Cresce la protesta
In Germania, un lavoratore ha mediamente mille euro in più in busta paga. Al lavoratore tedesco va benissimo essere pagato in euro. Il problema si evidenzia in Italia e in altre nazioni del Sud Europa.

Non potrebbe essere diversamente, di fronte alla situazione economica venutasi a creare in questi dodici anni che ci separano dall’entrata in vigore dell’euro, 1° gennaio 2002. Euro o non euro non è questo il problema; il dramma è rappresentato dalla perdita del valore di acquisto registrato in questi ultimi dodici anni. Nel momento dell’entrata in vigore della moneta unica, una persona che guadagnava due milioni di lire era un signore; viveva in modo agiato.
Nel 2014, un lavoratore che guadagna l’equivalente di due milioni di lire (mille euro) fa molta fatica ad arrivare alla fine del mese. La perdita del potere di acquisto dello stipendio è ridotta del 50% rispetto a 1° gennaio 2002. Il giornale costa 2500 lire (costava mille) un panino e caffè costa 5 euro; nel 2000 con 10.000 lire si mangiava primo, secondo, contorno e vino in trattoria. Così stando le cose, con chi ce la dobbiamo prendere? Con la destra e con la sinistra! Con entrambi gli schieramenti politici. Con Romano Prodi che ci ha portato nell’euro e con Silvio Berlusconi che non ha impedito la speculazione nel momento del cambio della moneta lira/euro, calmierando i prezzi e varando una legge che equiparasse a reato l’aumento dei prezzi. Ma ormai questa è storia recente, e rispetto ai suoi disastri, non si può fare altro che prenderne atto.
Ai cittadini la diatriba euro o non euro interessa poco o niente. Ciò che interessa le nostre famiglie è rimediare al disastro. In Germania, un lavoratore ha mediamente mille euro in più in busta paga. Al lavoratore tedesco va benissimo essere pagato in euro. Il problema si evidenzia in Italia e in altre nazioni del Sud Europa, dove pesa non solo la perdita del valore di acquisto, ma anche la disoccupazione. Nelle case dove lavoravano due persone, a causa della disoccupazione ne lavora una. La politica di austerità voluta dalla cosiddetta Europa, ci ha ridotti in questa situazione: sta a loro trovare la soluzione, che viceversa arriverà dal popolo sovrano, sempre più contrario alla “cosiddetta troika che governa l’Europa”.
Per completezza d’informazione, occorre dire che a risentire di questa situazione è tutta l’Europa del Sud. E’ prevedibile, che il voto europeo del prossimo mese di maggio esprimerà attraverso i movimenti contrari all’euro, una protesta che non potrà non essere ascoltata. Entrerà in crisi il processo di unificazione dell’Europa? E’ molto probabile se la Germania continuerà ad essere ingorda e penserà solo al benessere dei propri cittadini. E difficile dire se l’uscita dell’euro porterebbe più benefici o problemi. Siamo convinti che non lo sanno neppure coloro che si definiscono economisti. Una cosa è certa: bisognerà fare qualcosa. L’Inghilterra, la Svezia e la Danimarca, che hanno sempre rifiutato l’euro, stanno meglio di noi. La Polonia, uscita dall’isolamento di 50 anni di blocco comunista (faceva capo all’Urss) ha un ritmo di crescita pari a quello dell’Italia del boom economico degli anni ’60.
Viceversa, le nazioni del Sud Europa sono strette nella morsa causata dalla mania di austerità di chi comanda l’Europa (la Merkel) è l’euro super valutato rispetto al dollaro, che rallenta le esportazioni e con esse la possibilità di crescita economica (abbiamo perso negli ultimi anni il 10% del Pil). Euro forte, vuol dire anche meno turisti in l’Italia. Come si vede, euro o non euro non è questo il problema. Prevalgono gli egoismi del Nord Europa e manca la volontà politica di restituire a Cesare quel che è di Cesare: il benessere perduto. Un benessere sacrificato sull’altare di un’Europa ingrata.

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