Chiusa la porta, in quell’ufficio milanese, si sentiva il profumo del mare greco. Si vedevano i riflessi delle onde sulle pareti bianche. Si sentiva da lontano il sirtaki ed il fruscio del Meltemi.
Stamattina, vestiti comodi e rintronata dura in ufficio (alle 7.30) per improcrastinabile disbrigo arretrati.
Un solo appuntamento: quello che il capo chiama: “Zorba il greco”.
Lo incontro alle 9.40. Si alza in piedi per un baciamano old style (gentilissimo).
Gli occhiali sono di una spessa montatura nera (sembrano quelli di mio nonno, e sono rigati). Capelli curati. Sopracciglia folte. Viso leggermente scavato (di quelli perennemente ombreggiati dal segno della barba, anche se appena fatta). Vestito scuro, camicia bianca.
Alle 9.41, si siede. Accavalla le gambe e s’intravede un buco nel calzino.
Riprende a parlare in direzione del capo. Io lo ascolto incuriosita. Di quando in quando si volta anche verso di me. Osserva l’ufficio. Girandosi mostra il colletto (consumato) della camicia (il punto di bianco non più quello originale).
Alle 9.49, ha terminato di esporre il suo problema. Conciso, preciso, dettagliato, in inglese (dal forte accento, ma fluente).
Ha un sorriso (davvero) irresistibile (caldo e amichevole).
Alle 9.50, ci racconta di sua moglie che vive su un’isola nei pressi di Rodi. Ha tre figli. Una casa a picco sul mare. Racconta altri dettagli della sua impresa agricola arroccata sul continente, quella che un italiano si vorrebbe comperare (il nostro cliente).
Alle 9.55, ha concluso la storia di suo padre e del padre di suo padre.
Alle 9.56, vuole sapere le nostre (di storie).
Alle 10.00, si alza. Strige la mano al capo. Bacia la mia. Ci invita da lui in Grecia.
La ragione che lo aveva portato lì (tra quelle quattro pareti), era quella di guardarci negli occhi e spiegarci perché aveva cambiato idea, perché la sua coscienza non gli permetteva di vendere. A nessun prezzo.
Tutto qua.
Chiusa la porta, in quell’ufficio milanese, si sentiva il profumo del mare greco. Si vedevano i riflessi delle onde sulle pareti bianche. Si sentiva da lontano il sirtaki ed il fruscio del Meltemi tra le foglie d’ulivo. L’odore del pesce spada alla griglia si mescolava con quello del gelsomino. Il sapore della feta lasciava scivolare del vino rosso sopra di sé. Era fresco. L’orizzonte blu, a perdita d’occhio.
Ci sono belle giornate in cui si vede come alcuni uomini vivono, osservano e decidono, senza pensare ad altro se non alla loro terra, al loro sole.
Ci sono belle giornate in cui senti come una turista inglese che ha nelle narici il sapore del mediterraneo. Sulla pelle il calore del sole. Sulla retina, impresso, un sorriso irresistibile.
Sono di quelle giornate in cui il mio capo ed io, all’unisono, decidiamo di fare un’eccezione alla regola e andare fuori a mangiare con calma del pesce, rinunciando (felicemente) ad un lesto panino sotto l’ufficio, ai colleghi, alle telefonate, ed anche ad un affare.
In cui decidi di prenderti un giorno e salire al volo sul primo treno per casa, per goderti i “fohi” d’artificio di San Giovanni da un terrazzo lungo l’Arno, brindando con amici ed il tuo fidanzato pensando (con piacere) ad un matto di un greco.
Bellissime giornate

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