzano questo ambito dell’economia.
Dietro a questi numeri si cela infatti un trend preoccupante: benché le imprese americane abbiano creato 120.000 posti di lavoro fra ottobre e novembre, moltissimi disoccupati cronici hanno smesso di cercare lavoro e sono letteralmente scomparsi dalle statistiche ufficiali. Qualcosa come 315 mila americani, scoraggiati dalla lunga e infruttuosa ricerca di impiego, non possono più considerarsi parte della forza lavoro.
La rinuncia a cercare attivamente un lavoro comporta infatti la cancellazione dai dati del Ministero (o dell’Istituto di Statistica) e, il calo della forza lavoro, contribuisce a limare artificialmente il tasso di disoccupazione. Per quanto riguarda l’Italia, oltre al già citato tasso di disoccupazione, risulta in calo la proporzione di inattivi il cui tasso si posiziona al 37,8%, con una flessione dello 0,4% rispetto al mese scorso e dello 0,1 in termini congiunturali e su base annua. Istat e Eurostat calcolano, però, che nel 2010 e nel primo semestre del 2011, disoccupati, inattivi e sottoccupati costituivano un esercito di 5 milioni di individui: i disoccupati – chi, pur avendo cercato lavoro, non l’ha trovato – erano 2,102 milioni; gli inattivi – disponibili a lavorare, ma che non hanno cercato lavoro, sono stati 2,764 milioni; i sottoccupati – chi lavora part time, ma sarebbe disposto a lavorare di più – ben 434 mila.
L’aggregato maggiore risulta dunque quello degli inattivi: palese segnale di uno scoraggiamento generale e, purtroppo, tipicamente italiano se confrontato con i vicini europei. L’ultima rilevazione, che ha riscontrato un leggero miglioramento di questa componente, deve dunque fare i conti col fatto che nei mesi scorsi si è registrato il peggior tasso di inattività dal 2004 e che questa categoria (che costituisce quasi il 12% della forza lavoro) è, in Italia, di dimensioni triple rispetto alla media europea (3,5%). A titolo informativo, e comparativo, In Francia il tasso di inattività è dell’1,2%, in Germania dell’1,3% e nel Regno Unito del 2,8%.
Inoltre, sembra ormai scontato dirlo, tanto che ci siamo abituati a sentirlo, le percentuali maggiori di disoccupati e di inattivi riguardano la componente femminile della forza lavoro e il Mezzogiorno.
Sembra chiaro, perciò, al di là di quelli che sono stati i proclami politici, che la crisi sta avendo effetti duraturi sull’occupazione e sulla sua qualità, nonché sulle aspettative dei lavoratori e delle imprese. Pur considerando i differenti sistemi produttivi e di welfare, emerge comunque un sostanziale fallimento di alcune importanti misure anticrisi (quelle a sostegno del mercato del lavoro attuate fra il 2009 e il 2010 in entrambi i Paesi) e di rilancio dell’economia, sia negli Stati Uniti – motore dell’economia mondiale – sia in Italia – Paese cardine per l’architettura europea e dal quale dipendono sempre più chiaramente le sorti dell’Unione.
Obama avrà dunque un gran da fare per tamponare il problema sociale della disoccupazione prima delle elezioni del novembre 2012; il Governo Monti, nell’ambito delle riforme strutturali, dovrà tentare di rafforzare il mercato del lavoro (e delle imprese) italiano e lavorare sulle disuguaglianze endogene ed esogene (cioè di competitività a livello comunitario).
(agenziafuoritutto)

se continuiamo così dubito riusciremmo ad uscire da questa crisi, dobbiamo puntare all’aumentare le occasioni crescita e innovazione, a questo proposito qualche sabato fa ho assistito ad una conferenza del premio nobel 2010 per l’economia Dale Mortensen alla discarica di Legoli (PI) vi linko l’articolo http://www.lanazione.it/pontedera/cronaca/2011/12/03/631209-peccioli_premio_nobel_economia.shtml