Che emozione rivedere gli spalti del gran teatro di Torre del Lago gremiti e quale ulteriore emozione vedere come l’inclemenza dei tempo non abbia agito minimamente da deterrente per il pubblico!
Due prime “bagnate” ma decisamente fortunate quelle che hanno caratterizzato la partenza del 60°Festival Puccini, con due nuovi allestimenti molto diversi tra loro ma, ognuno per proprio conto, originali e significativi.
Partiamo con la Madama Butterfly che ha aperto la stagione: la mano di Renzo Giacchieri (regia, scene, costumi, disegno luci) si vede e bene in questo allestimento “minimalista” che festeggia i 110 anni dal debutto dell’opera. Niente che possa distrarre, niente che si ponga al di sopra della musica e del canto, unici e veri protagonisti di questa produzione: «Intendo – dice Giacchieri – far emergere gli aspetti più intensamente drammatici dell’opera, il senso di desolazione di una vicenda d’amore (unilaterale) e di una morte colta nella sua nudità, senza i veli di un oleografico Giappone odoroso di ciliegi in fiore e popolato di bamboleggianti finte geishe o i variopinti fondali di una linda casetta secondo le prescrizioni di un estetismo piccolo borghese rassicurante e consolatorio».
E così è stato, azzittendo i “mugugni” di chi si aspettava un super allestimento “3D”. Ma, ancora con le parole di Giacchieri: «I segni chiari, evidenti e puntuali del Giappone, così come i segni delle due culture contrapposte ed inconciliabili. Dove però la farfalla tradita non volerà verso un fondale dipinto, confondendo il suo sangue con il decoro laccato, ma libererà il suo dolore ancora vanamente cercando quel “fil di fumo”, volando sulle acque tranquille di Massaciuccoli così caro al Maestro, rendendosi in questo modo immortale».
A costo di apparire “di parte” e non lo sono, vorrei ancora lasciare a Giacchieri il compito di indicarci quella sua chiave di lettura che, ovviamente, condivido e sposo perché profondamente legata ad un modo di sentire profondo e non convenzionale di un’opera ingiustamente criticata e sottovalutata fin dalla prima messa in scena: «E così torno a mettere in scena, dopo un quarto di secolo, Madama Butterfly nell’incanto di Torre del Lago in un nuovo spazio scenico ma sempre con l’emozione di sapere il Maestro dormiente per l’Eternità a cento metri di distanza. Anche in questa occasione ho mantenuto l’ispirazione ai grandi artisti giapponesi Hokusai e Horunohu e, per alcuni aspetti, al Teatro Kabuki (la pedana situata presso il proscenio, la presenza del Kuroko, movimenti tesi ed essenziali dei servi di scena).
Si faranno probabilmente ancora sentire quei maestri di teoria che negano alla nostra Madama Butterfly la validità per una rappresentazione all’aperto. Ostinati e perdenti visto il successo del pubblico che si riscontra ogni qualvolta la si allestisca. Affermano alcuni che Butterfly è una tragedia intima, una sventurata storia d’amore tutta interiore e, soprattutto, basata su un solo personaggio, Cio-Cio-San, la farfalla. Dicono non esservi passioni violente come in altre opere del maestro Lucchese: Cio-Cio-San è una quindicenne dolce ed ingenua i cui atti la famiglia disapprova e che l’uomo in cui crede ciecamente tradisce col massimo cinismo. Già, ma per questa “tragedia intima” Puccini compose una musica stupefacente che supera le problematiche sopra descritte, e poi i riferimenti ad un mondo en plein air sono evidenti e dichiarati in momenti clou “… sotto il gran ponte del cielo …” “… Somiglio la Dea della luna che scende la notte dal ponte del ciel …”.
Occorre altro?
Questa “tragedia giapponese” (come è indicato sul frontespizio della partitura) che, dopo le revisioni successive al non buon esito della prima scaligera ci arriva, sicuramente sovrasta come dicevamo, tutte quelle valenze relative all’ambiente e alla descrizione minuziosa di un Oriente da cartolina.
Dunque “opera tragica” in cui il supremo Inganno operato da un occidentale nei confronti di una donna-bambina figlia di cultura a lui sconosciuta, fa giustizia del facile rapporto Puccini musicista di vicende semplici, di vita vissuta al limite del sogno, in sintonia con gli umani sentimenti. No: Cio-Cio-San ha tutte le caratteristiche di un’antica eroina tragica che si ribella alla violenza su di lei – e su tutto ciò che lei rappresenta – perpetrata, con il gesto supremo. E con crudeltà tutta orientale (vero, principessa Turandot?). E dunque tutto questo cercheremo di chiarire nella nostra proposta: far emergere gli aspetti più intensamente drammatici dell’Opera liberandola da una oleografia che spesso ne imprigiona l’anima».
L’intento di Giacchieri è stato pienamente messo in atto, dosando con misura movimenti e azioni cosicché nulla risultasse di troppo, o falso, o inamidato.
