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Federalismo che frana!

di Enrico Cisnetto | 23 Novembre 2014

Con il maltempo mette una pietra tombale sul decentramento federalista.

Ha ragione Renzi: i danni provocati dal maltempo sono da mettere in conto alle Regioni. Dico di più: sono il triste epitaffio sul miraggio federalista che per oltre 20 anni ha illuso (quasi) tutta l’Italia. Il “dissesto idrogeologico” non è l’espressione della lotta tra la “natura buona” e “l’uomo cattivo” (Elefantino docet), quanto la condizione prodotta dai mancati interventi di ordinaria prevenzione del territorio (a cominciare dall’assicurazione anticatastrofale) da parte di tutti, ma che più di tutti è imputabile alle Regioni. Il malinteso “decentramento”, tra l’altro inadatto all’Italia, che pretendeva di avvicinare il potere ai cittadini e snellire le decisioni, nella realtà ha aumentato gli sprechi, coltivato la già enorme diffidenza degli italiani verso le istituzioni, e, soprattutto, moltiplicato i diritti di veto che ci paralizzano. Dietro lo psicodramma delle “bombe d’acqua” c’è, infatti, l’ennesima evidenza nella lunga storia dei fallimenti del localismo da campanile che abbiamo chiamato pomposamente federalismo. Come dice Renzi, le Regioni non hanno concorso a stilare piani strategici unitari, hanno guerreggiato tra di loro e verso lo Stato centrale su competenze e poteri, hanno speso meno di un quarto dei soldi a disposizione dal 2009, avviando solo il 22% delle opere programmate per la messa in sicurezza del territorio.
Certo, non tutte le Regioni sono uguali, ma nel complesso è risultato è disastroso. A monte c’è, ovviamente, la responsabilità di una politica nazionale debole, che ha cercato nel decentramento regionale una stampella. Per esempio, sempre per rimanere nel campo della tutela del territorio, fu una follia, anche solo semantica, la divisione delle competenze operata dal Titolo V nel 2001 tra la “tutela dell’ambiente”, affidata in via esclusiva allo Stato, e il suo “governo”, in concorrenza tra Stato e Regioni.

E così, poiché ogni Regione ha potuto dire la propria, le 120 “grandi opere” necessarie nel 2001 sono diventate oggi 403, con un aumento del 200% dei costi e il nefasto effetto per cui, di fronte a troppe priorità, non c’è nessuna priorità. Inoltre, si potrebbe fare un lungo elenco di infrastrutture di interesse nazionale bloccate per decenni dai veti degli enti locali (di questi giorni l’assurdo diniego trentino contro la Valdastico Nord). Il Titolo V ha creato terreno fertile per le gelosie e le incompetenze della politica da campanile. Già negli anni passati, i governi hanno nominato alcuni commissari, ai quali però le Regioni hanno ostacolato il lavoro. Adesso, con l’istituzione dell’Unità di Missione contro il dissesto idrogeologico e l’unificazione della figura del commissario con quella del governatore, stiamo assistendo a qualche passo avanti, ma eliminare solo un ramo di una pianta che è malata fin dalle sue radici non rappresenta certo la soluzione definitiva. Non è populismo anticasta sottolineare che per la “protezione della natura e dei beni ambientali” le Regioni spendono quanto per le indennità di consiglieri e assessori (1,1 miliardi l’anno). Con un andamento tendenziale amaramente inverso: in 4 anni le spese per giunte e consigli sono cresciute del 26%, quelle per l’ambiente diminuite quasi del 39%. Le tasse regionali, poi, dal 2001 ad oggi, sono passate da 47 a 81 miliardi, andando a coprire la crescita del 40% della “spesa corrente”, mentre gli investimenti diminuivano dell’11,3%. Inoltre, le spese in conto capitale dei Comuni sono scese dai 44,1 miliardi del 2009 ai 27,7 del 2013 (-37,1%). Per di più, le Regioni non sono in grado di garantire i cofinanziamenti necessari a liberare i miliardi dei fondi strutturali europei.

Ma se oggi è il combinato disposto tra la mancata tutela dell’ambiente e il blocco delle opere, grandi e piccole, a inchiodare le Regioni ad un clamoroso fallimento, tra i capi d’imputazione non è certo da meno la sanità. Perché “nonostante l’efficienza non sia aumentata, con il trasferimento delle competenze alle Regioni la spesa sanitaria è esplosa” (Lorenzin dixit). Di quasi il 33% per l’esattezza, pari a 56 miliardi in più in 10 anni. Se le Regioni sono in decadenza, come conferma anche la decrescente affluenza elettorale alle elezioni locali (che sarà confermata domenica in Emilia Romagna e Calabria) e le Province sono assolutamente prive di legittimità, anche i Comuni non se la passano bene, visto che degli 8.100 esistenti ben 479 hanno dichiarato il dissesto finanziario.

Insomma, la lista delle responsabilità del federalismo è lunga. Il Patto del Nazareno, su cui si regge questo governo, aveva tra le sue priorità anche la Riforma del Titolo V. Oggi sarebbe sufficiente solo a rimetterci una pezza, mentre qui serve “cambiare verso”, per dirla renzianamente. Ci vuole una rivoluzione: abolire le Regioni autonome e tutte le Province; accorpare i Comuni sotto i 15 mila abitanti; cancellare tutta una serie di soggetti secondari, dalle comunità montane agli enti di bacino. E le Regioni? Come minimo devono ridursi a sette e perdere le competenze sanitarie. Ma non mi straccerei le vesti se si decidesse che debbano essere proprio le Regioni a dover sparire del tutto. Speriamo solo che bombe d’acqua non abbiano colpito le buone intenzioni.

TerzaRepubblica.it

Pubblicato in : Primo piano

Info Enrico Cisnetto

Editorialista economico e opinion leader, da anni studio e descrivo i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale, soprattutto in relazione alle dinamiche politiche. Già direttore di diverse testate della Rusconi, vicedirettore del quotidiano l’Informazione e vicedirettore del settimanale Panorama, svolge un’intensa attività di editorialista per Il Messaggero, Il Foglio, Il Gazzettino di Venezia, La Sicilia di Catania, Liberal e Il Mondo. Cura una rubrica quotidiana nella trasmissione radiofonica Zapping (Rai Radio1) ed è spesso ospite delle trasmissioni di approfondimento e telegiornali di Rai, Mediaset, Sky, La7. Presidente di “Società Aperta”, è direttore responsabile del quotidiano on-line TerzaRepubblica.it

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