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E’ morto il Cnel, viva la Corporazione

di Giuseppe Mele | 13 Aprile 2014

Non tutti i 20 milioni di costo del Cnel spariranno, ovviamente; ma almeno la metà si, tra consulenze ed altri rimborsi spese e viaggio da 4 milioni dei consiglieri. Sopravviveranno ottimamente, invece, tanti altri centri….

cnelLa furia iconoclasta del giovane governo, tesa ad eliminare l’enorme castello istituzionale, cresciuto negli anni a schiacciare la società, rischia di non abolire né ridurre. E’ il film già visto di cui il tentativo tremontiano di eliminare l’Ice, risorto come Ita, è stato episodio rappresentativo. Almeno un’istituto, però, sembra destinato a sparire: il Cnel. Non c’è dubbio che tutte le istituzioni consulenziali dovrebbero andare rimosse. Non solo il Cnel dunque ma anche il Consiglio di Stato, consulente giuridico dello Stato a tutela della giustizia nell’amministrazione. Se l’attività di un’Istituzione non è cogente, è inficiata in partenza. La disattenzione che trascura la dipartita del Cnel , l’assenteismo alle sue riunioni ammessa candidamente dai segretari sindacali, la poca considerazione storica con cui il Parlamento non ha neanche letto le sue 15 proposte di legge in 50 anni, l’incoscienza del suo presidente, Marzano, che dice di non conoscere nemmeno la propria retribuzione (€213mila annui, oltre al vitalizio parlamentare), il silenzio di tutti sul dimezzamento del 2011 dei suoi consiglieri da 121 a 64 (pagati €1600), fanno pensare che almeno questo ente sparirà. Sarà una tragedia solo per i 100 consulenti pagati 2,2 milioni e per i 54 centri studi che ne ricavavano altri 2 milioni. Sarà, mentre i dipendenti pubblici trovano altra collocazione, ulteriore stretta al vasto lavoro privato riferibile ai costi dela politica. Non tutti i 20 milioni di costo del Cnel spariranno, ovviamente; ma almeno la metà si, tra consulenze ed altri rimborsi spese e viaggio da 4 milioni dei consiglieri. Sopravviveranno ottimamente, invece, tanti altri centri, in quanto privati, come il Censis, che tanto male hanno fatto con le loro ricerche politicamente guidate. I sindacati, per dovere d’ufficio, hanno chiesto non la soppressione ma la riforma del Cnel. Anche perché la banca dati dei contratti di lavoro pubblici e privati, ora affidata al Cnel, non solo serve ma, nella logica degli open data, verrà esponenziamente accresciuta. La difesa d’ufficio sindacale del Cnel, rituale ha fatto riferimento alle analoghe istituzioni esistenti a livello europeo (ed in 75 altri paesi, ditatoriali e democratici) ma l’argomento si ritorce contro gli esempi di Tuac, erede del piano Marshal o del Cese, consiglio economicosociale, che la Commissione finanzia ma tratta come il due di picche. Nel tempo il Cnel è stato snaturato nella sua funzione. Datori di lavoro e lavoratori sono stati sommersi dalle improbabili associazioni dei consumatori e del no profit, strumenti ad usum delphini della partitica. Il crescente e importante lavoro autonomo, come quello precario, non ci sono mai entrati. Il vertice di centrodestra è stato inattivo lasciando il controllo ad un gruppo dirigente debenedettiano, che ha rispettato le aspettative governative. Quando Monti voleva deprezzare il sistema tecnologico italiano, si arrivò a dire che la telefonia mobile, punta di diamante della leardership italiana nel broadband, non contava nulla. Anche la difesa del Cnel è dunque tracimata in reciproche accuse tra lerighe, nell’occasione impropria per attaccare il vertice dell’ente oggi di un fondatore di Forza Italia, ieri di un ex segretario Uil. Il centrodestra, come fa sempre quando viene attaccato uno dei suoi che non sia il leader maximo, ha taciuto. Lo stesso milieu di sinistra tecnocratica ha attaccato quegli istituti del lavoro che controllava dall’interno. Il senso dell’eliminazione del Cnel è l’insignificanza che ha, per la sinistra, l’opinione delle rappresentanze del lavoro. Da 20 anni media e partitica di sinistra hanno attaccato Cnel e sostenuto liberalizzazioni pauperizzanti. Il fatto è che malgrado la respirazione artificiale fornita da accademie, media e magistratura, l’estremismo sindacale, l’unico buono per il mondo tecnocratico, è morto e sepolto. Negli ultimi anni, non ci sono state concertazioni e Palazzo Chigi ha chiesto alle parti sociali di comunicare via email. I contratti sono stati bloccati unilateralmente dallo stesso Stato che non adegua i salari come non paga i fornitori. Contratti territoriali, settoriali e deroghe hanno spezzettato l’unità del livello nazionale, dove un terzo degli emolumenti non è contrattato. Il primo atto del giovane governo ha aumentato di 10 volte la provvisorietà del lavoro; i giovani Pd (tra cui i giovani archeologi), che nelle belle sale del gruppo alla Camera avevano chiesto reddito minimo e stop alla precarietà, si sono presi dal coetaneo l’allungamento dei contratti a termine (da 1 a 3 anni); 6,5 anni mettendoci i periodi formativi di prova (42 mesi). Ben serviti, hanno applaudito. Con Cgil che, al limite del ridicolo, prima ha protestato poi “è il nostro piano”. Il premier, ha ritrovato quel regime monocorde toscoemiliano, dove sindacato, Coop e dipendenti pubblici ingoiano tutto, ammansiti da una gita a vedere il film sul comunista Berlinguer dell’anticomunista Veltroni. Il