A San Gimignano è esposto un po’ di tutto: ceramiche, stampe, quadri, salumi, vini, borse, portafogli, oggetti di arredamento, gadgets di ogni forma e colore; ma questo ‘tutto’ è invariabilmente tourist made.
Se non fosse che avevi già visto le torri quaranta, e trenta, e quindici anni fa, potresti pensare che uno zelante architetto le abbia tirate su di soppiatto, in una notte imprecisata, per fare di questa città nel bel mezzo della Toscana quella sorta di Medioevo a cielo aperto che è nell’immaginario collettivo.
Quando, raggiunta San Gimignano (e dopo la giusta razione di coda), hai superato il patèma del parcheggio (rigorosamente a pagamento – solo due euro l’ora – senza altri spazi di sorta, nemmeno un millimetro senza strisce!) hai finalmente la testa e le mani libere per affrontare la bolgia dantesca che ti attende oltre la Porta San Giovanni. Inizi lo slalom, tra grumi e colonne di turisti. Se chiudi gli occhi puoi lasciarti sommergere dal clamore di questo esercito dove ognuno reclama il proprio bottino di guerra, una fetta di ricordi e souvenirs; e quando li riapri, salendo verso Piazza della Cisterna, decidi di entrare nei numerosi scintillanti negozi per curiosare tra oggetti di ogni genere. Peccato che né la vista, né l’olfatto, né l’udito, ti rammentino minimamente che sei dove sei. Per avere conferme devi alzare ogni tanto lo sguardo e sperare che pietra e mattoni non siano di cartapesta. Annusi l’aria, che veicola essenze inattese, e ti sfiora una ventata di cuoio (che la città abbia una tradizione pellettiera?). Si moltiplicano bar, méscite, ammiccanti ‘locali-alla-buona’. A San Gimignano è esposto un po’ di tutto: ceramiche, stampe, quadri, salumi, vini, borse, portafogli, oggetti di arredamento, gadgets di ogni forma e colore; ma questo ‘tutto’ è invariabilmente tourist made, una frazione di quel conglomerato indifferenziato di merci che puoi trovare in ogni angolo d’Europa e forse, oramai, del mondo. Cos’è che San Gimignano produce da tempi insospettati? Un po’ infastidito cambi direzione e intravedi da lontano l’ingresso del Museo della tortura. Peccato che nemmeno la tortura, a quanto ti risulta, sia tipica del posto. A questo punto merita concedersi una parentesi, un momento di spiritualità e di arte e sali le scale del Duomo per scoprire che di lì, dalle porte della facciata, non entrerai. Pagherai un biglietto per entrare nella casa del Signore – come purtroppo accade in molti centri turistici. Pensi che potrebbero essere un po’ a disagio, i cittadini: dove troveranno – in questo centro perfetto ma alienato, che non ha mattoni fuori posto o un angolo che non sia sfruttato – una piccola drogheria, un fruttivendolo che venda legumi lessi e regali un po’ di odori, un laboratorio artigiano senza ‘sciccherie’, sudicio e impolverato e rigorosamente senza musica da buddha bar? Cosa proveranno i sangimignanesi, che vivono in questo luogo di incerta identità, che per lunghi mesi è preso d’assalto come una spiaggia dell’Adriatico, come un outlet village, e per altri si svuota e si ripiega, in attesa della nuova stagione? Mi perdonino, questi buoni cittadini, se con queste parole avessi urtato la loro sensibilità.
In tempi non sospetti ho fatto (mi si conceda l’espressione un po’ suggestiva) ‘professione di fede’ nel mercato. Non invocherò provvedimenti vincolistici, non sarò certo io a contestare la legittimità di questa ‘disneylandizzazione’, non abbaierò alla luna. Esprimo soltanto il mio gusto; una sensibilità, un’opzione diversa. Rivendico il diritto di ‘dissociarmi’. Questa non è San Gimignano. E’ la sua sangimignanizzazione!

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