Perditempo
Il segretario del PD ormai dovrebbe aver capito di aver fatto flop. Se non vuole passare il cerino non ha altra strada che quella di farsi amico il giaguaro.

Ad analizzare la performance collettiva della classe politica italiana a quaranta giorni dalle elezione, c’è assai poco da stare allegri. Se poi andiamo a guardare i comportamenti dei leader, presi uno per uno, viene proprio lo sconforto, e allora riusciamo a capire perché quello che è stato fatto in Germania e in Olanda da noi sembra irrealizzabile.
Bersani aveva un progetto ambizioso, ossia prendere l’idea del tradizionale centrosinistra e ribaltarla per portare al governo la sinistra, quella vera, con un poco di centro fatto dagli exdemocristiani e dai neoliberali. Era lecita quest’ ambizione? Sicuramente sì, come tutte le ambizioni fino a quando non si scontrano con la realtà. Era fattibile questo progetto considerando la storia italiana? Evidentemente no, se pensiamo che il più importante leader del Pci, Enrico Berlinguer, riuscì ad aggiudicarsi al massimo il 33% e di conseguenza mai a governare. Bersani, questo handicap di carattere storico, lo conosceva benissimo ma aveva voluto scommetterci lo stesso (e fin qui tutto regolare), sfruttando la crisi del Pdl e ipotizzando una crescita del partito montiano da utilizzare come “stampella” del suo futuro governo. Il progetto, come sappiamo tutti, poi è saltato per tre motivi: Berlusconi resuscita, ritrova la Lega e conquista quasi il 30% ; Monti compie l’ errore madornale di presentarsi con Fini e Casini spacciandolo per il nuovo che avanza e, dulcis in fundo, il Movimento 5 Stelle trionfa perché, da niente o quasi, incassa un altro 25% della torta e fa saltare il banco.
E qui è mancata subito l’ analisi che era obbligo fare da parte del Segretario: ovvero riconoscere che il Pd aveva perso le elezioni, nonostante il premio di maggioranza alla Camera, completamente irrilevante per la formazione di un governo.
Da questa incapacità o non volontà di leggere i dati reali, che evidentemente Bersani ha condiviso con tutto il suo gruppo dirigenziale-demenziale almeno nella prima fase post elettorale, è derivata tutta quella lunghissima e tragicomica sceneggiata del corteggiamento a Beppe Grillo, delle sue rispostacce da capocomico, degli inseguimenti, dei dinieghi, degli incontri, degli scontri e persino della diretta televisiva con gli ambasciatori grillini, umiliante al punto da far certamente rivoltare nei sepolcri le ossa di Gramsci, Togliatti e compagnia bella.
Il Segretario del Pd, dunque, perde le elezioni e per giunta si caccia nel vicolo cieco di un’ alleanza impossibile, visto che le alleanze si fanno in due e, se il tuo interlocutore ti sbatte la porta in faccia perché su quel no ha giocato tutta la sua campagna elettorale, il buon senso vorrebbe che dopo un paio di giorni rassegni le dimissioni senza perdere altro tempo utile. Oppure provi, nell’ interesse del tuo Paese, dove ormai ci sono persone che si suicidano a causa della povertà estrema ( se n’è accorta finalmente anche la Boldrini santa protettrice dei migranti ), a metterti d’accordo con quel signore il cui nome i puristi di sinistra, come fossero gli accademici della Crusca, nemmeno pronunciano, ma al quale dieci milioni di cittadini italiani hanno dato il loro voto. Perché un accordo politico di massima tra il Pd e il Pdl, si chiami governo di scopo, di larghe intese, di transizione o semplicemente primaverile (una volta si chiamavano “balneari” quelli che nascevano e morivano d’estate) è l’ unica opzione possibile. Non ce ne sono altre, da quando Grillo s’è tirato fuori dai giochi, com’ era facilmente prevedibile. Fine della discussione.
Ma Bersani ha continuato a ignorare la realtà, in modo pericolosamente solipsistico, cioè guardando il suo orticello e il suo ombelico, e perdendo di vista lo scenario complessivo, cosa gravissima per un leader che voglia dirsi tale.
Fino a quando è arrivata la doccia fredda dell’ intervista di Matteo Renzi sul Corsera, con la quale il mitico Rottamatore avverte: o accordo col Pdl o elezioni subito. E giusto per dimostrare che, nonostante la calma e la correttezza dimostrate dopo la batosta delle primarie, il giovane leone fiorentino è pronto a ruggire e a scattare appena gli si presenti l’ occasione, è andato alla trasmissione di Maria De Filippi. Così, nonostante l’ Unità l’ abbia definito “fascistoide” e gli altri criticoni di sinistra l’ abbiano preso in giro per il giubbotto di pelle alla Fonzie, lui ha chiaramente dimostrato di esercitare sempre un grande appeal sul vasto pubblico giovanile, e di essere quindi dieci passi avanti a tutti.
Pochi giorni dopo è arrivata, sullo stesso giornale, un’altra intervista in cui Franceschini, non solo ribadisce la necessità della trattativa con Berlusconi, ma soprattutto indica la tanto sbandierata superiorità antropologica del Pd bersaniano come un atteggiamento sbagliato da correggere. Queste cose, dette da un Franceschini che è stato il secondo segretario nella storia del suo partito, pesano come un macigno.
Allora Bersani deve essersi sentito proprio messo nell’ angolo e, come quei pugili che le stanno prendendo di brutto, ha iniziato a chiudersi in difesa, invocando la campanella di fine round e l’ aiuto dei fedelissimi. Allora il suo soldatino di piombo capogruppo alla Camera, Speranza, ha ribadito ancora una volta la vecchia e fallimentare ipotesi di un governo di minoranza con parallelo tavolo istituzionale aperto al Pdl e l’ economista (almeno così lo chiamano) Fassina ha sparato in difesa del capo qualche cartuccia che ha spaventato solo un paio di tordi.
Ma ormai la corazzata Potemkin affonda e, come tutti sanno, in questi casi i topi scappano. Persino Rosy Bindi ha rilasciato una dichiarazione di aperta sfiducia verso il Segretario, mentre D’ Alema e i dalemiani ne prendono le distanze e Veltroni torna a pontificare.
Quando si arriverà al congresso, l’ epoca Bersani molto probabilmente si chiuderà definitivamente. Nuovi e più energici candidati, come Renzi e l’ attuale ministro Barca, sono pronti a conquistarsi la leadership del partito. Ma il Pd che uscirà dal congresso e dalle prossime primarie non sarà più lo stesso, forse non sarà più nemmeno un partito solo, forse quell’ aggregazione di culture tradizionalmente antagoniste esploderà e lo scenario della politica italiana potrebbe finalmente cambiare.
Intanto l’ Italia ha bisogno di un nuovo governo, anche se solo a tempo determinato: domani, non fra un altro mese o due. Bersani, il perditempo, ormai dovrebbe capire di aver fatto flop, rassegnarsi e passare il cerino a un altro; oppure, se proprio on vuole diventare l ‘ amico del Giaguaro, almeno accordarsi col Caimano.

Bersani non è un’idiota. E’ uno stupido bloccato da logiche di partito ottocentesche che gli hanno fatto perdere le elezioni per l’incapacità di capire l’elettore moderno e di riconoscere questa sua incapacità chiedendo aiuto alla pubblicità come fa il suo avversario( i suoi avversari mettendoci anche Grillo) ma non completamente idiota. Sa benissimo che un “governissimo” insieme a Berlusconi dovrebbe votare altre ” leggi vergogna” in favore del superimputato e sodali per poi cadere, al massimo, fra un anno.