“Carneade! Chi era costui? – Si domanda Don Abbondio all’inizio del capitolo VIII del capolavoro manzoniano. Aggiornando all’uopo la domanda, si potrebbe dire: “Mario Puccini! Chi era costui?”. E poniamo che sia proprio per dare la risposta ad un vasto pubblico – presso il quale il personaggio è quasi sconosciuto – che la Fondazione Terre Medicee e il Comune di Seravezza, con l’Istituto Matteucci di Viareggio, hanno organizzato la mostra sul pittore livornese al Palazzo Mediceo dall’11 luglio al 2 novembre 2015.
Com’è che “un autore di assoluto valore artistico – per usare le parole del Sindaco Ettore Neri – (…), da quasi mezzo secolo risulta essere assente dal circuito espositivo nazionale”? Sfogliando il bel catalogo della mostra (Maschietto Editore, pp. 176, € 25,00) è pronta la risposta di Nadia Marchioni (curatrice, assieme a Elisabetta Palminteri) per la quale, in realtà, ciò che è mancata in questi anni non è una proposta di opere pucciniane all’interno di eventi collettanei, bensì “un’antologica che ripercorresse l’intera carriera pittorica del maestro livornese”. Le ragioni? La difficoltà nel reperire le opere – quasi tutte in mano a collezionisti privati – ed il timore che la ripetitività tematica intorno a cui ruota la produzione pucciniana potesse ingenerare nel visitatore “una sorta di assuefazione”.
Assuefazione? Io parlerei di ‘incantamento’! E sarà per incantamento che persino l’odierno Vittorione nazionale (Sgarbi) si è precipitato ad ammirare le circa 70 tele in esposizione (cui si aggiungono quadri di Benvenuto Benvenuti, Llewelyn Lloyd, Oscar Ghiglia, Guglielmo Micheli, Alfredo Müller, Plinio Nomellini che variamente contribuirono alla sua formazione ed all’affermazione della sua pittura), ricordando di aver visto alcune sue opere per la prima volta da bambino, in un albergo di Castiglioncello.
L’intento dell’iniziativa è dichiarato: ricostruire l’evoluzione artistica ma anche la biografia dell’artista, per assegnare alla sua produzione la giusta collocazione nel contesto figurativo anche europeo. Si potrà così sfatare il mito del Puccini “pazzo e primitivo”, perché l’uomo fu semmai – ancora citando il saggio della curatrice – di “una sensibilità raffinata (forse al punto di renderlo estremamente vulnerabile…) unita a un intelletto brillante e a una vasta cultura, che spaziava (…) ben oltre il panorama cittadino e toscano, mostrando un artista perfettamente informato delle polemiche culturali e artistiche del proprio tempo…”.
C’è, sì, un periodo buio nella sua vita, segnato da quella malattia psichica che già si manifesta al termine del periodo di formazione (iniziato a 16 anni, all’Accademia di Belle Arti di Firenze su presumibile indicazione del Fattori) e che lo porterà al ricovero presso gli ospedali di Livorno e Siena (1893-1898). Ma la malattia non ha mai un segno univoco, ed è proprio lì che si prepara una grande trasformazione della sua personalità pittorica, quello ‘sbocciare’ che lo porterà al compimento, alla maturità artistica.
Da ciò si spiega (e si apprezza) la suddivisione della mostra in cinque sezioni (I maestri e gli esordi / Gli anni della solitudine / Una nuova grammatica del colore / La grafica / Il Caffè Bardi a Livorno), dove la terza dovrebbe dirsi il cuore pulsante, perché in essa si trovano le sue più amate creature, quelle dei “cromatismi sovreccitati e febbrili”, dell’impiego del colore, emozionale, in funzione costruttiva dell’immagine.
Puccini opera nel periodo artistico comunemente detto ‘postmacchiaiolo’ ma il suo lascito è ricco di contaminazioni con l’arte europea. Tipici della sua vasta produzione sono il ricorrere frequente dei medesimi soggetti e l’acribia con cui egli studia le variazioni luminose colte sul vero. Per Raffaele Monti, critico d’arte e suo estimatore, “Puccini non descrive niente: non un personaggio, non un evento che disperda la narrazione in aneddoto, nessun elemento allusivo o simbolico. Ed è così che, nascendo da questa vera e propria inclemenza narrativa, il solo potere della forma può sollevar folate di vento ristagnato, di salmastro, di canapi; gli odori e le luci mozzafiato che il porto di Livorno possiede in misura particolare (…).”
Non aggiungo molto di più. Se non che Puccini visse un’esistenza ritirata e per lo più misera, sempre però con questa sua grande anima, che gli fece scrivere, in due epistole all’amico Gianni Malesci: “Cosa vuoi, lavoro per mia passione (…) per fastidio del mondo volgare (…)”; “Non ho di che lamentarmi giacché la stagione buona mi permette di lavorare tutti i giorni e tu sai che per noi quando si può lavorare è la felicità completa.”






Gradirei sapere se vi risulta che M Puccini abbia dipinto anche come orientalista. Sono infatti in possesso di una tavoletta 37×35 con una veduta del porto di Istanbul con fondo la grande moschea, siglato MP e recante sul retro una scritta in cui si attribuisce il dipinto a Mario Puccini, quasi monocromo con prevalenza di gialli e senza personaggi.
very interesting