A far da spalla a questa lettura, una direzione lenta e quasi sospesa che inizialmente lascia perplessi per poi trovare una motivazione proprio in questa cornice dove il tempo si fa da parte per lasciare il posto alla storia. La bacchetta del M°JoséMiguel Perez Sierra ha guidato l’orchestra del Festival in questa non facile lettura che ha interessato, ovviamente, anche i cantanti chiamati ad uno sforzo ulteriore rispetto ai normali tempi dell’opera.
E proprio tra i cantanti un primo significativo plauso va a Giovanni Meoni, un ottimo Sharpless vocalmente preparato e scenicamente efficace come efficace e piacevole Luca Casalin, un Goro non stereotipato e decisamente più credibile. Gradevole la prestazione di Renata Lamanda, una Suzuki amorevole ma non stucchevole, degna compagna di quella Ciò Ciò San che non è, secondo le indicazioni del regista, una perdente.
Qualche debolezza l’abbiamo riscontrata nei due protagonisti, Rame Lahaj – Pinkerton – e Micaela Carosi, Butterfly: entrambi non hanno espresso al meglio le loro potenzialità vocali incrinando la magia di quelle romanze che richiedono una perfetta interpretazione per volare alte come Puccini desiderava. Per entrambi non mancheranno prove d’appello nelle prossime repliche nelle quali potranno certamente dimostrare il loro reale valore.
Da Butterfly a Bohéme, anzi ad una bellissima Bohéme in un allestimento mozzafiato che porta la firma di Luciano Ricceri. Una suggestione quasi cinematografica per quella Parigi verosimile e magica al contempo riempita di emozioni e di voci, perfettamente illuminata dalle sapienti mani di Valerio Alfieri. Un’altra grande firma, oltre ovviamente quella dei costumi realizzati in modo eccellente da Cristina da Rold, è quella della regia affidata ad Ettore Scola che, nel corso della conferenza stampa ha, con grande umiltà ma anche con grande professionismo, ribadito che la sua voleva essere unicamente la Boheme di Puccini.
Cosa dire? Una bellissima produzione che neppure una pioggia battente tra il primo e il secondo atto (“lassù” non hanno voluto turbare l’emozione del finale del primo atto in quell’andare alla festa della novella coppia Rodolfo-Mimì) che ha tenuto il pubblico parcheggiato nel foyer in attesa delle sentenze del meteo costantemente monitorato dall’organizzazione del Festival (peraltro, un ulteriore meritato plauso all’organizzazione, quest’anno non solo efficiente ma positivamente cordiale e disponibile), ha saputo scalfire. Un pubblico che non ha tradito le aspettative degli organizzatori riempiendo il teatro e attendendo, senza defezioni, l’inizio del secondo atto e il proseguimento dell’opera che quando la pioggia sembrava non dar cenno di interrompersi.
Grande anche Valerio Galli che, come un buon vino, migliora con gli anni dimostrando non solo padronanza dell’orchestra ma profonda sensibilità ed immenso rispetto per il compositore lucchese, La sua lettura di questa Boheme è stata una costante ricerca del dettaglio, valorizzando ogni passaggio ed ogni nota, non dando mai nulla per scontato per quest’opera che è, in valore assoluto, la più rappresentata nel mondo. Un lavoro di cesello che non ha perduto di vista l’effetto d’assieme dando quella indispensabile “coralità” a tutta la drammaturgia che è storia di un gruppo di ragazzi spensierati costretti, come ognuno di noi, a fare i conti con il dover diventare adulti conoscendo il dolore e la morte.
Un eccellente cast che ha visto spiccare un ottimo Alessandro Luongo nel ruolo di Marcello, ma anche una davvero brava Alida Berti che ha riscattato la figura di Musetta sottraendola dall’ingiusto e banale ruolo di “oca giuliva”. Molto bravi anche Federico Longhi, Schaunard, Marco Spotti, Colline, e Angelo Nardinocchi nel duplice ruolo di Benoit e Alcindoro. Quanto alla coppia Armiliato-Dessì, Rodolfo e Mimì, c’è da dire che per Fabio Armiliato il ruolo di Rodolfo è stato tutto in salita: si notava la tensione e lo sforzo di interpretare quel ruolo forse non perfettamente suo e la voce non è stata bella e distesa come conosciamo. Con qualche difficoltà anche Daniela Dessì che abbiamo apprezzato di più altre occasioni. Come abbiamo detto per i due protagonisti di Butterfly, anche per loro ci sarà modo di apprezzarli di più nelle prossime repliche: il festival è appena partito e ci sono occasioni sia per chi ha già cantato sia per quegli interpreti che si esibiranno successivamente.
In entrambe le opere non è mai mancato il sostegno del pubblico che ha largamente applaudito i due cast riservando a quello di Boheme una serie di chiamate supplementari che hanno coinvolto tutti senza distinzione di ruoli.
Prossima prima, l’interessante Trittico legato al progetto Puccini 2.0 dove le voci saranno quelle degli allievi dell’Acacdemia di Alto Perfezionamento per voci liriche pucciniane. Appuntamento quindi a Domenica 3 Agosto per scoprire questo nuovo tassello di una stagione che si preannuncia foriera di interessanti produzioni e che sembra dare una nuova spinta a questa manifestazione che merita i migliori successi e attenzioni da parte del pubblico nazionale e internazionale.







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