Il contendere era un déjà vu degli anni cinquanta: il figlio (del “cummenda”) trovato disteso sulla sacra scrivania del nonno (quella con il piano in pelle verde), sotto di lui, la segretaria.
Bella scrivania (fine ottocento). Una di quelle in mogano con il piano in pelle verde. Restaurata pochi mesi fa (perfetta). Lì sopra, suo nonno, scrisse lo statuto della società. Staccò il primo assegno per comperarne i macchinari. Fece i primi affari. Ecco perché il “commenda” l’ha presa male.
Raramente assisto a reprimende familiari, ma quando i figli sono anche gli amministratori… e quando si sta gomito a gomito come capita in un roadshow, allora si assiste anche a scene da avanspettacolo.
L’allegra combriccola vede (in testa) il vecchio Presidente, al seguito, il giovane amministratore delegato, il noioso CFO, il povero investor relator e l’interprete. Poi ci sono io. Mi pagano per correre (con loro) tra un aereo e l’altro in un turbine ansiogeno di appuntamenti tra Londra, Milano, Francoforte. Mi danno quattrini per incontrare, sorridere, spiegare, dettagliare, ringhiare, poi di nuovo sorridere. Sono lesta a rintuzzare le domande degli analisti più rognosi con argomenti ancora più tecnici e rognosi dei loro. Sono pronta a preparare la squadra ai match più delicati e anche (alla fine) pronta a fare “l’esperta immagine”, tipo quelle dei saloni dell’auto, sedute (in minigonna) nelle lucidissime sportivone. Naturalmente (io) le gonne corte le evito (poco appropriate), ma non i tacchi (ed immaginatevi come siano piacevoli le corsettine a prende una metro o un taxi).
Sono entrata in quella discussione per complicità femminile, poi per senso di giustizia. Non ho voluto farne un tema etico perché non l’avrei spuntata. Inoltre, mi pagano per essere senza cuore, e, se necessario, anche spietata (ma sempre con il sorriso ed il rossetto). Rovinarmi la reputazione non sarebbe servito. Trattare il tema è stato quindi semplice perché sono stata subdola e vigliacca (come la mamma che insinua dubbi alla figlia): ho ricordato le regole (violate) del codice aziendale (D.lgs 231/2001) ed ho paventato rischi legali e reputazionali per la proprietà. Ha funzionato. Il “cummenda” intimorito, anziché licenziarla, ha optato per il trasferimento ad altro incarico. Così, la ragazza, se l’è cavata.
Il contendere era un déjà vu degli anni cinquanta: il figlio (del “cummenda”) trovato disteso sulla sacra scrivania del nonno (quella con il piano in pelle verde), sotto di lui, la segretaria. Lui era diventato un incauto viveur (che perdeva la stima paterna) mentre lei una banale mignotta (che perdeva il lavoro). Al primo una reprimenda, alla seconda la lettera di licenziamento (pronta all’invio). Davvero una vecchia commedia. Ma solo commedia.
Lo dico perché il “cummenda” non avrebbe problemi a mettere sopra il pianale della scrivania (in pelle verde) le mie, di chiappe. Nel caso, non verrei certo liquidata. Anzi, mi farebbe trovare un bel bracciale sotto il cuscino del lettone matrimoniale nella sua casona a Portofino, dove mi porterebbe con la sua sportivona a fine settimana alterni (quando manca la moglie). Forse anche il nonno ci avrà messo le chiappe della nonna (su quel pianale in pelle verde) e poi anche quelle della segretaria (sempre su quel pianale in pelle verde).
Il punto è che l’uso di quel pianale (di pelle verde… che speriamo il restauratore abbia lavato bene) è perdonato ad alcuni uomini, mentre poche sono le donne che, dopo esserci passate, hanno la possibilità di non pagarne il prezzo.
Se fosse una commedia, i due si sposerebbero a fine secondo tempo (non escludiamolo). Lei è carina ed intraprendente. Il figlio del “cummenda” un “pirla” (secondo il padre), un bonaccione belloccio (secondo me). Il matrimonio ci sta tutto.
Qui Flo, ancora in giro. Per le prossime due settimane, datemi pure per dispersa! Se non altro, mi sentirò in una commedia all’italiana… vediamo come finisce.

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