Di fronte ad amministrazioni –come quelle attuali, condizionate dal patto di stabilità- ridotte all’accattonaggio, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere il fallimento, azzerare il tutto e ritornare al passato.

Abolì le principali tasse e imposte comunali, sostituendole con i cosiddetti trasferimenti (una sorta di appannaggio) sulla base del gettito fiscale pregresso di ogni singolo comune; fu una catastrofe. Visentini sognava la finanza unica (lo stato centrale, che potesse raccogliere e redistribuire).
Di fatto, la riforma Visentini spazzò via le “autonomie dei comuni” e con esse, una solida tradizione amministrativa dei Municipi iniziata nel 1861, con l’unificazione d’Italia. Fino agli anni ’70 i comuni si mantenevano da soli.
Riuscivano a fare grandi cose, se attuavano una buona politica delle entrate (far pagare imposte e tasse nella giusta misura). Viceversa sopravvivevano, se non riuscivano ad attuare un’equa politica impositiva. Prima di piombare nella situazione analoga a quella degli “indiani d’America”, privati delle praterie, della libertà e costretti a vivere di sussidi nelle riserve, i comuni avevano una Imposta diretta (la famosa tassa di famiglia) ed una indiretta (il dazio) che si pagava sui consumi.
Le municipalità avevano anche due strumenti straordinari; il contributo aree fabbricabili (si applicava, nel momento dell’edificazione di un palazzo, sulle aree precedentemente agricole). La legge consentiva di tassare la differenza fra il valore di terreno agricolo, in edificabile.
L’altro formidabile strumento era rappresentato dal “contributo di miglioria specifica”, che consentiva alle amministrazioni comunali, di chiedere una partecipazione finanziaria al privato che ne riceveva un beneficio, quando si realizzavano delle opere pubbliche (la strada, la fognatura).
Il comune di Milano, applicò il contributo di miglioria specifica, in occasione della costruzione della linea Uno della metropolitana. Gli amministratori comunali facevano bella figura se erano capaci di portare a casa le risorse finanziarie necessarie. Viceversa, quando non riuscivano a chiudere il bilancio in pareggio, erano obbligati ad applicare le cosiddette supercontribuzioni (il cittadino tassato per 100, veniva chiamato a dare un ulteriore contributo) e facevano brutta figura.
E se ciò nonostante, i conti erano ancora in rosso, il comune poteva chiedere un mutuo alla Cassa depositi e Prestiti, a ripiano del disavanzo di bilancio; un sistema tributario e finanziario, che si avvicinava alla perfezione.
Di fronte ad amministrazioni –come quelle attuali, condizionate dal patto di stabilità- ridotte all’accattonaggio, bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere il fallimento, azzerare il tutto e ritornare al passato, quando c’era la vera autonomia dei comuni, altro che federalismo nostrano.
Il sindaco -prima della sciagurata legge Bassanini- non era lo “sceriffo di adesso”, ma solo il coordinatore degli assessori, che non poteva sfiduciare.
Gli assessori potevano mettere in minoranza il sindaco nelle riunioni di giunta, dando equilibrio all’esecutivo.
Con la legge attuale gli assessori sono ostaggio del sindaco, che può mandarli a casa in qualsiasi momento.
Altra aberrazione della Bassanini, sono i poteri conferiti ai funzionari, i cosiddetti “dirigenti” che hanno assunto il ruolo di frenatori dell’operato dei politici, quando tengono ferme sulle proprie scrivanie le delibere che per diventare operative, hanno bisogno del loro visto di conformità. Ed è così che bloccano le opere. Assurdo!
Uno degli ultimi balzelli imposti ai cittadini è il pagamento di 16 euro per un certificato ( ma ci pensate; 32 mila delle vecchie lire).
Qualche anno fa c’era l’Ici, che il cittadino aveva imparato a conoscere. Poi Monti ha avuto la brutta idea dell’Imu (che ha triplicato il prelievo fiscale dell’Ici). Il governo Letta ha abolito l’Imu sulla prima casa. Poi è arrivata la Tasi, Tari, Tarsu, Iuc; un coacervo di sigle e tasse, che anche i commercialisti fanno fatica a comprendere. Tanto casino per che cosa? Il cittadino non ci capisce più nulla. Povero Visentini! La sua non era una buona riforma, ma mirava all’esemplificazione: avere a livello nazionale e locale solo due imposte (una diretta e l’altra indiretta). Altro che esemplificazione… Dopo 40 anni abbiamo un gran casino. Ma le “speranze non sono perdute”. Ora confidiamo in Renzi come riformatore, sperando che incominci dalle piccole cose; l’abolizione della tassa sui certificati comunali, la carta bollata e tutti gli altri balzelli che non risolvono nulla e che finiscono solo per rendere impossibile la vita dei cittadini.

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