La via che il liberalismo ha a disposizione per tornare ad essere cultura e istanza politica forte passa per una battaglia ben più gravosa della ricerca di un’improbabile sintesi tra formazioni gelose del proprio orticello.

Le articolerò su due livelli: uno politico, l’altro culturale.
Cominciamo dal primo. L’esperienza elettorale, anche in campo liberaldemocratico, insegna che 1+1 non fa 2 ma 1,5, quando va bene; ammonisce che i processi di aggregazione sono deboli, effimeri, privi di mordente, quando/se avviati per l’opportunità (o, secondo i casi, lo spettro) di appuntamenti elettorali; la fatica, l’impresa “straordinaria”(per la necessità di superare litigiosità ed egoismi) non valgono la pena se non si giovano di un carburante endogeno, autentico, che non sia il mero tentativo di sottrarsi, insieme, alla totale irrilevanza – per di più se si risolvono nel dar vita ad un semplice cartello di sigle. L’intenzione di rappresentare un soggetto alternativo ai due grandi emicicli (socialisti e popolari) non regge, non solo perché non si sa o non si capisce o non è affatto evidente la ragione della pretesa ‘diversità’, ma anche perché altri soggetti politici – ognuno con le proprie idee-guida e comunque con argomenti ben altrimenti ‘forti’, nel senso anzitutto di distintivi – si accingono a catturare il prevalente consenso di chi esige delle discontinuità. Non parliamo poi della leadership, perché qui c’è poco da fare: non solo brillano per assenza figure capaci di catalizzare l’attenzione ed il consenso (non ci sono, cioè, a priori) ma anche è difficile che dei leaders possano germogliare su un terreno così freddo ed evanescente.
Mi sorprende inoltre la critica mossa “ad una politica economica che dà importanza primaria all’equilibrio dei conti pubblici, al contenimento del disavanzo, al rientro forzoso dal debito pubblico”, perché il cosiddetto input ‘tecnocratico-economicistico’ – avversato, in Italia, da Berlusconi e Salvini passando per Renzi e fino a Vendola – è in realtà la condizione di fondo per la quale (al netto della prevalente demagogia) nazioni, culture, ordinamenti, sistemi economici assai diversi possono continuare a stare assieme; mentre la proverbiale disciplina teutonica (e di alcuni Paesi del nord Europa) dovrebbe costituire una garanzia (per tutti) dalle tentazioni/derive vieppiù populiste e spendaccione che percorrono trasversalmente la politica – soprattutto in un Paese come il nostro. Se al vocabolario dei liberaldemocratici si sottraggono (anche) il rigore dei conti e la pretesa della parola ‘f i n e’ all’allegra abbuffata e al saccheggio di ricchezza, ci si deve domandare per quale recondita ragione un elettore dovrebbe scegliere di votarli.
Questo ci porta direttamente in bocca al secondo argomento, che è fondamentale. L’affermazione di Ghersi per la quale “dichiararsi liberali non significa che tutti gli autori che storicamente si iscrivono nella tradizione liberale piacciano allo stesso modo. Un liberista economico ed un liberale politico possono arrivare a conclusioni diametralmente diverse, anzi opposte” è onesta e, soprattutto, vera. Tuttavia egli sembra non trarne tutte le conseguenze, dato che nella sua riflessione i termini ‘liberale’ e ‘liberaldemocratico’ si giustappongono senza problemi, quasi rappresentassero lo stesso concetto (leggasi anche il riferimento alle “sensibilità genericamente liberali”). Questa confusione/approssimazione terminologica (che non va certo ascritta a Ghersi!) non è un caso; è il segno della condizione in cui versa il liberalismo, a livello anche internazionale, da decenni; dapprima depotenziato, poi svuotato di senso e in certo modo fagocitato dall’ideologia democratica, al punto che oggi l’ombrello liberaldemocratico è considerato una sicurezza/garanzia ideologica al cui riparo trovano ospitalità anche nemici giurati della cultura liberale.
Allora, visto che nomina sunt consequentia rerum, occorre ribadire che un “liberale” non è un “liberale e democratico” o più semplicemente un “liberal-democratico”. Per il liberale uno Stato minimo (o comunque limitato), la tutela della proprietà privata, un regime di concorrenza, il libero commercio internazionale e, alla base di tutto, la sovranità individuale sono gli assi portanti di una offerta politica; mentre il liberaldemocratico ha accettato come dati incontrovertibili il welfare-state, l’intervento pubblico nell’economia, severe limitazioni alla proprietà e una generale sotto-ordinazione dell’individuo alla sovranità statuale, limitandosi semmai ad invocare un-po’-più-di-libertà e poi rigore ed equità nell’azione delle istituzioni pubbliche.
Il liberaldemocratico pretende dunque, in un’ottica squisitamente riformista, di cambiare un certo sistema per conferire ad esso maggiore efficienza e non per metterlo in discussione, mentre il liberale è portato a progettare un modello alternativo – per quanto da realizzare gradualmente – in cui la libertà individuale e la cooperazione sociale ottengano il sopravvento su altre istanze. Sono due prospettive antitetiche, da cui è impensabile che non conseguano importanti diversità anche nella visione/prospettiva del concetto di Stato e dell’edificio europeo, ovvero del sovra-Stato.
I liberaldemocratici propongono un menù rispettabile, certo, ma pur sempre di seconda mano e che si caratterizza, in fondo, per il fatto di non avere caratteristiche: un pessimo viatico all”esserci’, politicamente ed elettoralmente.
La via che il liberalismo ha a disposizione per tornare ad essere cultura e istanza politica forte passa per una battaglia ben più gravosa della ricerca di un’improbabile sintesi tra formazioni gelose del proprio orticello ma, almeno, è animata dalla visione di un grande, di un epocale cambiamento, per il quale può valere la pena di spendersi fino in fondo. Essa si sostanzia nel riconoscere/ricostruire una identità culturale e politica e comincia, non solo simbolicamente, dal liberare il suo nome dall’abbraccio soffocante di qualsiasi attributo.

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