Complottismo? Chissà. In fin dei conti, solo sei anni dopo l’assassinio di Lando e quattro dopo l’uccisione del senatore democristiano Roberto Ruffilli (1988), tutta una classe dirigente venne assassinata politicamente

Lorenzo Conti, figlio di Lando, l’ex sindaco di Firenze assassinato vigliaccamente dalle BR il 10 febbraio 1986, ancora una volta reclama tutta la verità sulla morte del padre.
Non accetta che fatti accertati, nuovi elementi e indizi che dovrebbero spingere a riaprire non solo il caso di suo padre ma anche quelli di numerose altre vittime del terrorismo vengano “tranquillamente” comunicati al Parlamento italiano senza avvertire il bisogno di intraprendere un “percorso che conduca alla verità”.
Gravissime le accuse di Lorenzo Conti: “persone che non hanno riferito la verità, magistrati che non hanno svolto le indagini e che non hanno applicato regolarmente la Legge come previsto dalla nostra Costituzione”. E una domanda che suona come la più grande delle accuse: “Se Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta non fossero appartenuti al MSI ma al PCI e se Lando Conti non fosse stato del PRI e massone, tale “comportamento investigativo” sarebbe stato identico ?”
Pubblichiamo per intero la lettera aperta che Lorenzo ha inviato ai direttori dei più importanti giornali: ognuno potrà farsi un’idea della gravità delle affermazioni e giudicare se siano o meno fondate su fatti.
Noi non lasceremo cadere nel vuoto questo ennesimo tentativo di Conti di riaprire un capitolo tragico e oscuro della nostra storia. Non ci spinge l’amicizia per Lorenzo e l’affetto che avevamo per suo padre. Quando Lando era sindaco repubblicano di Firenze (1984/85), i più anziani di noi (di Pensalibero) eravamo suoi amici o, addirittura, colleghi di giunta. Chi scrive, assessore socialdemocratico ai lavori pubblici; Adalberto Scarlino assessore liberale alla polizia municipale e al traffico; Ottaviano Colzi, deputato socialista e vice-sindaco. Di partiti diversi, avevamo un comune sentire su molte cose. Soprattutto sul servizio disinteressato da rendere alla cosa pubblica, sulla laicità delle istituzioni, sulla libertà, sulla tolleranza, sulla assoluta autonomia di giudizio. Liti e polemiche avevano sempre come risultato una decisione più meditata e approfondita su qualche problema cittadino.
Ma ad appoggiare senza riserve Lorenzo Conti non siamo spinti dal cuore bensì da una lucida razionalità. Ricordiamo bene gli anni del barbaro assassinio di Lando e di altri onesti servitori del bene pubblico come lui. Il terrorismo era già abbondantemente sconfitto e quei delitti erano privi di qualsiasi senso nella pur aberrante logica della esaltazione terroristica. Lorenzo si chiede, più o meno esplicitamente, se non si sia voluto coprire qualcosa o qualcuno e se non sia questo il motivo che ha impedito l’emergere della verità piena.
Complottismo? Chissà. In fin dei conti, solo sei anni dopo l’assassinio di Lando e quattro dopo l’uccisione del senatore democristiano Roberto Ruffilli (1988), tutta una classe dirigente venne assassinata politicamente. E la storia italiana subì una svolta proprio per vicende oscure, sulle quali pure si dovrà, prima o poi, fare luce. Ci riferiamo al golpe mediatico e giudiziario al quale altri dettero il nome di Tangentopoli.

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