
La ricerca del papa straniero- insomma del supporto esterno necessario e sufficiente per liberarsi di Berlusconi- dura oramai da quasi vent’anni.
Abbiamo cominciato con Bossi. Sino a promuoverlo, momentaneamente, come “costola della sinistra”. Pensavamo che la “mentalità della canottiera”fosse incompatibile con quella del bunga bunga e delle sfilate Fininvest. Ma ci siamo accorti- o dovremmo esserci accorti- che l’incompatibilità politico-culturale tra Lega e sinistra prevaleva, al dunque, sulla ostilità della sua base nei confronti del Cavaliere. E dovremmo anche esserci accorti di avere pagato un prezzo non indifferente a questo primo papa straniero: l’avvio di un federalismo pasticciato e l’estrema timidezza con cui abbiamo affrontato le questioni dell’immigrazione.
Abbiamo puntato sull’azione della magistratura. Prima nel suo ruolo tradizionale di individuazione dei reati e dei rei, poi, e sempre di più, nella veste di guardiana della morale pubblica e privata. Ma, nonostante le ripetute offensive, lo sfondamento decisivo non si è verificato. Perché non siamo più ai tempi della prima repubblica, quando bastava un avviso di garanzia per far crollare persone e istituzioni. Oggi, invece, i nostri governanti e i loro sostenitori non si impressionano più di tanto, non farebbero un passo indietro neanche in caso di condanna in primo grado, e non badano assolutamente al discredito estetico o etico che li circonda.
Il richiamo a questo secondo “papa straniero” ci è poi costato, siamo apparsi allineati con una magistratura che imposta centinaia di cause per ottenere pochissime condanne.
Abbiamo seguito le manifestazioni di ogni tipo e colore. Dal popolo arancione a quello viola, dalle donne agli “indignati”. Dovevamo farlo. Abbiamo fatto bene a farlo. Ma non potevamo attendere da questo fronte ricadute decisive. Perché, come detto sopra, non siamo più ai tempi della prima repubblica. Mentre ci siamo accorti- o dovremmo esserci accorti- che questo “popolo” non è particolarmente grato del nostro appoggio, fino a prenderci sempre più di mira come politici e come politici di sinistra.
Abbiamo riposto le nostre speranze nella Chiesa, nella sua presa di distanza dal berlusconismo come modello di comportamento pubblico e privato, ma non ci siamo accorti- come avremmo dovuto- che le gerarchie- sia pure con dosaggi diversi- continuano a tenere il piede in due staffe: con la base cattolica, per il rinnovamento della politica e dei costumi, con il centro-destra a difesa di valori non negoziabili (e, per dirla tutta, di interessi quanto mai negoziali). E non ci siamo accorti – e avremmo dovuto – del prezzo che pagavamo in quest’attesa, la sordina alle battaglie laiche o, “tout court”, di libertà.
Abbiamo atteso il ‘Salvatore’ esterno. Ma per renderci ben presto conto che giù giù da Monti a Montezemolo a Della Valle avevamo di fronte degli aspiranti al ruolo, delle persone che, in attesa di improbabili unanimi chiamate, si guardavano bene dallo specificare le loro intenzioni e i loro progetti. Mentre il nostro appello veniva colto come rinuncia preventiva ad esercitare qualsiasi ruolo di leadership.
Abbiamo, infine, puntato sull’Europa, sul suo disprezzo manifesto per il Cavaliere, sui suoi precetti e sulle sue sanzioni (delle istituzioni ma soprattutto dei mercati). Senza renderci conto che all’Europa stessa i precetti e la loro attuazione interessavano assai più delle sanzioni, e che, soprattutto, questi stessi precetti “appartenevano”al centro-destra assai più che alla sinistra. In tal modo siamo caduti nella trappola che noi stessi avevamo preparato, pensavamo di sfruttare la scomunica dei mercati e delle istituzioni per denunciare l’incapacità del Cavaliere a “fare le riforme”, e ci troviamo con uno che esibisce a mo’ di mercanzia il suo catalogo di provvedimenti opportunamente vistati e approvati, e che farà della loro approvazione, ma anche della loro mancata approvazione (“le riforme le volevo realizzare, ma le sinistre anti italiane me l’hanno impedito”), la bandiera dell’appuntamento elettorale prossimo venturo.
Ci ritroviamo, per concludere, con gli “Scilipoti buoni”. Con un pugno di deputati disposti a cambiare bandiera pur di non votare, un’operazione che Repubblica annuncia con squilli di tromba ma che non riesce nemmeno a superare l’anonimato, e che non ci porterà da nessuna parte.
A questo punto la sinistra dovrebbe cominciare a discutere cosa farà da grande, e in particolare spiegarci se vuole sconfiggere Berlusconi per fare, magari meglio, le stesse cose o, se, invece, vuole muoversi sotto il segno della discontinuità.
Ciò dovrebbe significare l’apertura, nel Pd, di un qualche dibattito interno, di cui però non si vede traccia. Mentre sembra dominare il “levati tu che mi ci metto io”.
Dimenticavamo, scusate, le primarie. In condizioni normali, un concorso di bellezza che non servirà a nulla e a nessuno. A ridosso delle elezioni una proposta completamente insensata.

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