panorama descritto purchè il Pd vinca,  è pura immaginazione. L’ultimo a trattare con i sindacati è stato Berlusconi e la disoccupazione era ai minimi storici. Tre governi non eletti ed è quasi il doppio. Se poi la Cgil confederale (ma non tutte le sue categorie) non voleva parlare con il nemico politico, è un altro paio di maniche. La cassa integrazione straordinaria, oggi invocata da tutti, l’ha inventata Sacconi e non Fassina. Il sindacato reale, nella maggioranza moderato, non è raccontato e non fa notizia perchè rifiuta Lenin e Parvus. L’oscuramento sindacale (tranne i suoi estremisti) è lo stesso subito dai nazionalisti, liberali, federalisti, cattolici. Più di metà del paese, e non si tratta di donne, fa fatica ad esprimere per carenza di luoghi, spazi e modalità. Per i media non conta, che milioni di persone prendano decisioni in decine di migliaia di continue elezioni e referendum sui luoghi di lavoro proprio con “ordinamento interno democratico, libera scelta, approvazione dei soci di deliberazioni e bilanci” auspicati. L’opinione delle persone, mai raccolte o ascoltate se non nei modi raffazzonati dei tavolini o dei gazebo, se non nelle campagne progrom lanciate dallo scandalismo politico, se non dalla coartazione elettorale, per politica e media non conta, non esiste, annoia. Eppure la crescita degli iscritti sindacali dipende proprio da questo che è rimasto solo questo luogo di massa a dare senso all’ideale liberale di libertà di riunione e di parola; quello sindacale, (insieme a qualche ordine professionale, ma non tutti), malgrado i difetti macchinosi di una burorazia privata. Bisogna intendersi sulle libertà e sul mercato. Se quello del lavoro, è un mercato e non un carcere, esiste una legge naturale della domanda e dell’offerta. Come è legittimo decidere di investire o no, lo è anche accettare certe condizioni di lavoro o no. Il mercato del lavoro è concorrenziale proprio perché c’è il sindacato. Non meraviglia che chi vorrebbe il processo fatto solo dall’accusa, vorrebbe anche i contratti fatti solo da una parte. Se il Cnel viene rimosso dipende anche dal sindacato che spesso e volentieri non è stato onesto intellettualmente con se stesso. Confindustria e Sindacati, reale espressione di milioni di imprese e di lavoratori, di investimenti, competenze e soldi veri fanno spalluccie. Da un lato, la politica può anche non riceverli e rifiutare, ed a ragione l’antica concertazione. Dall’altro lato però deve rincorrerli, quando ha bisogno, cioè sempre, della loro collaborazione negli investimenti, nei territori, negli istituti della previdenza e dell’aiuto sociale. L’economia europea è sorattutto privata e dalla presenza privata di capitale e lavoro, le relative associazioni trovano la loro forza, proprio all’opposto di quelle definizioni di parastatalismo oggi sono in voga. La politica tecnocratica europea come italiana ha bisogno di coartare volontà dell’elettoratoe a rappresentanza delle forze sociali. Queste però abolito il Cnel, saranno forti come prima. Ora, il Cnel questo mondo non lo rappresentava. Nessuno vuole ammetterlo ma l’organo ausiliario ex art.99 della Costituzione, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, ha mantenuto nell’ordinamento le corporazioni fasciste, cioè la rappresentanza delle categorie produttive secondo importanza numerica e qualitativa. Non a caso, un mese fa il compendio de Il Messaggero, che ha dato il via al supporto alla campagna antisindacale del premier, incolpava proprio il sindacato confederale di commistioni con lo Stato, proibite dalla Costituzione, e quindi di continuismo con il solco del sindacalizzato regime fascista. E scriveva: “Il sindacato (è) ..un potere parastatale, bifido, partecipe della funzione legislativa ed esecutiva…..non rintracciabile nella Carta, ne contrasta specifici articoli, sovranità popolare e governo. I sindacati …determinano il costo del lavoro, cioè il principale incentivo alla disoccupazione”. Certo, ad €1 l’ora, si realizza la massima occupazione, quella sognata dalla UE che non a caso la Le Pen, chiama Unione Sovietica Europea. Nessuno ha reagito alla provocazione del quotidiano romano. Forse perchè l’accusa, se è di corporazione, non è una colpa, anzi. Il Cnel, solo di lavoratori dipendenti ed autonomi e datori di lavoro avrebbe dovuto sostituire il Senato. Niente paura. In tempo d invocazioni di competenze, le corporazioni o categorie produttive sono un dato di fatto. Non le crea la legge, un giornale o una Tv, non le ucciderà neanche il premier venuto proprio da quella che fu la capitale del sindacalista Dante.

Pubblicato in : Primo piano

Info Giuseppe Mele

Studi tra Bologna, Firenze e Mosca.Già attore negli ’80, giornalista dal 1990, blogger dal 2005. Consulente UE dal 1997. Sindacalista della comunicazione, già membro della commissione sociale Ces e del tavolo Cultura Digitale dell’Agid. Creatore della newsletter Contratt@innovazione dal 2010. Direttore di varie testate cartacee e on line politiche e sindacali. Ha scritto Former Russians (in russo), Letture Nansen di San Pietroburgo 2008, Dal telelavoro al Lavoro mobile, Uil 2011, Digital RenzAkt, Leolibri 2016, Renzaurazione 2018, Smartati, Goware 2020,Covid e angoscia, Solfanelli 2021, Il Male assoluto sullo schermo 2022.

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